Una giornata con Diego nell’anno che sarà di Diego

Buenos Aires, il primo giorno di un anno che si terrà nel segno di Diego Armando Maradona. Lui emerge dall’acqua con i capelli bagnati incollati al collo e comincia a fare numeri con un pallone sul prato di casa, davanti a fratelli, cugini, amici. “Ma chi ti credi d’essere, Maradona?” verrebbe quasi da dire, scrive Raffaele Dalla Vite, inviato de La Gazzetta dello sport davanti a quel ragazzo rotondo che gioca come se fosse un gioco.
La giornata si svolge nella Quinta di Villa Devoto, la residenza di campagna della famiglia Maradona, un luogo isolato, verde, protetto. Diego arriva con Claudia, seduta accanto a lui in macchina. “È la mia coccolina, il mio tesoro”, dice stringendola mentre guida. Il padre saluta da lontano agitando un cappello di paglia. Il cancello si apre su campi, alberi, silenzio.
Diego accompagna l’ospite in un giro orgoglioso: il campo da calcio illuminato per giocare anche di notte, le sagome di legno per le punizioni, il tennis, le bocce, gli attrezzi sparsi sul prato. È qui che si capisce come abbia potuto inserirsi così naturalmente a Napoli, osserva Dalla Vite: solo in una città così avrebbe potuto sentirsi davvero a casa.
Il pranzo è familiare, semplice, abbondante. Nonna Salvadora fuma il sigaro, racconta, ride. Diego la prende sulle ginocchia e la dondola. “È l’unica nonna che ho, è secca ma forte come una roccia”. Poi arriva il momento dello svago. “Una sarabanda vera”, la chiama Dalla Vite. Calcio balilla, ping-pong, biliardo. Diego urla, ride, fa finte anche lì. Al biliardino segna e si inginocchia come al San Paolo. Solo più tardi, sdraiati sull’erba, senza taccuini, Diego accetta di parlare di calcio. Dice: “Ogni domenica per me è un mondiale. Quello in Messico non è un’ossessione. Conta la salute, prima di tutto. Per me e per tutti i miei cari”.
Parla di Napoli con gratitudine. “I soldi non sono tutto nella vita”, spiega raccontando il no al Barcellona. A Napoli dice di sentirsi una persona prima che un calciatore. Ricorda l’occasione mancata con la Juventus nel 1977 e difende Bilardo, ridimensionando polemiche e i racconti sulle spaccature. “Hanno inventato un mio disaccordo con Passarella che non esiste” prova a convincere.
Quando il sole cala, Dalla Vite scrive: “Non è stata un’intervista. È stata una giornata dentro Diego”.