Calciopoli è lo specchio del Paese

 

Il 7 maggio del 2006 è una domenica, e le Procure si sono concesse il week-end di pausa. Nel giorno-5 di Calciopoli il campo si riprende la centralità della scena. La Juve si gioca lo scudetto ospitando il Palermo. Se guadagna un punto sul Milan che gioca a Parma, è fatta. Da martedì 9 scatterà il procedimento della giustizia sportiva con gli interrogatori sulle intercettazioni ordinate dalla Procura di Torino. I primi a essere ascoltati saranno gli arbitri coinvolti, poi toccherà ai grandi iniziati: Luciano Moggi, Pairetto, Giraudo e Mazzini. Mentre Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta ricostruisce la Moggi-story e “tutte le prodezze di Lucianone”, da Torino emerge che John Elkann deciderà in tempi rapidi cosa fare della Juve: Franco Baldini è la prima scelta al posto di Moggi, Andrea Agnelli dovrebbe entrare in società, Fabio Capello potrebbe restare.

La Procura di Napoli intanto ha contestato alla Gea dei Moggi l’illecita concorrenza con minacce. La società si scioglie. Il clima è di grande tensione. Roberto Mancini dice: “E’ così da dieci anni”. Ancelotti parla di “colpo basso”. Galliani replica: “Credo nel calcio”.

Sergio Rizzo scrive sul Corriere dello sport-stadio: “Un processo solo di facciata, che si limitasse a qualche censura, a fare solo molto fumo, ad accettare placidamente il verdetto della magistratura, provocherebbe la morte della giustizia sportiva. Sarebbe un viaggio senza ritorno, un addio definitivo. Quanto alla questione morale diciamo solo la cosa più ovvia: ognuno di noi ha una coscienza, ognuno di noi – col cuore e con la testa – è in grado di giudicare, senza bisogno di aspettare verdetti definitivi. Chi prova sgomento, vergogna, rabbia, chi si sente confuso dimostra di amare il calcio. Chi ha già deciso che in fondo non è successo niente, che contano solo le leggi dello Stato e il libero mercato dimostra di accettare questo calcio, cosi lontano dalla gente, cosi vicino al Far West dove vige la legge del più forte. La giustizia sportiva deve decidere da che parte stare”.

Ilvo Diamanti sulla prima di Repubblica commenta un sondaggio dal quale emerge che i vecchi “giudizi generalizzati, da oggi non potranno più essere considerati pre-giudizi. Pericoloso. Perché dà sostanza, fondamento ai nostri cattivi pensieri, alle nostre cattive abitudini. Visto che noi, in realtà, non solo abbiamo sempre saputo. Ma ci siamo assuefatti a questa fanghiglia. Otto italiani su dieci (senza troppe differenze fra tifosi e non) considerano il calcio poco credibile «perché ci sono troppi interessi sotto». Il 60% «perché è al centro di troppi interessi politici». E solo una minoranza ristretta (il 30%) pensa che «il calcio è uno sport vero, dove vince il migliore». Gli stessi tifosi della Juve condividono questi giudizio. Come gli altri: rassegnati al sospetto. Convinti che il calcio sia un ambiente opaco. Eppure egualmente disposti (fino ad oggi, temiamo anche domani) a “tifare”. Magari senza appassionarsi più. Come, d’altronde, non si appassionano più alle vicende della politica, degli affari, dell’economia, della società. Di cui il calcio è considerato uno specchio attendibile. Per questo è rischioso il morbo che infetta il calcio. Perché genera rassegnazione. Perché è-dato-per-scontato. Un calco dello spirito e del costume nazionale. Lo specchio. Di un paese che non è in grado di assimilare il mercato, la legalità, la competizione, la concorrenza, il merito. Dove vincono i furbi e i potenti. Dove le regole e le istituzioni sono considerate vincoli con cui convivere”.

C’è imbarazzo in federazione perché nella Gea lavora il figlio del c.t., e mancano 31 giorni ai Mondiali. La Gazzetta scopre che nel 1974 una storia di Paperino aveva previsto gli scandali sul doping e sui passaporti falsi. “Avesse previsto anche le intercettazioni telefoniche, avrebbe anticipato proprio tutto” scrive Fabio Licari. Savoldelli in maglia rosa fa dire a Pier Bergonzi che si tratta di “una boccata d’aria fresca” e Paolo Condò racconta da Marcinelle i 50 anni della tragedia in miniera, in occasione della tappa da Charleroi. “Nella miniera non c’erano servizi igienici. Chi proprio non riusciva a trattenersi, trovava un angolino e defecava li, riprendendo a scavare con la merda che si mischiava alla polvere di carbone. Passava otto ore accucciato in un corridoio che nei punti più alti non superava i 120 centimetri, ridotto in mutande per resistere al caldo”.


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