sabato 31 gennaio 2026
# 1 giorno a Alcaraz vs Djokovic
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L’antipatia è come un’amicizia a rovescio
Marguerite Yourcenar
Le tre verità che ci lascia la sconfitta di Sinner
Quattro ore e nove minuti di tennis sono abbastanza per contenere molte verità. Ce n’è una tecnica che Barbara Rossi in telecronaca e qualche numero aiutano a decifrare. Con la migliore performance degli ultimi due-tre anni, Novak Djokovic è diventato il più anziano giocatore dell’era Open a raggiungere la finale nel singolare maschile a Melbourne. L’ha fatto alle due di notte e spezzando una serie di sei sconfitte consecutive con Jannik Sinner, imbattuto con lui dal giorno in cui gli aveva annullato tre match point in semifinale di Coppa Davis a Malaga, la sera in cui la manopola di un 21enne passò dalla potenza all’atto.
Perfino ieri Sinner ha chiuso con una serie di voci statistiche migliori di Djokovic: 152 punti totali contro 140, 72 vincenti contro 46, il record in carriera di 26 ace contro 12, una percentuale migliore di prime di servizio, una percentuale migliore di punti ottenuti con le prime palle. Ma il tennis non è solo questa roba qui. Il tennis è quella implacabile capacità di prendersi i punti quando pesano il doppio, l’arte di abitare il momento in cui la palla scotta e il campo si restringe. Il tennis è la differenza tra l’algebra e la ferocia. Così il match ha preso la sua direzione per due motivi. Uno: la straordinaria efficacia di Djokovic con il servizio centrale, all’incrocio della T. Sinner non ha saputo limitarlo. Due: le 16 palle break cancellate su 18, comprese otto nel quinto set, tre da 0-40 sul 4-3.
La seconda verità è fisiognomica. Djokovic è entrato in campo con delle vesciche ai piedi, spesso ha chiuso i colpi restando curvo sulla racchetta tra un punto e l’altro, ma era il più sereno. Ieri la faccia di Sinner era diversa. Era di nuovo la faccia di un bambino che sta imparando, non di chi ha rotto un diaframma e impone qualcosa. Aveva occhi chiari come la tempesta e lineamenti all’improvviso acerbi. Nei momenti di massima tensione del quinto set, Sinner è tornato un ragazzo davanti al muro insormontabile che Djokovic era stato fino a Malaga. Come se quel rito di passaggio non fosse mai avvenuto. Djokovic aveva il vantaggio di aver passato il quarto turno per la rinuncia di Jakub Mensik e i quarti per il ritiro di Lorenzo Musetti. Ma in quel quinto set è stata vistosa la differenza tra una leggenda che ha vinto 17 delle sue ultime 18 partite in quattro e cinque set agli Australian Open e un campione ancora impreparato alle maratone. Sinner non ha mai vinto una partita andata oltre le quattro ore. Un gigantesco paradosso dentro la narrazione di un Invincibile.
La terza verità è politica e per noi italiani meno evidente, più complessa da accettare. Esiste una distanza tra il Sinner che ci raccontiamo dentro i confini e la sua figura pubblica all’estero. Nello stadio che per una vita ha tifato contro Djokovic, nel paese che una volta lo ha messo in uno stato di semi-prigionia per aver falsificato i documenti sul vaccino contro il covid, la Rod Laver Arena era tutta dalla sua parte. Lo hanno detto i colori della bandiera serba, i decibel alla fine di ogni scambio, i cori espliciti. Era stupito finanche Djokovic e l’ha confessato al microfono dopo la partita. Una sfacciata evidenza che si somma agli interventi dei giorni scorsi su buona parte della stampa internazionale, dove è stata sottolineata la prontezza del tetto chiuso durante la partita con Spizzirri, chiedendosi se a parti inverse poteva mai andare allo stesso modo.
In sostanza: una nuova accusa di favoritismo dopo quelle attraversate da Sinner per il Clostebol. Quando un time-out medico di Alcaraz nell’altra semifinale si è protratto più del solito, Zverev ha protestato. Ma non ha detto: lo state favorendo. Ha detto: proteggete sempre quei due. Sinner non c’entrava niente, eppure nella percezione diffusa c’entrava pure lui. Non passa giorno senza un grande del passato che dica di preferire Alcaraz. Negli ultimi giorni si sono messi in fila secondo diverse sfumature Becker, McEnroe e Federer. In conferenza stampa, nei giorni scorsi, tutto questo è diventato materia per una domanda a Djokovic – che ha portato addosso per anni il complesso del meno amato.
Non possiamo certo pensare di dare a Sinner il ruolo del villain, ma è un dato di fatto che il pubblico di Melbourne – giusto ieri – ha scagionato Djokovic. La sua percezione di cattivo è collassata, accolto all’improvviso dalla folla come un simbolo di autenticità, contro un avversario percepito come eccessivamente protetto. Quello che è stato l’antagonista di ghiaccio tra il Dioniso Nadal e l’Apollo Federer è diventato per la prima volta in Australia un idolo. Sinner è uscito dal campo con la sua borsa a tracolla in totale solitudine, senza un applauso empatico per la sua sconfitta. È un altro punto su cui dovrà lavorare per non diventare un Lendl, un Courier – dal punto di vista letterario si direbbe un Karenin – un numero uno [ma per ora un due] con scarsa empatia attorno. Esclusi i presenti.
🗞️ La Gazzetta dello sport: “Jannik cos’è successo? Più cattiveria e resistenza per dimenticare Melbourne” – Malgrado il no alla Davis e la settimana in più di allenamenti, non era al top: ora si riparte
La capacità di Djokovic di reinventarsi
Adriano Panatta sul Corriere della sera ha scritto: “Il diavolo doveva essere seduto in prima fila, in uno o due passaggi della telecamera mi è sembrato perfino di scorgerlo. Comunque era lì, e faceva il tifo per Djokovic, che deve essere uno dei suoi figli prediletti. Se tanto mi dà tanto, aspettiamoci di vederlo in campo per altri dieci anni, il serbo. Con la sua aria da crotalo tennista, di quelli che mostrano ancora vitalità dopo dieci bastonate, ma se ti danno un morso, sei spacciato. Pensavo di aver visto tutto, nel tennis, ma la resurrezione di Nole, davvero non me l’aspettavo”.
Paolo Garimberti su Repubblica dice: “La fortuna aiuta gli audaci. E Djokovic ha l’audacia di sfidare gente che ha mediamente una quindicina d’anni meno di lui. E di reggere non solo tecnicamente, ma soprattutto fisicamente quando tutti ti considerano troppo vecchio per partite che vanno al meglio di cinque set. Ma il fisico regge — al di là delle diete e dell’intolleranza al glutine di cui tanto si è parlato e scritto — se lo sorregge la testa. E quella di Novak, detto Nole, si è formata nel più ostile degli ambienti per un bambino che è cresciuto nel pieno delle feroci guerre balcaniche, trovando nel campo da tennis costruito davanti alla pizzeria dei genitori l’unico momento di svago dalla paura della morte e una maestra, poi sempre adorata e ricordata a ogni vittoria, il solo conforto alle bombe”.
Louis Boulay su L’Equipe ha scritto che la semifinale di Melbourne ha rimesso ordine in una storia che sembrava avviata alla conclusione. Djokovic era arrivato a questo torneo con dubbi dichiarati, limiti fisici evidenti e una gerarchia che pareva ormai fissa a favore dei più giovani. “Dietro l’aria del vecchio druido che non vuole lasciare la presa, Novak Djokovic sapeva che la sua pozione non era ancora scaduta. Gli restavano gocce di follia, nascoste dove non si guarda più, quelle giuste per riavviare tutto e potersi dire, un giorno: “quando ero ingiocabile”, senza dover distinguere tra giovane e vecchio”.
Due giorni fa Djokovic ha cominciato a giocare accorciando gli scambi per proteggersi, cercando soluzioni di emergenza. In semifinale ha scelto l’opposto: profondità, durata, confronto diretto da fondo campo. Una scelta che ha spostato la trama dell’incontro. Nei gli scambi lunghi ha prevalso. “Quel Djokovic di 38 anni che ha illuminato la notte di Melbourne non aveva nulla da invidiare a quello delle sue stagioni leggendarie. Tutti insieme, forse. Perché in questa semifinale ha abbattuto Jannik Sinner, la sua versione 2.0, quattordici anni più giovane, in una partita che ha sfiorato l’assurdo per intensità e grandezza. Due giorni fa era l’ombra di se stesso, salvato per miracolo. Poi, all’improvviso, un ragazzo capace di svuotarsi punto dopo punto fino all’una e mezza di notte. Il livello ha sfiorato l’indecenza, tanto è stato eccessivo. Più gli scambi si allungavano, più Djokovic cresceva, fino a vincere sull’orlo della rottura”.
Marion Bartoli la definisce “una capacità infinita di reinventarsi” e Aldo Cazzullo sul Corriere della sera dice che “il tennis è così: uno sport crudele, un incrocio tra il pugilato e gli scacchi, uno sport di combattimento senza contatto, in cui vince purtroppo chi non si infortuna”.
La capacità di Djokovic di reinventarsi
L’altra semifinale contribuisce invece a creare l’immagine di un Carlos Alcaraz cone una figura quasi extra-umana, attraversata da una prova di vulnerabilità estrema che ne rafforza il mito. L’Equipe lo definisce stamattina con un gioco di parole “un murciano venuto da un altro pianeta”, cioè un giocatore che appartiene a una dimensione diversa, fuori scala rispetto agli altri, capace di sopravvivere anche quando il corpo smette di rispondere. Quentin Moyet insiste sul contrasto tra l’immagine abituale del campione luminoso e l’improvvisa rottura fisica di ieri notte: i crampi, il vomito, la rigidità muscolare, la perdita di mobilità, fino ai momenti in cui sembrava congelato, quasi immobile.
Alcaraz viene allora raccontato come un giocatore che ha sofferto come raramente gli è accaduto, ma che non ha mai contemplato l’idea di arrendersi. Dice di aver imparato a detestare il ritiro e di preferire ogni secondo di dolore alla sensazione di abbandono. Quando il corpo cede, Alcaraz diventa puro istinto e tutto braccio, inventa colpi, accelerazioni isolate, magari non domina più, ma si arrangia, sopravvive, trascina l’avversario in un territorio sconosciuto.
“Lo abbiamo visto ingoiare rapidamente quella che sembrava una fiala di succo di cetriolo, presumibilmente una cura miracolosa per la rigidità muscolare. Poi tutto è precipitato nell’irrazionale. Intorpidito, a tratti fermo, Alcaraz giocava con nient’altro che il suo braccio, abbastanza affascinante da accarezzare diverse deliziose palle corte e sferrare alcuni potenti dritti”.
El Pais scrive che abbiamo rivisto lo spirito indomito del Nadal 2009. Lui stesso ha citato le sconfitte di Rafa con Verdasco e Federer come ispirazione per affrontare Djokovic. Dice che “odia arrendersi” e che “non puoi essere stanco in una finale”. Buona fortuna, Carlitos. Domani avremo il più giovane tennista di sempre con in tasca un Career Grande Slam oppure il più vincente tennista di sempre da solo, con 25 titoli a 24, uno in più di Margaret Court.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟦⬜🟥 L’Equipe dedica la prima a Djokovic, ovviamente. Fracassant è il titolo su una sua foto in cui esulta che pare Hulk. E anche Le Figaro apre la sezione sport ovviamente con Djokovic e la sua caccia al 25esimo titolo Slam.
🟥🟨🟥 As dedica la prima a Djokovic, ovviamente. A lui e Alcaraz, “giganti” dice il giornale spagnolo in vista della finale di domani mattina. “Finale epica” secondo il Mundo Deportivo, mentre “epico” è Carlitos per Sport e “Bestiale” peer Marca. Tutti con fotone a pagina intera.
🟩⬜🟥 Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta apre con una bella foto grossa di un calciatore del Crystal Palace. “Sì, Mateta” strilla il titolo per l’acquisto del Milan. Anche il Corriere dello sport-stadio lo mette davanti a tutto: “Mateta all in Milan” dice. Lo stesso Tuttosport dà il titolo principale al calciomercato: “Kolo: fino alla fine” ci dice il quotidiano torinese a proposito della trattativa della Juventus. Djokovic è un riquadro in basso a destra in due giornali su tre, mentre la Gazzetta ha messo in mansarda Sinner con la sua promessa: Tornerò più forte.
Una piccola comunicazione sulla newsletter
Dal 5 febbraio il passaggio su Substack
La newsletter che stai leggendo migra su Substack, la piattaforma di riferimento del settore. Il giorno-1 del nuovo invio sarà giovedì 5 febbraio, alla vigilia della cerimonia d’apertura dei Giochi invernali in Italia.
Cosa cambia. Nella ricezione: niente. Lo Slalom continuerà ad arrivare nella tua mail. Mi occuperò del trasferimento degli indirizzi: non dovrai fare nulla se desideri non fare nulla. Se invece non vuoi che accada, puoi comunicare fin d’ora a digital@loslalom.it la sospensione dell’invio e lo staff provvederà a fermare sia la migrazione su Substack sia l’invio mattutino.
Nella grafica: qualcosa. Se frequenti Substack, conosci le sue linee pulite. Guadagneremo in ordine, ci saranno foto e video. Importeremo comunque una parte della grafica e la suddivisione in colori per temi avviata in questi giorni: arancione per i fatti, blu per analisi e opinioni, verde per il vintage, mattone per i programmi, corallo per le letture.
Nei contenuti: una parte resterà free sul sito con un link in newsletter, un’altra sarà premium solo in newsletter. Lo Slalom tornerà a pagamento come dalla sua nascita fino all’interruzione del maggio 2023. Non è una svolta improvvisa né una posa ideologica. È una scelta di realtà.
Intorno a Slalom cresce un mercato in cui contenuti, tempo, competenze e attenzione producono un valore che viene riconosciuto. Far finta che Slalom possa stare fuori da questa dinamica — come se fosse un hobby o un’eccentricità — non ha più senso, nel rispetto prima di tutto di chi legge e vuole scegliere a cosa dedicarsi. Per te significa riconoscere che quanto arriva nella tua mail ha un peso, un’intenzione e una cura. Per Slalom significa provare ad allargare il parco delle firme e dei contributi, stare sui social con una continuità professionale, muovere un passo verso una nuova fase aziendale.
Quando si paga e quanto. Abbiamo deciso di restare free anche su Substack per il primo mese. Così potrai testare il cambiamento, abituarti o no, decidere di pagare o meno. Tutto chiaro e trasparente. Dal 5 marzo si va a regime. Le quote da sostenitori e sostenitrici sono in linea con quelle di sei anni fa: 5 euro mensili, 50 annuali. Potrai provvedere anche a una donazione, se lo vorrai, e potrai disdire in qualunque momento dalla mail con un clic, continuando a usufruire di tutti i contenuti free.
Nel frattempo, grazie per aver letto fin qui — e per il tempo che scegli di dedicare ogni mattina a Slalom.
Un saluto, Angelo
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I sorteggi come nessuno ve li racconta
① Inter vs Bodø/Glimt sembra la pubblicità per un abbonamento al Global Pass di Interrail. Con quello in tasca e con due giorni di viaggio si può andare in treno dalla stazione centrale di Milano oltre il circolo polare artico. “Un’avventura da vivere almeno una volta nella vita” si raccomanda il sito Milano città stato – dove Slalom ha scovato questa suggestione. La prima tappa è la Svizzera, con due ipotesi: Zurigo dopo poco più di 3 ore o Basilea dopo quattro. Il viaggio prosegue in direzione di Amburgo scegliendo fra tre servizi: il treno notturno ÖBB nightjet, quello diurno ICE [ehm] o i servizi svizzeri SBB. Arrivati in Germania si prende il treno IC diretto fino a Copenaghen [cinque ore], per poi salire su treni diretti SJ X2000 / Snabbtåg fino a Stoccolma [altre 5 ore]. Oh sappiate che i treni dalla Danimarca a Stoccolma attraversano posti fatati ma non c’è copertura al telefono, come su certi tratti da noi in Umbria.
A questo punto – a Stoccolma – sembra che il grosso sia fatto. Resta un ultimo treno per andare al fiordo Ofot, a nord del Circolo Polare Artico nella cittadina di Narvik. Solo che il viaggio dura 18 ore. Per un’esperienza di questo tipo si paga intorno ai 290 euro. Sconsigliato a chi ha fretta e pure a Lautaro Martinez.
② Juventus vs Galatasaray è una sfida tra il Bicerin e il Çay. A Torino ti siedi in un locale con i velluti rossi e ordini un Bicerin: strati di caffè, cioccolato e crema di latte. È quasi un progetto ingegneristico, da consumare con compostezza. A Istanbul, il çay è il fluido onnipresente. Viene offerto ovunque, in bicchieri a forma di tulipano, mentre tratti il prezzo di un tappeto o guardi i traghetti passare. Il Bicerin è un rito solitario, il tè turco è un collante sociale. Il Bicerin era la bevanda preferita di Cavour, il suo scudo calorico prima di andare a fare l’Italia. Segna una pausa. È il tempo che si ferma per godersi un lusso. Dopo averlo buttato giù, si può anche evitare di mangiare per delle ore. Di çay puoi prenderne anche dieci di fila, senza avere la tentazione di fare la Turchia.
③ Atalanta vs Borussia Dortmund vive di somiglianze fra i due stadi e di una profonda distanza tra i casoncelli e il currywurst. Il casoncello è un mix barocco che confonde. Non esiste senza un’alluvione di burro fuso, salvia e pancetta croccante. È un piatto quasi messicano, dopo richiede una siesta. È il piatto della festa, della domenica in famiglia o della sagra di paese. Il Currywurst è il pane quotidiano. Il simbolo dell’identità operaia tedesca. Non esiste senza le patatine fritte ricoperte da una montagna di maionese [Pommes Schranke] e si mangia in piedi, fuori da un chioschetto [Imbiss]. Non fa prigionieri.
Per i casoncelli, ti siedi, hai una tovaglia e usi una forchetta di metallo. Per il currywurst, sei in mezzo alla strada, spesso al freddo e la tua unica preoccupazione è non macchiarti la sciarpa giallonera con la salsa. Il casoncello chiama un bicchiere di Valcalepio Rosso, il currywurst esige una Dortmunder Export. Il punto di contatto inaspettato è che sono entrambi piatti nati per dare energia a chi lavora sodo, in due città che di quella fama si nutrono. Curiosamente, così come Dortmund era un tempo riconosciuta la capitale della birra della Germania [la DAB, la Kronen], Bergamo ha sviluppato una tradizione recente di artigianali, per esempio con il Poretti che ha sede nella vicina Valganna e non ha rapporti commerciali con Slalom. Ma magari prima dei play-off li chiamiamo. È buffo che la famiglia Tasso di Bergamo, famosa per aver fondato il servizio postale europeo, sia anche responsabile della nascita di uno dei più antichi birrifici in Baviera. O almeno così c’era scritto da qualche parte, ma in questo momento il link negli appunti non si trova più.
④ Monaco vs Paris Saint-Germain . Qui siamo dalle parti dell’antropologia urbana. Se cerchiamo la contrapposizione definitiva tra un parigino e un monegasco, bisogna guardare il marciapiede, la distanza tra il diritto alla sporcizia e il Truman Show della Costa Azzurra. Un parigino e una parigina vivono per la terrasse del bistrot. Per loro il marciapiede è un’estensione del salotto dove è sacrosanto fumare, far cadere cenere e lasciar correre il cane con una certa libertà creativa. Un marciapiede troppo pulito inquieta Parigi. Sembra che manchino la vita, la storia e la rivoluzione. A Monaco vivono in una città-Stato che sembra lavata con lo spazzolino da denti ogni mattina all’alba. Se lasci cadere una briciola di croissant sul marciapiede, vieni inquadrato da tre telecamere di sicurezza con scanner facciale e un addetto alla pulizia la rimuove prima che tocchi terra. È l’unico posto al mondo dove il suolo brilla più del cielo.
Il parigino pensa che il monegasco sia il figurante di un film di lusso ma noioso; il monegasco pensa che il parigino sia un figurante di un film in bianco e nero. Per fortuna le Coppe sono infrasettimanali perché un parigino DOC con la sigaretta accesa, la sciarpa esistenzialista e l’umore nero come il caffè non sopravviverebbe a una domenica a Monte-Carlo. Morirebbe per l’assenza di rumore, rotto ogni tanto dal rombo vellutato di una Ferrari o di una Bentley. Non è che a Parigi siano poveri. È che i miliardari giocano a fare gli intellettuali bohémien.
⑤ Benfica vs Real Madrid. Due terre di navigatori antichi. Il navigatore di Lisbona è l’esploratore, il marinaio che ha cambiato il mondo. Ferdinando Magellano, sebbene salpò sotto bandiera spagnola, era portoghese di nascita e formazione, così come Bartolomeu Dias e Vasco da Gama, con uno spirito rivolto all’infinito, al mistero dell’oceano, al desiderio di scoprire nuove rotte commerciali e terre sconosciute. Oggi navigano i vicoli ripidi dell’Alfama sul Tram 28. Il navigatore di Madrid non ha mai visto l’oceano dalla sua città – questo è certo. Ha un altro spirito, quello del conquistatore di terra che solca le complesse acque della politica e dell’arte. La sua abilità non è leggere le stelle in mare, ma leggere le persone a corte. Oggi naviga le grandi calles e la spedizione più avventurosa avviene tra le tapas.
⑥ Bruges vs Atlético Madrid. I pittori, diamine. Come si fa a scrivere di calcio senza un pittore? I fiamminghi come Pieter Paul Rubens hanno rivoluzionato il Barocco con colori pieni e dinamismo, mentre per Madrid spicca il maestro assoluto Diego Velázquez [d’accordo, d’accordo, era nato a Siviglia, na fu pittore di corte madrileno]. Entrambi considerano l’Italia una tappa fondamentale, come Diego Simeone. Rubens visse tra Mantova e Roma, Velázquez vi compì due viaggi decisivi di studio. Uno era esuberante, l’altro sobrio, uno cercava la bellezza eroica, l’altro l’atmosfera. Se uno avesse saputo dire tutte queste al professore di storia dell’arte, non avrebbe campato a botte di cinque e cinque-e-mezzo per cinque anni.
⑦ Qarabağ vs Newcastle United. Parliamo di musica. Un pilastro per entrambe le culture. Il cuore musicale dell’Azerbaigian è il mugham, un genere tradizionale di arte vocale e strumentale, patrimonio dell’UNESCO. Richiede concentrazione, maestria e ore di esibizione. È una musica per l’anima e per la contemplazione. A Newcastle il cuore musicale è il glam rock dei Geordie, il metal estremo dei Venom, il punk degli Angelic Upstarts e il folk-metal dei Skyclad.
⑧ Olympiakos vs Leverkusen. Qui bisogna sedersi perché la faccenda è seria. Leverkusen è la città legata all’azienda farmaceutica Bayer, ma non è che nell’Atene classica se ne stavano con le mani in mano quando si trattava di salute umana e scienza delle colture. Ippocrate portò la cura delle malattie fuori dai templi, Teofrasto è il padre della botanica e un laboratorio in Germania non può togliere a Demetra il ruolo di madre della sicurezza alimentare. Oggi, se hai il mal di testa, Bayer ti vende un’aspirina validata da test clinici. Ad Atene, andavi al tempio di Asclepio per fare l’incubazione: ti sdraiavi a terra e aspettavi che un dio ti apparisse in sogno per darti la ricetta. Il santuario era pieno di serpenti non velenosi che strisciavano tra i pazienti. Mentra la divisione Crop Science di Bayer si danna per ottimizzare il DNA delle piante, ad Atene il segreto agricolo più custodito era un rapimento. Il successo del raccolto dipendeva dal fatto che Demetra – la ceo dell’agricoltura greca – fosse o meno di buon umore dopo che Ade le aveva rubato la figlia.
Anche Atene aveva dei bei prodotti farmaceutici. Prendiamo lo sciroppo. No, non in senso letterale. Prendiamo per modo di dire. Il re indiscusso era l’ossimele, una miscela di miele e aceto che faceva da base per quasi ogni rimedio. Era la versione 1.0 degli intrugli per la tosse, con un retrogusto di insalata condita male. Se la tosse era proprio brutta brutta, gli ateniesi passavano alle maniere forti con un bulbo marino bollito nel miele. Un espettorante micidiale. Con un problema: la pianta è tossica e se sbagli il dosaggio c’è qualche conseguenza. Ma poi passa tutto. Proprio tutto. Per un bulbo bollito nel miele, la Bayer passerebbe anni in tribunale.
Oh, se oggi prendi un multivitaminico Bayer, ad Atene bevevi il ciceone, una sbobbazza densa a base di acqua, orzo, menta, e talvolta formaggio grattugiato. Veniva usato come sciroppo ricostituente per i contadini, ma anche nei riti religiosi, dove pare avesse effetti allucinogeni. Gli ateniesi avevano anche una specie di Vicks. I farmacisti – i rhizotomoi, ovvero tagliatori di radici – lo creavano a base di timo e mentuccia. Si assumeva per masticazione e il naso si sturava per direttissima. Se tuttavia gli sciroppi e il Vicks fallivano, i greci passavano alla cosiddetta farmacopea dello sterco. Escrementi di mulo o di bue venivano diluiti nel vino o nell’acqua mielata. Senza la chimica organica di Bayer, i greci osservavano la natura: vedevano che lo sterco fermentava e produceva calore, quindi deducevano che dovesse avere una forza vitale. In effetti faceva rimettere anche l’anima, una totale purificazione, necessaria per espellere la malattia. Se un bambino ateniese faceva i capricci per lo sciroppo al miele, la minaccia di passare alla versione al mulo era un ottimo incentivo a guarire in fretta.
Oh, tutto questo non servirà a niente per le partite di Champions. Ma non riuscirete più a guardare Olympiakos-Leverkusen senza pensare agli sciroppi ateniesi.
🗞️ Corriere della sera: “I compiti dopo le Coppe di Napoli, Inter e delle altre” – Paolo Condò ha scritto a proposito della sola italiana esclusa: “Il dovere del Napoli è la qualificazione alla Champions, pietra angolare attorno alla quale si chiariranno le domande ancora inespresse. 1) Conte resterà? Il dubbio è lecito visto che a parte i tre anni alla Juve, non è mai andato oltre i due. 2) McTominay verrà difeso? Dalla Premier verrà certamente qualcuno con offerte milionarie, perché è incredibile come gli inglesi se lo siano lasciato scappare. 3) Ci sarà un tentativo convinto di reinserire De Bruyne? Calcolando che calpesta le stesse zolle di McTominay, al rientro non sarà lo scozzese a doversi adeguare”.
🗞️ Repubblica: “Osimhen e il gelo del nords. Ostacoli per Juventus e Inter” – Maurizio Crosetti ha scritto: “Come siamo ridotti e dove siamo diretti, in fondo è la stessa cosa. Il sorteggio, come il futuro di quella vecchia canzone, è sempre un’ipotesi: il calcio italiano ha imparato a rovinarsi la vita e, ogni tanto, a inventare l’impresa”
🗞️ Corriere dello sport-stadio: “Conviene volare bassi” – Alberto Polverosi ha scritto: “La Norvegia sarà pure il Paese dei salmoni, ma provate a pescarne uno con le mani. Ci vuole la zampata di un orso, con un’unghiata rapida e cattiva. Ecco, quelli del Bodø quando giocano sul loro campo sintetico sgusciano come salmoni e se hanno spazio ti travolgono. E’ una delle migliori squadre contropiediste di questa Champions”
🗞️ Corriere della sera: “Entra Comvest, esce Elliot. Il Milan è sempre più di Cardinale” – Cambiano gli equilibri, confermati Scaroni e Furlani, Mateta adesso è più vicino.
🗞️ La Stampa: “Beffa Mateta” – Il francese del Crystal Palace al Milan: preso per giugno, può arrivare subito. La Juve insiste su Kolo Muani ma incontra di nuovo gli agenti di Zirkzee”
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La montagna a Crans-Montana ha respinto lo sci
Crans-Montana avrebbe dovuto offrire con la Coppa del mondo di sci una parentesi sportiva capace, non di cancellare, ma almeno di allentare il peso della tragedia avvenuta a Capodanno, quaranta morti al Constellation, molti giovanissimi, una ferita che non si chiuderà mai nel Vallese. Ma la montagna, il tempo e gli eventi hanno reso tutto questo irrilevante. Prima l’austriaca Nina Ortlieb, poi la norvegese Marte Monsen, infine Lindsey Vonn sono cadute. Tre corpi sbalzati sulla neve, tre segnali venuti da qualche parte. A Crans-Montana non si doveva sciare. La gara è stata fermata subito dopo, per evitare altro o chissà che. In serata Vonn ha affidato a Instagram un messaggio che tiene insieme paura e ostinazione: ci saranno nuovi accertamenti, il quadro non è rassicurante, ma il suo obiettivo olimpico di Milano-Cortina è ancora vivo.
Gli organizzatori avevano tentato di preparare tutto nel segno di una sobrietà quasi rituale. Racconta Flavio Vanetti sul Corriere della sera: “Un minuto di silenzio prima di ogni prova, pettorali neri al posto di quelli rossi, tradizionali. E ancora: bandite quelle scene dei tifosi alla proclamazione del vincitore, grida, battimani, ultrà che saltano sui tavoli tracannando birra a volontà. Adesso si vocifera che siano perplessi, gli sponsor. Alcuni, addirittura, da giorni sarebbero scappati di corsa, sempre più preoccupati dall’immagine pessima che sta mostrando Crans. Altri invece stanno provando a resistere, sperando che la buriana mediatica sul Vallese prima o poi si affievolisca”.
Le Nouvelliste, il quotidiano di Sion, ha raccolto dichiarazioni e malumori. Il direttore generale della competizione, Didier Defago, parlava di rispetto e dignità nello spirito del momento, spiegando la decisione di riorganizzare il programma. Ma accanto a quelle parole il giornale affianca una serie di interventi che suonano come un atto d’accusa politico, fino a mettere in discussione la leadership del sindaco di Crans-Montana, Féraud. Il Corriere riferisce che il fronte tra le atlete era diviso già prima del via: c’era chi non avrebbe voluto partire, chi era convinta che si potesse correre comunque. Le tre cadute hanno chiuso ogni discussione. La decisione finale è toccata al direttore di gara, l’italiano Peter Gerdol. Oggi si dovrebbe riprovare con il Super-G. Il meteo non promette aperture e a Crans-Montana l’aria resta carica di qualcosa di indicibile. La montagna e la memoria non si lasciano imporre niente.
🗞️ La Gazzetta dello sport: “Sofia, se ci sei… – Goggia vista Giochi. Serve un segnale sulla pista amica”
🗞️ La Stampa: “Curling, petizione contro il ct Mariani. Firma la madre della capitana azzurra – Il caso Romei scuote ancora la Nazionale a pochi giorni dai Giochi”
► La Virtus Bologna ha vinto in Eurolega in casa del Monaco con una tripla di Vildoza messa dentro a tre secondi dalla fine [82-84] nonostante le assenze di Pajola, Edwards e Smailagic – il giocatore di basket che fa sempre un colpo grosso serbo.
◇ Pare che la Ferrari stia andando bene nei test segreti di Barcellona. Il Corriere della sera parla di “test da leader” per Lewis Hamilton, miglior tempo nella prima sessione con gomme morbide. Ma Giorgio Terruzzi chiarisce: “Questi 5 giorni di test sono serviti ai team per ottenere informazioni più che prestazioni, non permettono di comprendere pregi inattesi o magagne emerse utilizzando motori nuovissimi, aerodinamiche inedite, destinate peraltro a cambiare profondamente da qui al primo Gp”.
◇ Remco Evenepoel ha vinto di nuovo. Dopo la cronosquadre del Trofeo Ses Salines di giovedì, ieri si è preso al Challenge di Maiorca anche il Trofeo Serra Tramuntana.L’ha fatto come si vince oggi, dopo una lunga corsa in solitudine di 50 km.
◇ Sha’Carri Richardson, argento alle Olimpiadi di Parigi nei 100 metri, è stata arrestata in Florida, vicino a Orlando, per eccesso di velocità. No, non perché corresse lei. Correva la macchina. Andava a 160. È rimasto coinvolto pure Christian Coleman, il suo burrascoso compagno. Si è avvicinato agli agenti, si è rifiutato di farsi identificare e quando hanno perquisito la macchina gli hanno trovato un dispositivo per il consumo di droga con una piccola quantità di hashish.
◇ Dopo 16 partite di assenza per un infortunio a un ginocchio, Nikola Jokic è tornato in campo e ha segnato 31 punti con 12 rimbalzi nella vittoria di Denver sui Clippers per 122-109. Nella storia NBA mai nessuno aveva messo assieme almeno 30 punti e 10 rimbalzi [con 5 assist] in meno di 25 minuti. I Clippers avevano vinto 16 delle ultime 19 partite.
Il ponte della tecnologia tra il corpo e la mente
Lo sport è una versione concentrata della vita e non è mai stato chiaro chi comandi davvero tra mente e corpo. Oggi ancora meno. È il senso di una bella riflessione che appare stamattina sulla Gazzetta dello sport, a cura della vicedirettrice Arianna Ravelli. Per secoli li abbiamo pensati separati, con la mente nobile e il corpo un po’ bestiale da tenere a bada. Le neuroscienze hanno mostrato che invece sono intrecciati e inseparabili. Lo sport, spingendoli entrambi in condizioni estreme, rende questa tensione visibile a tutti.
Gli atleti di alto livello conoscono il proprio corpo meglio di chiunque altro perché è il loro strumento di lavoro. Il dolore non è un incidente, ma parte del mestiere. Alcuni imparano a dominarlo, altri a conviverci, altri ancora a ignorarlo. Quando Arianna Ravelli cita Federica Brignone che forza i recuperi o Rafa Nadal che ha costruito una carriera sulla sopportazione, non celebra l’eroismo cieco ma mostra quanto la mente possa diventare un motore che prova a spingere oltre, anestetizza, convince il corpo a fare ancora un passo. Ma questo motore, a volte, porta fuori strada.
Il caso di Musetti è disturbante. Fermarsi davanti al dolore in una partita che poteva cambiarti la carriera è davvero un segno di debolezza? Ravelli suggerisce il contrario. Ascoltare il corpo, capire fin dove ci si può spingere, può essere una forma di maturità. La resilienza non è sempre una virtù assoluta. In certi momenti smettere non è arrendersi. Eppure ci piacciono i campione che spostano il limite. Da Márquez a Tamberi, quelli che tutti hanno vissuto il rapporto con il corpo come una trattativa continua. Guardiamo con più sospetto le Simone Biles, anche se a Tokyo ha fatto qualcosa di nuovo, o forse proprio per quello. Ha detto che una mente va protetta più di un risultato. Un gesto che ha scosso l’idea tradizionale di grandezza sportiva.
Oggi tra mente e corpo, sottolinea Ravelli, si è inserita la tecnologia con sensori, dati biometrici, numeri che traducono in tempo reale ciò che il corpo prova. La mente non si limita più a comandare o a resistere, ma osserva e misura, in fin dei conti interpreta. Non sappiamo ancora cosa questo produca davvero – ricorderete il dibattito sul braccialetto di Melbourne dell’altro giorno. Quei numeri aiutano o condizionano? Rendono l’atleta più consapevole o più fragile? E soprattutto: parlano all’atleta o a chi decide per lui?
“Lo sport – conclude Ravelli – chiede sempre di più, ma comincia anche a interrogarsi su quanto sia giusto chiedere (e su chi, alla fine, debba davvero dire l’ultima parola: se la testa, il corpo, una macchina o l’equilibrio fragile che li tiene faticosamente tutti assieme)”.
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La crisi congelata del Marsiglia
La tempesta al Marsiglia è passata, ma non è la stessa cosa che considerarla finita. I problemi che l’hanno causata non sono risolti, la stagione resta in bilico, il progetto fragile e L’Équipe lascia intendere che non una riconciliazione c’è stata con De Zerbi, ma una tregua dopo giorni di disordine. L’assenza dall’allenamento dopo l’eliminazione dalla Champions è stato un tuono messo in scena per riprendere il controllo del racconto prima che la crisi diventasse istituzionale. Una serie di colloqui notturni hanno evitato la di rottura, così secondo L’Équipe il rumore esterno è stato molto più violento della realtà dei fatti, ma il rumore esterno ha rischiato di diventare una verità.
De Zerbi ora ribadisce di non aver mai chiesto di andarsene e ha parlato da allenatore che vuole restare a lungo. Il giornale sottolinea però che questo intervento non è neutrale. Dentro la calma ritrovata, De Zerbi inserisce per la prima volta una critica implicita alla gestione del club, soprattutto alla volatilità del progetto sportivo quando dice di troppi cambi, troppe rivoluzioni, scarsa possibilità di costruire coesione. È un passaggio nuovo, e L’Équipe lo segnala come tale, perché rompe l’idea di un fronte olimpien compatto dietro lo slogan “seuls contre tous”. Allo stesso tempo, Simon Bolle non assolve De Zerbi e ricorda che anche lui ha validato gli acquisti, il suo management contribuisce all’instabilità, i grandi scarti di rendimento della squadra portano la sua firma. Separarsi ora non conviene a nessuno – questo è il punto. Non a De Zerbi, che non ha mai lasciato un club a stagione in corso; non all’OM per ragioni economiche e di equilibrio già precario. La continuità non è una scelta ma una necessità condivisa.
Di cose ne succedono pure a Paris. Sono andati a prendersi Ciro Immobile dal Bologna con un blitz e lo mettono accanto a Ilan Kebbal, “il marsigliese che brilla a Parigi” e che oggi affronta la squadra della sua città.
ore 17 su Sky Sport: Paris FC vs Marsiglia
🗞️ L’Equipe Magazine intervista Endrick – “Il prodigio che sta dando nuova vita all’OL: “In campo guardo solo la porta”. La nuova stella brasiliana della Ligue 1 ammette senza mezzi termini di monopolizzare la maggior parte dei tiri della sua squadra. Il numero 9, in prestito dal Real Madrid, nutre grandi ambizioni a Lione, dove si è ambientato perfettamente in poche settimane”.
Il Bayern contro tutti
Non tutte le squadre della Bundesliga hanno giocato lo stesso numero di partite, eppure nonostante qualche asterisco il 66,6% di esse ha una differenza reti negativa. Non è un record assoluto ma una rarità. La percentuale più alta tra i professionisti inglesi dovrebbe essere quella registrata nella seconda divisione del 2005-06, quando 17 delle 24 squadre [71%] avevano un saldo negativo. Accadde perché il Reading capolista chiuse con +67. Le Premier League 1998-99 e 2017-18 sono finite con 14 delle 20 squadre che avevano subito più di quanto avessero segnato, e tra i dilettanti si segnala un 75% toccato negli anni Cinquanta nella Division Three South inglese.
In Portogallo è un evento che accade regolarmente. L’ultima volta fu nel 2022-23 , quando solo in quattro andarono a saldo positivo su 18 [77,8% sotto]: Benfica, Porto, Braga e Sporting. Lo stesso era accaduto nel 2017-18 con le stesse quattro squadre, e di nuovo quattro nel 2009-10: indovinate quali. Nel 1991 il Benfica vinse il campionato con una differenza di +71, il Porto fu secondo con +55. Si tratta insomma di una lega in cui lo squilibrio è diventato strutturale.
Ora accade in Germania, ultima conferma di un dominio del Bayern che nessuno sa arginare. Stasera trasferta ad Amburgo. Da noi hanno un saldo negativo in 11 su 20.
ore 18.30 su Sky Sport
🗞️ The Athletic: “Il Bayern annuncia che Leon Goretzka lascerà il club alla fine della stagione”
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