Come giocheranno mai a calcio i nord-coreani

Il 7 gennaio del ‘66 è un venerdì, i 150 milioni della lotteria di Capodannon sono andati a un biglietto venduto a Fiumicino e il presidente della Repubblica Saragat è ritratto in foto sulle prime pagine mentre distribuisce i doni della Befana ai figli dei dipendenti del Quirinale. La politica è alla vigilia del congresso del PSDI a Napoli e il partito ribadisce la sua fiducia al governo Moro, tra qualche giorno atteso in Parlamento per una verifica. Una crisi, secondo Preti, avrebbe solo l’effetto di paralizzare il paese.
Il numero due dei comunisti sovietici, Alexandr Scelepin, è partito invece per Hanoi, a capo di una delegazione che comprende pure due esperti militari. È ritenuto un falco, in passato è stato anche a capo della polizia segreta, così in Occidente non credono che stia andando nel Vietnam del nord per convincere il governo ad accogliere il piano di pace americano. “Non è improbabili che la missione abbia lo scopo di organizzare un più vasto rifornimento di mezzi bellici” scrive il Corriere della sera.
Il giornale ha mandato l’inviato Pietro Sormani in quella che si chiama la Kirghisia [“bce l’avevano descritta come una specie di Svizzera”] e il suo reportage da questo altrove dice che “nelle case, nei cimiteri, dovunque la tradizione islamica sopravvive a dispetto della propaganda antireligiosa. Unica, formale concessione ai tempi nuovi è la stella rossa accanto alla mezzaluna del profeta”. Parla di “immense pianure desolate, dove si vedono soltanto le tende dei pastori”.
Un altrove resta il Mezzogiorno. È passato poco più di un secolo dall’Unità d’Italia e Rosario Romeo recensisce un saggio di Giuseppe Galasso uscito per Einaudi, Mezzogiorno medievale e moderno, nelle cui pagine si dimostra come il sud abbia partecipato alla evoluzione demografica, ma con ritardo e in modo passivo. “Del resto – si legge sul Corriere – un carattere di sostanziale rinuncia ed abdicazione aveva avuto per gli uomini migliori del Risorgimento meridionale anche la stessa adesione all’unità. Poichè non era possibile far che l’Italia meridionale entrasse energicamente da sola nella nuova via nazionale – aveva già scritto il Croce – essi la legarono al carro delI’Italia: sola via, questa, per la quale fosse realizzabile l’ideale di modernità e di libertà per cui si erano invano battuti, nel quadro del mondo meridionale, i riformatori e gli anti-curialisti del Settecento, i rivoluzionari del 1799, gli uomini del 1821 e del 1848. Ma la realizzazione di quell’ideale, anche dopo che il grande sacrificio dell’autonomia meridionale fu compiuto, si ebbe solo in modo assai parziale e imperfetto; e nel nuovo assetto italiano le regioni meridionali e le stesse loro classi dirigenti non ebbero, nel fondo, che un posto secondario, e subordinato alle esigenze di sviluppo, talora in contraddizione con quelle loro proprie, delle regioni settentrionali”.
Insomma, avverte Galasso. la ricorrente insufficienza delle forze politiche e sociali del Mezzogiorno a risolvere i problemi dell’avanzamento civile e morale del loro paese non può essere considerata come un dato accessorio o secondario della storia meridionale: anzi ne costituisce una caratteristica specifica e primaria. In coerenza con questo giudizio, Galasso giudica che la storia meridionale, nonostante tutto, vada intesa e giudicata non sul piano di una storia regionale, al pari di quella di altre parti d’Italia, ma sul piano e col metro di una vera storia nazionale.
Il Corriere commenta: “La formazione della realtà meridionale nel quadro italiano è in effetti un problema a tutt’oggi non esaurito: ma non sembra che quanto sappiamo della storia economica o linguistica, culturale o religiosa, valga a identificare nel Mezzogiorno, su questi piani, una unita più profonda di quella che si riscontra ad esempio tra le regioni dell’area linguistica settentrionale a nord della linea La Spezia-Rimini, o tra quelle dell’area centro-italiana. Frammentarietà della vita sociale, varietà dei dialetti, isolamento di località e regioni, mancanza di una specifica autonomia culturale, impediscono di parlare del Mezzogiorno d’Italia come di una nazione culturale, nel modo stesso che la fragile e problematica – e pur duratura – unità del Regno non autorizza a parlarne come di una nazione politica”.
Un altrove si può trovare pure a nord, in questo caso nel nord della Corea. Le pagine di sport sono dedicate al sorteggio del girone dei Mondiali. Gli asiatici sono finiti insieme con l’URSS e il Cile tra le ruote del carro dell’Italia. La Gazzetta parla di cauto ottimismo, l’ex Ct Foni sospira e dice a Edmondo Fabbri beato te che vai ai Mondiali in queste condizioni, e lui – Fabbri – in effetti ammette: ai quarti dovremmo arrivarci. Gino Franchetti, sulla Gazzetta, racconta che cos’è questa Corea del nord sbucata quasi dal nulla delle qualificazioni asiatiche contro pronostico.
“Da due anni – scrive – la Federazione di calcio nord-coreana he deciso di dedicarsi alla preparazione dei campionati mondiali del 1966. L’incarico di dirigere la squadra, di scegliere i giocatori e di addestrarli tecnicamente e tatticamente è stato affidato all’allenatore Myung Re Hyun, ufficiale dell’esercito. Le direttive imposte dall’alto prevedevano la creazione di una squadra di Stato. I giocatori migliori che militavano nelle varie società del Paese vennero reclutati e tenuti in servizio militare permanente. Le regole che disciplinano la loro vita sono severissime. Essi non devono avere altro interesse se non il bene del Paese: sono dei soldati in tutto e per tutto, con la differenza che il … suolo nazionale lo difendono tirando calci ad un pallone. L’allenamento cui sono sottoposti non e certo dei più leggeri ed è tale da far impallidire non soltanto i dilettanti africani o dell’Europa settentrionale, ma anche i professionisti italiani. I coreani si allenano sul campo per sei ore al giorno! Essi devono vivere in caserma tutti insieme almeno fino a quando non si saranno conclusi i campionati mondiali del ’66. Fino a quella data non possono prender moglie. Naturalmente accettano volentieri queste limitazioni, in quanto sono perfettamente convinti del loro dovere e, dopo tutto, i risultati hanno dato finora ragione a questi sistemi”.
Spiega che la squadra gioca “una specie di 4-3-3” ma “accanto alla tattica occorre porre nel dovuto risalto lo spirito che anima tutti componenti della squadra, convinti davvero di lottare per il proprio Paese ad ogni partita che affrontano. Negli spogliatoi. prima di scendere in campo, intonano in coro inni patriottici e quindi gridano, tutti insieme a voce altissima: «Corea! Corea! Corea!»: una specie di invocazione a se stessi e al destino”. La Gazzetta sottolinea che la squadra ha un’altezza media di un metro e 73 [“sono molti per un asiatico” scrive Franchetti] e i nomi segnalati sono quelli di Li Chan Myung, il portiere [“ha un ottimo stile e un buon rinvio, degni di un portiere europeo o sudamericano”], le ali Han Bong Jin e Kim Seung II, l’interno sinistro Kang Ryong Woon e Seung II che ha segnato tre gol nella seconda partita con l’Australia, “tirando da oltre 20 metri”.
Poi dall’altrove sbucherà Pak do Ik.