montaggio Vlasic, Zapata e quel che manca al Torino
Con quel suo corpo da incursore e quel suo passo da trequartista, Vlasic ha vissuto i migliori minuti del pomeriggio nella pancia della partita con la Cremonese. Ha galleggiato tra le linee quando doveva, le ha rotte con un passaggio quando poteva. Soprattutto ha fatto trovare il suo piede nei paraggi di una rocambole, un rimpallo che Zapata è andato a provocare con la sua fisicità dentro l’area, a dimostrazione che se Duvan sta bene il Torino può diventare un’altra squadra. Ha il fisico per essere una boa e piedi dolci come acqua di lago. Ieri se n’è andato una volta a sinistra e una volta a destra come se fosse stato un’aletta di un metro e sessanta.
Il punto per il Toro è un altro. Il punto non è pescare in giro nuovi Zapata o nuovi Vlasic. Quello Petrachi dovrebbe essere in grado di garantirlo. Il punto è tenerseli. Non per sempre. Nessuno tiene più per sempre i calciatori da quando gli agenti non guadagnano più in percentuale sui loro stipendi ma sui loro trasferimenti, da quando cioè sono diventati una sorta di agenti immobiliari. Ma tenerli un po’, almeno un po’ per costruire un tessuto di squadra – questo manca al Torino. Nessun giocatore della rosa attuale è fra i primi-100 per presenze nella storia del club. Il Napoli ne ha cinque nei primi-50 e cinque dei primi-10 sono stati nel club in questi ultimi quindici anni. L’Atalanta ne ha tre fra i primi-8. Il Bologna ha Orsolini e Skorupski sull’uscio dei primi-20. Sono tre club a cui il Torino deve guardare come modelli: non c’è nulla che sia stato fatto lì di inaccessibile per le finanze del Torino. Il trading è stato necessario anche a loro, ma non si possono asportare in continuazione organi a un corpo senza vederlo smettere di respirare.
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sceneggiatura La trama del Milan con le neopromosse
A mezzogiorno San Siro chiede al Milan una risposta, prima ancora che tre punti. Allegri lo sa e lo dice col pizzo a riso a mezzo muso – che non è corto: con le neopromosse bisogna cambiare passo, perché sono state Cremonese e Pisa a rallentare quella corsa che invece contro le migliori – Inter, Napoli, Roma, Bologna – era sembrata credibile. Il Milan sta meglio quando soffre e aspetta, quando l’avversario fa la partita. Ma il Sassuolo non è tipo da accomodarsi. Arriva con 20 punti in 14 giornate e senza complessi, Allegri avverte che possono segnare in qualsiasi momento. Anche se non c’è Berardi l’ammazza-Milan. Servirà un Milan ordinato per non scivolare nei soliti vuoti di tensione. Non ci saranno calcoli in vista della Supercoppa: in campo i migliori, a partire da Pulisic, capocannoniere e uomo-poster dopo la doppietta febbricitante al Torino. Con Leão sul divano, torna l’attesa sospesa su Nkunku, ancora a zero gol in campionato e in cerca di una partita che lo faccia esistere davvero. “In attacco la coperta è cortissima. E la perdurante assenza di Gimenez inizia a diventare un caso” sottolinea Carlos Passerini sul Corriere della sera.
In tribuna, tra 72 mila persone, c’è anche Franco Baresi.
A proposito di questo Milan capolista senza Coppe, come il Napoli di un anno fa, Gabriele Romagnoli su Repubblica costruisce nella sua rubrica domenicale un ragionamento paradossale ma coerente sul calcio italiano contemporaneo: per vincere lo scudetto conviene rinunciare all’Europa.Il discorso va oltre il semplice calendario. Senza impegni infrasettimanali: le rose possono permettersi giocatori di lusso ma “fragili” [Modric o Lukaku]; si tollerano meglio le copie imperfette dei campioni; emergono gli “allenatori da weekend”, tecnici che rendono molto meglio con una sola partita a settimana. Romagnoli nota che tra quelli in attività solo Sarri e Gasperini hanno vinto davvero in Europa, mentre Allegri e Italiano hanno perso finali, Conte “non ama le frontiere” e Spalletti ha deluso fuori dal contesto Napoli.
C’è poi una riflessione più profonda sulla saturazione emotiva del calcio moderno. “Questo turbinio di partite dà emozioni sempre più brevi e contrastanti. Non fai in tempo ad assaporarle: la domenica sera sei in cielo, il mercoledì nello sprofondo, al sabato prendi un tranquillante pareggiando a Udine. Anche la passione produce un effetto marginale decrescente: più partite aggiungi e, superato il picco, meno coinvolgimento ottieni”.
Prendiamo l’Atalanta: grande Champions, campionato in affanno. “Se non arriva fino in fondo in Europa, cosa resterà?”. Secondo Romagnoli, la memoria del tifoso è selettiva: non conserva le felicità incomplete, ma solo quelle che “arrivano a destinazione”. Chiusura amara e ironica: “In strada però ci siamo adesso, con un uovo in tasca e una gallina dietro l’angolo”.
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costumi Gli abiti che cuciamo addosso all’Inter
Una partita che parla più di resistenza che di supremazia. A Genova è così da anni: l’Inter non perde dal 2018, ma a Marassi la vittoria si è spesso inceppata, con tre pareggi consecutivi. De Rossi porta la squadra a questa sfida nel momento migliore, con cinque risultati buoni di fila, due vittorie consecutive, ritmo, solidità. Lautaro Martínez non ha ancora mai segnato a Marassi.
Chivu ha detto con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che stiamo andando a Genova che sull’Inter ci sono troppe etichette. Paolo Tomaselli le ha ricostruite sul Corriere della sera e sottopose a radiografia. “La prima: «L’Inter subisce troppi gol nel finale». È vero, perché sono 20 le reti subite negli ultimi 15’ minuti nell’anno solare, un problema cronico. 2. «L’Inter non vince più gli scontri diretti». Parzialmente vero, perché anche se i successi dell’anno scorso con l’Atalanta o di quest’anno con la Roma sono scontri diretti, è vero che con Napoli, Juve e Milan sono 13 le partite di fila senza vittoria. Come è vero che dopo le notti trionfali in Champions con Bayern e Barça, l’Inter non si è ancora ripresa dalla finale col Psg, esportando il problema degli scontri diretti anche in Europa, dove ha perso con Atletico e Liverpool e le prime 4 vittorie sono arrivate con squadre dal 27° al 36° posto. Ma la prospettiva di Chivu è giusta, sia per quel che riguarda le classifiche apertissime, sia per l’estate che ha trascorso la sua squadra. E forse anche per quello che vuole dire tra le righe, che cioé l’Inter non è una corazzata come si dice, specialmente se perde Acerbi [un mese], Calhanoglu [assente oggi, ma in Arabia ci sarà] e Dumfries, fuori già di un mese e ancora dolorante alla caviglia”.