La verità sul Napoli, per favore

 

La verità sul Napoli, per favore

Sono trascorsi tre mesi di campionato e ancora non sappiamo quale fosse l’idea di calcio che Antonio Conte aveva in testa quest’estate. Nel senso: quale idea di calcio alternativo al nocciolo senza troppa polpa che lo portò allo scudetto. L’infortunio a Lukaku lo ha subito costretto a cambiare il font del centravanti. Non più i chili con le spalle alla porta, ma due gambe veloci da innescare con il prato davanti. L’ambizione di aggiungere palleggio e costruzione aveva il vantaggio di trovare in De Bruyne pure l’uomo del passaggio in profondità. Andava bene per il sopraggiunto Hojlund. Ma nella sera della prova che la crisi di rigetto era stata superata [la vittoria sull’Inter], si è rotto quest’altro pezzo. Così il lavoro è ricominciato daccapo, rimettendo McTominay e Anguissa al centro delle operazioni, salvo scoprire che pure i muscoli di Anguissa avevano un conto da pagare a chissà cosa.

Reset, di nuovo. Tra una sconfitta e l’altra, con un paio di sfoghi memorabili e fuori scala, l’ultimo reset ha previsto una inedita settimana in smart working e il recupero dopo un anno della difesa a tre, con il sacrificio di Politano, l’offerta a Neres della fascia [ma non a tutta fascia] e una perlustrazione ottimista e fiduciosa delle possibilità calcistiche del rapper Noa Lang. Ora è probabile che il design e il redesign della macchina Napoli – una volta il motore, una volta la livrea, un’altra volta le sospensioni – non siano neppure finiti, finalmente per abbondanza e non per emergenza. C’è il rientro di Lukaku alle porte, e solo allora forse potremo intuire qual era l’idea di nuovo Napoli che aveva Conte in testa a giugno.

Nel frattempo si è preso un posto in testa di fianco al Milan. E’ sempre la maniera migliore per rimediare alle imperfezioni. Stasera potremmo avere cinque squadre in un punto, se il Bologna verrà a capo della Cremonese e dell’ansia che può farsi sentire nelle sere belle come l’aspetto di certe trappole. In genere associamo l’equilibrio a un calo di qualità. Può darsi. Ma può anche darsi che del calcio italiano siamo propensi a dir male per principio, a definirlo sempre un pochino peggio di come se la passi. La serie A è risalita al terzo posto nel ranking UEFA delle Coppe – che sono l’unico teatro possibile in cui misurarsi con il panorama internazionale. Un anno fa fu terzo, nel 2023 primo, nel 2022 di nuovo terzo. L’Inter ha giocato due finali di Champions in tre anni, le Coppe del giovedì – il metro della medio-alta borghesia – sono state piene di cammini felici.

Come fa notare anche Paolo Condò stamattina sul Corriere della sera abbiamo finanche il privilegio di alcuni esperimenti interessanti, come il Como di Fabregas, “una squadra «spagnola» — per cultura e anche uomini — nel campionato italiano. Tecnica, palleggio e giovinezza all’assalto di gerarchie traballanti, ridiscusse ogni settimana. Ci fosse anche una squadra «inglese», nel senso di ritmo, coraggio e forza fisica, sarebbe una serie A di insospettabile spessore. L’assenza di una big spender ci penalizza a livello di Champions (non la vinciamo dal 2010) ma ricambia in termini di competizione. La Bundesliga, per dirne una, pare già finita a dicembre”.

Marco Ciriello sul Mattino ha scritto di Neres, il brasiliano che poco più di un anno fa andava a mille all’ora e convinse il Napoli di avere già in casa il successore [non l’erede] di Kvaratskhelia. Poi si fece male [si fanno male quasi tutti a Napoli] e la squadra finì con 12-13 uomini, condizionando il mercato di quest’estate, oltre 100 milioni da dover distribuire su cinque-sei acquisti, anziché avere la chance di concentrarli su uno-due campionissimi. Comunque. Ciriello dice che “ogni pallone di Neres diventa un santo esercizio di dribbling che permette il respiro e alimenta le possibilità, sulla destra il Napoli ha una certezza, e il brasiliano si consuma tanto che poi alla fine uscirà per crampi. Neres possiede ancora un po’ del tanto invocato calcio di strada, quando la tocca di esterno stando di spalle all’avversario, si libera sempre girandosi in corsa: estetismo e pragmatismo. La sua canzone è tutta un assolo col pallone e gli avversari saltati, poi non sempre riesce a portare a termine l’azione, poi non sempre ha l’ultimo passaggio perfetto, poi non sempre riesce ad avere anche l’idea per gli altri. A Neres non manca la fantasia, l’improvviso per fascia o in area e questo basta, il problema è che manca un altro così dell’altra parte del campo. Tocca aspettare che Lang acquisisca il neresismo, la capacità di saltare l’uomo in scioltezza e andare fino in porta con la complicità di Höjlund”.

Luigi Garlando sulla Gazzetta ha invece visto “la peggiore Roma della stagione, deludente in tutte le sue migliori individualità. Irriconoscibile Soulè, impalpabile Dybala entrato nella ripresa, non parliamo di Ferguson… Male tutti. Un numero incredibile di errori tecnici. Una serataccia può capitare, ma la sensazione è che i giallorossi abbiano pagato soprattutto l’aria rarefatta dell’alta quota, la responsabilità di difendere il primato. E han pesato le fatiche fi giovedì di Europa League”.

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