L’illusione di Olimpia, una torcia per illuminare il mondo cupo

 

Undici minuti dopo le dieci della sera ora di Pechino, a nove gradi sotto lo zero, la fiaccola olimpica finì tra le mani di Dinigeer Yilamuhiang, vent’anni, fondista, una ragazza delle molte minoranze etniche della Cina e soprattutto appartenente a quella uigura, in nome della quale stava manifestando in quelle ore un pezzo di mondo. Fu un colpo di scena. Un’idea adorabile, disse il CIO, mentre davanti all’ambasciata cinese di Londra, Istanbul, Berlino e Nuova Delhi, le folle con i cartelli stavano esprimendo tutta la loro contrarietà ai Giochi del genocidio, e mentre Xi Jianping si era seduto al tavolo a giocare una partita tenendo una carta infilata nella manica. 

Il calderone dei cinesi era poco più di una lingua di fiamma. Nel nome della sostenibilità ambientale. Decine e decine di bambini portarono lanterne o simulazioni di colombe, formando grandi cuori, spacciando al market dei simboli il valore dell’innocenza. Il New York Times descrisse quella fiaccola tra le mani di miss Dinigeer come una provocazione verso i Paesi occidentali. USA-Cina di hockey ci pareva il massimo che potesse offrirci lo sport in termini di rappresentazione di una guerra fredda, Putin finse di addormentarsi mentre sfilava la delegazione ucraina e noi non sapevamo ancora niente. 

Sono passati solo quattro anni da quella sera e da quel mondo, ma in fondo pare passata una vita pure rispetto a diciotto mesi fa, quando Emmanuel Macron dichiarò aperta l’Olimpiade tra qualche fischio e di fronte a una Torre Eiffel trasformata in una palla da discoteca. Enchanté fu la prima parola, e poi sono vennero le più famose e storiche: libertà, uguaglianza, fraternità, ma subito dopo sorellanza, sportività, festa, oscurità, solidarietà, solennità, eternità. 

La Francia si mise in scena mescolando omaggio e parodia, Giovanna d’Arco e Joséphine Baker, Marie Curie e Arsenio Lupin, la Gioconda rubata nelle mani dei Minions. Un ripetuto omaggio agli esclusi, ai discriminati, ai miserabili, ai gobbi di Notre-Dame che ogni giorno releghiamo sui tetti, dove s’arrampicano gli operai a riparare le grandi opere sfregiate dagli incendi. Le campane della cattedrale risuonrono per la prima volta dall’incendio del 15 aprile 2019, dieci donne d’oro riemersero dalla Senna, la ninfa che si trasformò in un fiume per sfuggire a una violenza sessuale, e una zattera in fiamme da cui venivano le solite note di John Lennon ci diceva che stavolta non erano le solite note di John Lennon.


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Una sciocca rivalità verso la Francia portò molti editorialisti di spicco di questo paese a sbrigare con sufficienza una cerimonia che non si voltò dall’altra parte, non fu fiabesca mise al centro della scena una pop star nata in Mali e cresciuta nei sobborghi trascurati di Parigi facendo una pernacchia all’estrema destra e tutte le estreme destre che parlavano di purezza e identità. Sono aumentate, segno che le pernacchie e le Olimpiadi durano uno spazio sparuto e minuscolo. 

Così, quando Céline Dion finì di cantare, quando soffiò l’ultima nota dell’Hymne A L’Amour di Edith Piaf davanti a una mongolfiera che si era sollevata portando il sacro fuoco di Olimpia nel cielo sopra la Senna; quando sfiorò la perfezione dopo due anni di silenzi e di concerti cancellati per la sua condizione neurologica incurabile che le causa spasmi muscolari anche alle corde vocali – ecco, quando sotto il temporale soffiò l’ultima nota del pezzo per il suo amore pugile perduto, allora venne il momento dei singhiozzi, pensando a chi ha amato la Francia e non aveva potuto vederla in una notte così. 

Chissà quale Italia vedremo stasera sulla scena e come l’Italia vorrà parlare di sé al mondo, quale mondo avrà preferenza di disegnare e raccontare, ma dalle prime anticipazioni, dalle interviste a Marco Balich, dai reel rubati e da qualche anticipazione, l’aria che tira è quella di una cerimonia molto classica, molto vaticana, molto uguale a tante altre. Speriamo ci sia qualche coniglio dentro qualche cilindro, un brandello di realtà dentro il presepe di cartapesta.


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