
Poco prima che il mondo si chiudesse in casa per arginare il covid, settemila persone si presentarono al palazzo dell’Eur per vedere Roma-Milano, la partita che è cinque volte tra le sei con più spettatori nella storia della pallacanestro italiana, con una folla misurata fra 13mila e 14mila negli anni dal 1982 al 1988. Quando riaprimmo case, stanze e finestre, il basket italiano fece come il calcio francese e scelse di non ricominciare. Il torneo non finì. Rimasero sul campo i resti di quella decisione scellerata. In una fase storica di recupero delle grandi aree metropolitane [Torino, Napoli], le difficoltà economiche del patrono Toti si amplificarono. Pistoia si auto-retrocesse in A2, Pesaro trovò degli investitori e diede una panchina a Repesa, Cremona ballò, Roma si iscrisse l’ultimo giorno utile. Pier Bergonzi sulla Gazzetta dello sport ammoniva: “Il già traballante basket italiano è stato messo a durissima prova dall’emergenza virus. Sarebbe meglio che chi non ha le forze e la volontà di iscriversi lo dicesse subito. Dal nostro punto di vista meglio un campionato di 14 squadre «sicure» e in salute. Ci sarà tutto il tempo per ricostruire il movimento”. Parole inascoltate. Roma sarebbe svanita poco dopo.
Investitori, soci, cordate: si defilarono uno alla volta. Il basket a Roma non esiste più da cinque anni, se non con la Luiss e la Virtus 1960 in serie B., ma cinque anni e due mesi dopo la Gazzetta stamattina offre un’anticipazione mondiale ripresa e rilanciata alla mezzanotte americana pure da The Athletic.
C’è un precontratto firmato per l’acquisto dei diritti sportivi in serie A di Cremona. Il capofila è Donnie Nelson, 63 anni, figlio di quel Don che è il secondo coach con più partite vinte in NBA.
Cinque anni fa, Mario Canfora scriveva di “punto più basso di sempre” e stamattina firma lo scoop [con Giuseppe Nigro], la notizia che potrebbe diventare parte di un cambiamento della geografia dello sport europeo. I soci nell’operazione si chiamano Dirk Nowitzki, Luka Doncic, Roberto Carmenati [ex coach di Napoli e scout di Dallas], Rimantas Kaukenas. Un progetto stiloso che è un cavallo di Troia. Arrivano in serie A e guardano a NBA Europe, in partenza dal 2027-28: se ne parlerà a Los Angeles nel week-end dell’All-Star Game.
Vedere Dončić socio di Donnie Nelson è la chiusura del cerchio perfetta. Nelson è l’uomo che lo ha portato in NBA; Luka restituisce il favore portando la NBA a casa sua, in Europa. Il fatto che un giocatore in attività investa in una lega che farà da vivaio alla stessa NBA è un territorio legale inesplorato che spingerà forse Adam Silver a riscrivere il contratto collettivo dei giocatori. Ma stiamo correndo. Silver ha capito una cosa che il calcio italiano fatica a gestire: Roma è un mercato di 3 milioni di persone senza una squadra di basket di vertice. È un vuoto pneumatico commerciale. Mettere una franchigia NBA a Roma, con il brand Dončić e il volto di Kaukenas, significa intercettare il turismo globale.
È una mossa che dovrebbe inquietare l’Eurolega così come la conosciamo. Dončić e Nelson stanno comprando un posto al tavolo del nuovo ordine mondiale del basket. Roma non sarà un’operazione artigianale, ma una macchina con risorse infinite. Ora tocca alla città dare una risposta. L’operazione avrà senso se accompagnata da un controllo totale sull’arena, che sia un PalaLottomatica ristrutturato o un nuovo impianto. Se il palazzo non rende, la franchigia si sposta. È la regola delle relocations americane ed è l’unico modo per sostenere costi di licenza che superano il miliardo di dollari.
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Il Titanic della pallacanestro italiana
Oh, tutto questo accade tre-quattro giorni dopo aver perso un’altra squadra strada facendo. È successo a Bergamo, dove purtroppo non c’è neppure un Valerio Antonini a cui dare la colpa. La Blu Basket di Stefano Mascio ha comunicato alla Lega e alla federazione che basta così, Maria io esco, “a causa della sopravvenuta e oggettiva impossibilità di sostenere i futuri impegni economici, finanziari e organizzativi connessi alla partecipazione al suddetto campionato”.
La squadra era 11esima, metà classifica, e ovviamente la classifica è stata ridisegnata e stravolta togliendo punti a chi in campo li aveva guadagnati. La situazione economica era stata definita “non più tollerabile” dall’associazione giocatori. Gli stipendi erano fermi da novembre e gli affitti delle abitazioni non erano più stati pagati. Così dalle Alpi alle Piramidi, da Trapani fino a Bergamo, l’Italia della pallacanestro si trova con i due campionati di vertice entrambi monchi, dispari, forse sarà una nuova idea per far riposare di più i giocatori, una squadra alla volta per ogni turno. La famosa creatività del made in Italy.
Ai vent’anni di fallimenti già raccontati qui un mese fa, si è aggiunto un nuovo capitolo, senza che sia stata aperta una riflessione in qualche sede istituzionale, senza che il CONI dia l’idea di essere interessato a quanto accade in una federazione pallacanestro dove Gianni Petrucci è stato rieletto con il 70,83% dei voti, e senza che dentro la federazione pallacanestro qualcuno dell’altro 29% si stia chiedendo ad alta voce com’è possibile che chi deve controllare non controlla. Tutto nella più diffusa sensazione di normalità. Se vi pare che la cosa sia passata sotto silenzio, non è un’impressione.
La Giornata Tipo non è rimasta in silenzio. Sui suoi canali social ha ricordato il curriculum del presidente Mascio, pieno di titoli trasferiti di qua e di là, tre cambi di città in un anno e mezzo, e poi ha scritto: “Il nostro primo pensiero va ai tifosi di Treviglio, Orzinuovi e oggi anche di Bergamo, parte lesa di tutte queste vicende. Il secondo pensiero va ai giocatori, all’allenatore, ma soprattutto a tutti i dipendenti e collaboratori di Bergamo che da oggi si ritrovano senza lavoro. Il terzo va al basket italiano inteso come movimento: se l’obiettivo è fare la fine del Titanic, la rotta è quella giusta”.