Come si reagisce alla Haka, la danza maori della nazionale neozelandese? Come ci si comporta? Il mondo del rugby ha ripreso a chiederselo dopo la prima partita degli All Blacks ai Mondiali. Durante l’esecuzione, dal settore dei tifosi sudafricani si è alzato il canto Ole Ole Ole. A molti è parso irrispettoso. Sui social se ne è discusso in tempo reale e alcuni hanno ricordato l’atteggiamento dei gallesi nel 2008, quando rimasero immobili.
Risultati e programma Scozia-Samoa 34-0 | Oggi riposo | Domani: Francia-USA (gruppo C – ore 9.45), Nuova Zelanda-Canada (B – 12.15)
In occasione dei Mondiali di 4 anni fa, il Post riepilogò i diversi atteggiamenti usati dalle varie nazionali per replicare agli All Blacks.
Nei paesi con una solida tradizione rugbistica generalmente non si sta a guardare in silenzio: i giocatori possono ridacchiare in segno di sfida o avvicinarsi di qualche metro mentre il pubblico canta e cerca di coprire le urla e i versi neozelandesi. In altri paesi, invece, dove il rugby non è così popolare, la haka non è considerata come un modo con cui gli All Blacks si caricano e cercano di intimidire gli avversari, ma più semplicemente come uno spettacolo a cui assistere: una specie di inno nazionale a cui è più divertente assistere. Spesso quindi si tende a fraintenderne il significato – l’haka non è l’inno nazionale – e mostrare un’eccessiva riverenza, dimenticandosi che quelli vestiti in nero in fondo stanno cercando soprattutto di caricarsi e intimidire chi hanno di fronte, peraltro gli stessi neri che nove volte su dieci escono dal campo vincitori.
Pietro Cabrio, Il Post, 18 agosto 2015
Farne di meno?
Kees Meeuws, nazionale neozelandese tra il 1999 e il 2004, ha preso una posizione netta: “La haka ha perso il mana, il suo potere spirituale. È diventato uno show. Dovrebbero farla in alcuni test match, neppure in tutti. Andava bene fino a pochi anni fa, quando era una scelta. Ma ora giocano 14 partite all’anno ed è troppo per quanto riguarda l’haka. Si potrebbe fare solo in casa oppure solo fuori casa, come una volta. Non sempre”.
La Haka in Finnegan’s Wake. Come fu che Joyce se ne innamorò
La storia stessa del motivo per cui una danza di guerra del Pacifico sia finita nel libro che ha messo una pietra tombale sul romanzo quale lo conoscevamo (a ucciderlo l’altro libro di Joyce, l’Ulisse) meriterebbe di essere raccontata a sé, ma tanto per darne un assaggio: è il due gennaio 1925 quando gli All Blacks sono a Parigi per una partita amichevole (ma nel Rugby le partite amichevoli non esistono, così si chiamano test match), una delle trentadue partite giocate tra Francia, Regno Unito, Irlanda e Canada dalla squadra passata alla storia come The Invincibles: a giusta ragione, visto che di quelle trentadue partite non ne persero neanche una…
A Parigi c’è anche Joyce. La partita, tra l’altro, si gioca allo stadio di Colombes, che nella narrazione sportiva c’è finito anche via cinema: con il calcio in Fuga per la Vittoria di John Huston, 1981, con l’atletica in Momenti di Gloria di Hugh Hudson, sempre del 1981.
Non sapremo mai se a Joyce quella partita, un sonoro 37–8 per i Tuttineri, piacque. Non sapremo mai per chi avesse fatto il tifo in quella occasione. Ma a Joyce piacque di sicuro la haka, la danza con cui gli All Blacks intimoriscono l’avversario prima della partita. Joyce voleva saperne di più, della haka. E non c’era Google, per saperne di più. Joyce, però, fu fortunato: sua sorella Margaret Alice, Poppy, come la chiamavano in famiglia, nel frattempo era diventata suora e alla fine del 1909, come sorella Mary Gertrude, era partita proprio per La Nuova Zelanda (vi morirà poi, ottantenne, nel 1964, sopravvivendo al fratello per ventitré anni). Così Joyce, in una lettera, chiese a suor Mary informazioni proprio sulla haka: sul suo significato e sulla sua musica (forse saprete già che Joyce era anche musicista). Era grazie anche alla risposta di suor Mary che la haka finiva così per far parte di Finnegan’s Wake.
Antonio Tombolini, il Colophon