

Se ne va, e tutto è cambiato. Pep Guardiola è stato il volto più vistoso della raffinata strategia usata dalla Premier per crescere e diventare egemone nel calcio europeo. Per molti anni, il campionato inglese non ha avuto la forza di andare a prendersi i Messi e i Ronaldo. Erano un’esclusiva della Liga e delle sue agevolazioni fiscali. Per molti anni la Premier non è stata in grado di avere nel suo campionato uno dei primi-tre classificati al Pallone d’oro, nemmeno uno fra 2009 e 2019, fra Cristiano-Fernando Torres fino a Van Dijk. Così in quella lunga terra di mezzo dominata da giocatori di Barça e Real, Real e Barça, con un paio di incursioni del Bayern e i rivoli di Neymar al PSG e Cristiano alla Juve, la Premier ha fatto una cosa geniale. Ha radunato tutte le migliori teste di calcio. Ha trasformato il campionato in un laboratorio di idee. Con Pep capofila.
Ora che se ne va, la BBC glielo riconosce e fa una mappatura di come Pep Guardiola abbia riscritto il DNA del calcio inglese nell’ultimo decennio. Guardiola non ha solo influenzato la Premier League, l’ha costretta a evolversi, a contraddirsi e poi a tornare sui suoi passi, dettando i trend persino quando cambiava idea. Ha creato una moda totalitaria per poi distruggerla lui stesso. Dieci anni fa, cacciare l’idolo di casa Joe Hart per imporre Claudio Bravo ed Ederson, i portieri-registi, sembrava una follia. In pochi anni, tutta la Premier League – e dopo tutto il mondo – ha copiato l’idea: lo United ha preso Onana, l’Arsenal Raya, il Chelsea Sánchez. Oggi che tutte le squadre fanno un pressing uomo su uomo asfissiante fin dai rinvii dal fondo, costruire dal basso con un portiere dai piedi buoni è diventato troppo rischioso.
Così Guardiola ha anticipato tutti di nuovo, nella sua costante evoluzione
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