
Il bollettino di ieri della federazione mondiale scacchi certifica un momento storico. Per la prima volta dal 1971, non c’è più un russo tra i primi-20 al mondo. Il migliore è Ian Nepomniachtchi, sprofondato al 22esimo posto, superato persino dal chiacchieratissimo Hans Niemann, quello accusato da Carlsen di imbrogliare [se ne parlava qui]. Avere davanti pure il Bad Boy del gioco è l’insulto finale all’accademia.
Come spiega Kasparov, l’URSS usava gli scacchi per dimostrare la superiorità intellettuale comunista. Milioni di bambini che non avevano alternative puntavano tutto su scacchi, balletto o scienza. Oggi quel setaccio sociale non esiste più. I talenti russi scelgono altre strade o, peggio, emigrano. Non vanno via solo i giocatori, sono partiti per gli USA o per l’India anche i maestri.
Succede nel momento in cui simbolicamente è morto anche il giocatore occidentale più apprezzato dalla scuola sovietica, Jan Timman, olandese, considerato il migliore di tutti oltre la cortina di ferro. Timman era l’emblema del talento bohémien e godereccio che i russi disprezzavano per mancanza di disciplina, ma rispettavano per qualità del gioco. Oggi la Russia rimpiange perfino quel nemico, perché i nuovi avversari indiani e cinesi sono macchine da guerra disciplinate quanto e più dei sovietici di una volta.
L’Algoritmo ha ucciso la Scuola. El Mundo ha dedicato un’analisi a questo incredibile collasso, raccontando come quel sistema di formazione culturale collettiva si sia trasformato in tante singole corse individuali al successo. Siamo passati dall’era dei giganti come Spasskj, Karpov e Kasparov, a quella in cui la speranza russa è un bambino di 10 anni, si chiama Roman Shogdzhiev, e vive in una bolla magica.
Persino nei palazzi del potere la situazione scotta. Il presidente della FIDE, il russo Dvorkovich, è finito nelle liste nere dell’UE per il supporto alla guerra in Ucraina. Un motivo di orgoglio viene dalla squadra femminile che ha vinto il Mondiale a Jaén l’anno scorso, pur senza bandiera. Aleksandra Goryachkina, 7ª giocatrice al mondo, è l’ultimo baluardo di una tradizione che resiste, anche se il podio per nazioni vede Cina, India e Ucraina sopra di loro.