La fiaccola olimpica a Napoli: l’acqua di Pugliese e il fuoco dei vulcani

 

Napoli

45  giorni a Milano

L’acqua di Pugliese e il fuoco dei vulcani

Di ritorno da Pompei e da Ercolano, come un ricordo o come una profezia, il fuoco di Olimpia si ferma stanotte a dormire a Napoli e si trattiene fino a Santo Stefano. Del resto è pieno di B&B. Gli faranno toccare Caivano e Scampia, trasformati in due brand del disagio sociale, luoghi di propaganda per interventi del governo e in realtà luoghi manifesto di lunghe inazioni e storiche dimenticanze. Ma va bene così. 

Il fuoco di Olimpia resterà a dormire la notte di Natale in un città che ha il fuoco nel passato e nel destino, ma che è stata raccontata meglio nel segno dell’acqua. Uno dei capolavori letterari – uno dei tre-quattro libri che hanno raccontato meglio lo spirito di Napoli – è quel Malacqua di Nicola Pugliese [sottotitolo: Quattro giorni di pioggia nella città di Napoli in attesa che si verifichi un accadimento straordinario], pubblicato nel 1977 da Einaudi su forte raccomandazione di Italo Calvino. Pugliese scelse l’acqua e non il fuoco come elemento centrale della storia. Il romanzo racconta quattro giorni di pioggia incessante che sembrano voler sciogliere la città. Fra crolli di palazzi e voragini stradali, l’acqua è un’entità maligna che porta con sé presagi e fenomeni soprannaturali. Durante il diluvio, accadono fatti inspiegabili: le monetine da cinque lire iniziano a suonare canzoni e si sentono pure certe grida di bambole che salgono dalle viscere del Maschio Angioino. Tutta la città vive come sospesa in uno stato di allerta, aspettando un evento finale che boh, resta ambiguo, indefinito. 

Il libro è stato a lungo un oggetto di culto. Nicola Pugliese si ritirò dalla vita pubblica e vietò ogni ristampa del libro per decenni, una specie di Salinger napoletano. Il libro è circolato per anni in clandestinità, fotocopiato, ed è tornato disponibile solo dopo la sua morte nel 2012 con le riedizioni di Pironti prima e Bompiani poi. 

Malacqua è il contraltare di Malaparte. L’acqua di Pugliese è attesa stagnante, disfacimento, è l’incapacità di Napoli di sfuggire al proprio destino di città sempre sotto assedio di qualcosa. Curzio Malaparte ne La Pelle [1949] aveva invece offerto una delle descrizioni più celebri dell’eruzione del Vesuvio del 1944. Malaparte trasfigurò quell’evento in un albero di fuoco apocalittico, un’immagine infernale che faceva da sfondo alla degradazione morale e fisica della città occupata dagli Alleati. Una Napoli che puzza di zolfo e cenere, di bruciato, di carne arsa. È l’odore di Sodoma e di Gomorra.

Il Vesuvio urlava nella notte, sputando sangue e fuoco. Dal giorno che vide l’ultima rovina di Ercolano e di Pompei, sepolte vive nella tomba di cenere e di lapilli, non s’era mai udita in cielo una così orrenda voce. Un gigantesco albero di fuoco sorgeva altissimo fuor della bocca del vulcano: era un’immensa, meravigliosa colonna di fumo e di fiamme”.

C’è stato il fuoco in due libri di successo degli ultimi quindici anni. Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini [2024] non è quello geologico ma un fuoco caratteriale. Rappresenta la furia e la spigolosità di Angela, la madre del protagonista, simbolo di una certa anima meridionale tormentata,. Il fuoco è la metafora di un carattere indomabile, una madre che è un’eruzione continua, un Vesuvio di lapilli di rancore. “Per incendiare tutto – scrive Franchini – le basta solo aggiustare la legna nel fuoco perenne che la divora. Forse non devo perdere tempo a interrogarmi, a cercare ragioni”

L’altro fuoco in un titolo è quello di Ruggero Cappuccio e del suo bellissimo Fuoco su Napoli [2010], un romanzo che immagina l’imminente esplosione dei Campi Flegrei e dunque la minaccia che la città sia cancellata. L’attesa dell’evento di Pugliese qui diventa attesa del disastro, con la consapevolezza che sotto i piedi di Napoli non c’è la terra ma il respiro di un mostro che dorme. “Dai Campi Flegrei si scatenò una violente esplosione. La prima colonna eruttiva scagliò pezzi di magma a decine di chilometri di altezza. Enormi frammenti di roccia raggiunsero Napoli in pieno, sfondarono strade. […] Capri e Ischia erano lampade votive consolatorie” scrive Cappuccio. Perchè in fondo a Napoli si aspetta sempre qualcosa.

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