Natale in mare nel nome di Jules Verne

C’è gente che farà Natale in mare. Sono i navigatori e le navigatrici del Trophée Jules Verne, uno sfacciato riferimento al Giro del mondo in 80 giorni. La competizione è libera e aperta a tutti i tipi di imbarcazione a vela. La partenza e l’arrivo sono ad Ouessant, più precisamente da una linea immaginaria che collega il faro di Créac’h sull’île d’Ouessant e il faro di Capo Lizard. Il percorso prevede di lasciarsi alla propria sinistra il Capo di Buona Speranza, il Capo Leeuwin e il Capo Horn. Senza scalo e senza assistenza. Auguri.
Sono partiti mentre molti preparavano la lista della spesa e dei regali. L’Équipe dedica a loro la copertina di questa vigilia. Thomas Coville e l’equipaggio di Sodebo Ultim 3 stanno per esempio scivolando a tutta velocità verso sud, e Pascal Sidoine racconta questa regata che non ha nulla della prudenza, “un’andatura che fa impazzire i contatori e dà al Jules Verne una dimensione di sfida assoluta”.
L’equipaggio ha quasi un giorno e mezzo di anticipo sul tempo di Francis Joyon del 2017. A bordo di un trimarano con altri cinque persone, arrivò in 40 giorni, 23 ore, 30 minuti e 30 secondi, alla media di 26.9 nodi. “Dopo due tentativi abortiti per avarie al timone, questa campagna nasce come una ferita da rimarginare”, scrive L’Equipe. La barca è stata ottimizzata, l’equipaggio è lo stesso di altre volte, “non per un’ossessione astratta ma per qualcosa che Coville sente nella pancia”..
La barca sta andando a oltre 33 nodi. “Non è più l’oceano familiare delle latitudini temperate: è l’avvicinamento a un altro spazio, quello che porta dritto verso l’Antartide, il luogo più ostile del pianeta” racconta il giornale francese, e questo Natale diverso viene vissuto a bordo “non come un sacrificio, ma come uno spostamento di coordinate”.
Alexia Barrier è invece alla testa di un equipaggio composto con altre sette compagne, stanno arrivando in mezzo all’oceano Indiano, dopo quattro giorni persi per una fissazione difettosa “Non è più la velocità a tenere insieme l’equipaggio, ma la decisione condivisa di andare avanti” con il progetto di diventare il primo equipaggio tutto femminile a completare il giro del mondo. L’unico precedente, nel 1998, si era fermato prima di Capo Horn. Domani le otto signore saranno al largo di Cap Leeuwin, seconda grande porta del giro del mondo. “Il Sud non è più un concetto geografico ma uno stato mentale”, scrive Sidoine raccontando l’oceano Indiano come uno spazio ipnotico. Metà dell’equipaggio non aveva mai navigato nelle alte latitudini, “l’inesperienza diventa quasi una forma di protezione, una leggerezza che permette di non farsi schiacciare dalla paura”.
Il Natale è ridotto all’essenziale. Una bottiglia messa al fresco, qualche cibo nascosto prima della partenza, “riti minimi per ricordarsi che il tempo passa anche qui, dove tutto sembra sospeso”. Sidoine racconta lo scarto di “vivere ciò che di solito si legge nei libri, senza la distanza rassicurante del racconto. C’è la sensazione di un’esperienza fuori asse, quasi irreale”. La barca si chiama Idec Sport e va, procede, con la soddisfazione di “aver trasformato un fallimento annunciato in un’esperienza che nessun tempo ufficiale potrà mai misurare”.