L’ultimo santino della NFL

 

   

Nella NFL moderna contano più le decisioni organizzative che il talento isolato. Chi azzecca tutto al momento giusto arriva al Super Bowl, anche partendo da lontanissimo. Così si spiega secondo Mike Sando su The Athletic il Super Bowl più improbabile degli ultimi decenni — Seahawks contro Patriots. Arrivano da outsider storici perché hanno sfidato valutazioni consolidate. I Seahawks hanno puntato su Mike Macdonald come capo allenatore e hanno rilanciato Sam Darnold, un quarterback dato per finito. I Patriots hanno accelerato il cambio di rotta affidandosi a Mike Vrabel e a Drake Maye, mostrando come anche un quarterback al secondo anno possa reggere il palcoscenico massimo se inserito nel contesto corretto.

È Drake Maye il ragazzo del poster. Uno dei quarterback giovani più osservati degli ultimi anni perché unisce un profilo fisico da NFL moderna e una formazione tecnica già avanzata, ma senza l’aura del predestinato mediatico. Ha 23 anni, cresciuto in North Carolina, esploso a UNC dopo aver preso il posto di Sam Howell. Alto, potente, con ua facilità nel lanciare profondo, Maye ha mostrato di non essere solo un braccio ma un quarterback che legge il campo con calma. Tecnicamente è un passatore verticale ma paziente. Sa attaccare il centro del campo, non forza il lancio per impressionare. Quando sbaglia, lo fa più per eccesso di fiducia che per confusione. Atleticamente è più mobile di quanto sembri. 

Ma Drake Maye non è solo un quarterback di talento. È un giovane uomo con una storia personale forte. I pezzi su di lui costruiscono in genere un’immagine pulita, rassicurante, quasi inattaccabile: raccontano della sua famiglia solida, della sua relazione stabile con la moglie, dei suoi gesti generosi, delle sue parole misurate, della sua fede e della sua inclinazione a usare la visibilità della NFL per parlare di spiritualità. Non è Tim Tebow, ma non ci siamo lontani. Non ci sono spigoli, nel mondo di Drake Maye. È il volto perfetto per una lega che ha bisogno di quarterback nuovi da mostrare. Maye viene presentato un po’ dovunque come il bravo ragazzo cresciuto bene, competitivo ma gentile, ambizioso ma grato. La sensazione è che i media abbiano scelto una chiave unica — la sua normalità virtuosa — e la stiano ripetendo da angolazioni diverse. Bianco, buono e biondo. Un santino che nessuno ha ancora sporcato.

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