Sindacato è una bella parola che proviene dal greco “dike”, cioè giustizia, e “syn”, insieme: syn-dike, “giustizia insieme”
Papa Francesco
Djokovic è stanco di fare il sindacalista
Ora che Novak Djokovic ha tagliato i ponti con la Professional Tennis Players Association, il sindacato che doveva essere l’anti-ATP nelle intenzioni ribelli del più incontenibile fra i tennisti dell’età contemporanea, resta da capire chi prenderà la guida di un mondo che avrebbe molti punti da sistemare e altrettanti nodi da sciogliere, dai calendari affollati alle competizioni a squadre quasi tutte uguali. Sinner e Alcaraz sembrano avere caratteri diversi e se Djokovic si defila dicendo che “i miei valori e il mio approccio non sono più in linea con l’attuale direzione dell’organizzazione”, bisognerà guardare prima o poi l’orizzonte per capire cosa arriva nel tennis e chi vorrà farsi carico del ruolo di leader sindacale.
Djokovic ha scritto su Twitter o come diavolo si chiama stamattina di avere “continua preoccupazione riguardo alla trasparenza, alla governance e al modo in cui la mia voce e la mia immagine sono state rappresentate”. A marzo, la PTPA aveva intentato una class action contro i tour femminile e maschile, la federazione internazionale tennis e l’agenzia per l’integrità sportiva, accusandole di “abuso sistematico, pratiche anticoncorrenziali e palese disprezzo per il benessere di chi gioca”. In seguito, i quattro tornei del Grande Slam sono stati aggiunti come imputati. Ma al momento della presentazione della causa, Djokovic non era elencato tra i querelanti; lo erano invece Pospisil e altri giocatori.
Quella di Djokovic allora non è la fine di una ribellione, ma la fine dell’illusione che una sola figura — per quanto grande — possa riformare un sistema così stratificato. Djokovic esce di scena non perché ha perso, ma perché ha capito che questa battaglia non può essere vinta da un singolo, nemmeno da chi si candida a essere il più grande di sempre. Una ritirata che non è una sconfitta, ma una presa d’atto politica e personale insieme, perfettamente coerente con il percorso controverso di Djokovic. Novak aveva fondato la PTPA per colmare un vuoto. Nel tennis i giocatori sono imprenditori di sé stessi, ma senza quegli strumenti di tutela collettiva tipici degli sport di squadra. L’idea era di dar voce a chi produce il valore – si dice così – in un sistema dove il sindacato ufficiale [ATP] è in realtà parte e controparte. In termini politici è come se la CGIL fosse a Palazzo Chigi. Ma neppure la PTPA è stata un sindacato, casomai ha giocato da pubblico mistero, ha messo sulla pubblica piazza atti di accusa, e soprattutto morali.
Djokovic, col tempo, deve aver capito due cose. La prima: la sua presenza schiacciava tutto. Ogni battaglia della PTPA diventava mediaticamente la battaglia di Djokovic. Non è altruismo retorico quando dice “voglio che siano altri a farsi avanti”. Probabilmente deve essere subentrata la consapevolezza che un leader ingombrante quanto lui impediva la nascita di una leadership diffusa.
La seconda: la battaglia sindacale richiede un compromesso permanente, mentre Djokovic è un uomo di principi non negoziabili. Le sue parole su “trasparenza, governance e uso della mia immagine” raccontano che non è più disposto a riconoscere la PTPA come uno spazio che lo rappresenti davvero. Il fatto che non fosse tra i firmatari della class action è centrale. Djokovic sostiene la causa, ma rifiuta il ruolo di volto giudiziario dello scontro. È come se dicesse: la denuncia è giusta, ma non posso essere io l’uomo che la porta fino in fondo. Non può o forse non vuole diventare un’istituzione, neppure un’istituzione alternativa a quelle che contesta.
“Mi concentrerò sul mio tennis, sulla mia famiglia, e su contributi allo sport che riflettano i miei principi” ha scritto nel finale del suo messaggio. È un addio che sposta la sfida dalla politica organizzata all’esempio individuale. Forse lo vedremo ancora più imprendibile, più immarcabile, più ribelle. Ma le battaglie di Djokovic saranno davvero di Djokovic. Di Djokovic e basta.