
❝Quello che preoccupa la gente è avere un piatto da mettere in tavola, non di sapere se l’allenatore rimane o no❞
Pep Guardiola
Se davvero tra Pep e il Manchester City fosse finita qui, sarebbe proprio buffo. Un attimo dopo la fine della partita che ha dato a Guardiola il suo 41esimo trofeo, ci siamo tutti messi a guardare cosa facesse, vediamo se piange, se ride, vediamo se saluta, se resta o se ne va.
Guardiola non ha alzato i pugni al cielo, non ha quasi neppure festeggiato. È andato invece piuttosto lentamente verso l’autore del gol, Antoine Semenyo, e gli ha mollato tre pacche energiche sul sedere, prima di vagare ai margini dei capannelli di giocatori che si abbracciavano sul prato a Wembley.
Non è venuto fuori proprio nessun indizio. Così, stamattina nessuno sa ancora se Guardiola lascerà il Manchester City alla fine della stagione. È un uomo che ama il teatro, il cinema, le canzoni. Se davvero andrà via, starà scrivendo il copione giusto, sceglierà l’inquadratura esatta e una colonna sonora memorabile. Potrebbe ancora essere un gioco di forza sul rinnovo, non sarebbe una novità, anche se stavolta pare tutto diverso. Pure gli assistenti in partenza sono un indizio, e i piani per i sostituti fatti filtrare.
Insomma, come dice Barney Ronay sul Guardian, persino “quella camminata pensosa era normale amministrazione. È una delle tante stranezze di Guardiola: anche nella vittoria tende a sembrare un po’ dispiaciuto che la partita, questa tortura viva e splendida, sia ormai finita. Fai ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita. Fai qualcosa che ti artiglia il cranio e ti strappa i pantaloni per intensità, e non perderai mai davvero quella scossa vitale, fino alla tua 591ª partita, alla tua 416ª vittoria, al tuo 15° trofeo importante”.
Guardiola è stato per tutta la finale di Coppa d’Inghilterra “lo spettacolo frenetico di sempre”. Ha messo il suo dolcevita color vaniglia in finto pelo di yak e i pantaloni da gentiluomo di campagna, così dice il Guardian, dice che “aveva l’aria di un cugino minore della famiglia reale in visita a una scuola. Fin dall’inizio era fuori nella sua area tecnica, con le braccia che mulinavano in quei movimenti furiosamente stilizzati, come un uomo che stesse cercando di battere il record del mondo nel montaggio di un armadio invisibile”.
Ma se davvero questo fosse il suo ultimo trofeo sulla panchina della squadra che era la più derisa di Inghilterra ed è diventata la più temuta, nel campionato che si è messo a imitare il suo stile, sarebbe proprio buffo dover ricordare che è venuto con un gol di tacco, segnato da un giocatore arrivato a gennaio e che dieci anni fa Guardiola non avrebbe mai comprato. Non è un suo prototipo e come scrive il Guardian “il suo controllo può essere un po’ grezzo, non sembra ossessionato patologicamente dall’idea di tenere il pallone”.
Un gol di tacco per l’ultima Coppa di Guardiola è una coincidenza meravigliosa e una contraddizione perfetta. Un colpo di tacco è il gesto meno programmabile, il modo più assurdo con cui far uscire di scena l’allenatore più associato alla programmazione. Il tacco è un gesto strano, perché sembra un atto di libertà contro l’ordine. Non è mai il passaggio più sicuro a meno che tu non si Socrates. Non è mai la conclusione in porta più ortodossa a meno che tu non sia Mancini. Non è il gesto che un allenatore può davvero disegnare alla lavagna, a maggior ragione se sei stato Pep. Guardiola e la sua scuola possono preparare l’occupazione dell’area, il lato del cross, l’attacco del primo palo, la presenza sul secondo, e chissà quante altre cose ancora. Ma il tacco, alla fine, è un pezzo di infanzia rimasto dentro il calcio industriale.
Sarebbe un finale buffo, ma pure un finale molto giusto. Per anni Guardiola è stato raccontato come l’uomo del controllo totale, dei triangoli, delle posizioni, delle distanze. L’allenatore dell’overthinking. Pensa, pensa, pensa. Uno scienziato. Un fisico del calcio. Un fottutissimo genio. Albert Einstein. Ma il suo calcio migliore non ha mai cancellato la fantasia – l’accusa che invece veniva mossa [e oggi rimossa] a Sacchi. Guardiola l’ha messa in condizione di apparire, altrimenti non avremmo avuto Iniesta, Messi, De Bruyne, Bernardo, Foden. Non ha eliminato il 10 [Baggio, Zola] e i suoi 10 non sono stati burattini dentro uno schema, ma giocatori liberi dentro un ordine forte.
Un colpo di tacco dentro l’ultima Coppa non è solo la contraddizione tra controllo e istinto, ma anche un ultimo frammento di coerenza estetica. Un colpo di tacco è la réclame della bellezza, e tutto torna – ancora – perché l’allenatore più vincente della storia non ha mai cercato solo di vincere. Anzi. Lo ha fatto producendo una forma di stupore, dando a tutti l’illusione che fosse ripetibile. Questa è stata alla fine la sua vera grande ossessione, la possibilità di costruire un contesto in cui la bellezza potesse affacciarsi spesso. Il tacco è l’opposto della ripetizione, certo, ma è anche il suo premio. È il punto in cui tutto il lavoro genera un gesto che sembra estraneo. È quasi doveroso, paradossalmente coerente, che un’epoca così razionale possa chiudersi con il gesto più irragionevole, il gesto della meraviglia che nasce dal punto più fragile del corpo.
Diciamo tacco perché si è sempre detto così. Ma il tacco appartiene a una scarpa. In anatomia quel colpo è del tallone, e il tallone nella nostra immaginazione è la vulnerabilità, lo spiraglio scoperto da cui può entrare la fine. È la crepa di Achille. Sarebbe l’ultima piccola beffa di Guardiola. Una linguaccia a chi ha cercato di disegnarlo come un blocco di immutabile granito.
