
Forse la cosa più straordinaria tra le molte che riguardano Carlos Alcaraz è che sia riuscito a centrare il Career Grand Slam prima che diventasse un’ossessione, un peso, un assillo – chiamiamolo come vogliamo – prima che fosse quel tormento che ha tormentato tanti. Non è arrivato come un traguardo finale, ma quasi come una tappa anticipata. Il messaggio scritto “Job finished. 4/4 complete” sembra una chiusura, ma in realtà sta dicendo un’altra cosa: a 22 anni ha già completato qualcosa che per generazioni intere non stava in calendario.
Il Career Grand Slam in effetti non è sempre stato così centrale. Gente come Björn Borg o John McEnroe non costruiva la carriera pensando a mettere insieme i quattro major. Borg l’Australian Open quasi non lo giocava. Oggi i giocatori crescono con l’idea che la grandezza si misura per accumulo, non hai vinto uno Slam, quanti ne hai, da quanto tempo non vinci.
È qui che Alcaraz è figlio del suo tempo. Lui e Jannik Sinner sono raccontati come una generazione che corre avanti e non aspetta. Sinner è a sua volta a un passo dallo stesso traguardo: può raggiungerlo a Parigi. Questa quadrupla corona non è più un’eccezione. È un’ondata.
Il Times ha chiarito in un pezzo quanto sia difficile davvero centrare il Career Slam, anche per i mostri sacri. Sampras, Becker, Lendl, Edberg, si sono tutti fermati a tre su quattro. Non certo per mancanza di talento, ma perché ogni Slam chiede una versione diversa dello stesso giocatore. Terra, erba, cemento, condizioni, pressioni diverse. È come essere il migliore in quattro materie diverse. Come Michele Maremonti al liceo [ciao Michele].
La differenza con la storia del tennis è questa: Alcaraz non lo fa sembrare una sofferenza [ma nemmeno Maremonti]. Dove altri hanno dato l’idea di spingere un masso in salita per anni, lui sembra divertirsi. Il Times lo confronta allora implicitamente con chi ha lottato a lungo per completare il suo, di Slam, ma nel golf, vale a dire Rory McIlroy. Per lui è stata una battaglia mentale. Per Carlitos no. È stato naturale.
Ora tocca a noi che guardiamo – scrive Owen Slot – fare un lavoro. Fermarsi. Non chiedersi subito se raggiungerà Novak Djokovic, se arriverà a 24 Slam, se diventerà il più grande di tutti. Per una volta, può bastarci di accettare il fatto che a 22 anni ha già fatto qualcosa di enorme, e che non c’è bisogno di trasformare la sua carriera in una rincorsa eterna a qualcosa, qualcuno.