Paestum
47 giorni a Milano
Il fuoco e i templi
L’altro ieri a Reggio Calabria, stasera il fuoco di Olimpia dormirà a Salerno, lungo una strada che per decenni – d’estate – davvero si rischiava di percorrere in 48 ore [satira politica]. La Campania accoglie oggi la torcia nel suo passaggio da Cosenza a Battipaglia e da Bellizzi, con i suoi comenti speciali previsti a Crotone, al Cristo di Maratea, a Paestum, fra le mani di Stefano Maiolica, Rossella Gregorio e Claudia Mandia.
La relazione tra Paestum e il fuoco è un intreccio affascinante tra archeologia, mito e geologia. È una città d’acqua e di pietra calcarea, ma il fuoco è appartenuto ai suoi antichi riti di purificazione. A Paestum, presso i grandi templi come quello di Era o di Nettuno, gli scavi hanno rinvenuto grossi altari esterni dove il fuoco ardeva per consumare le offerte e i sacrifici. Come in ogni città greca, il cuore politico e religioso era il Pritaneo, dove ardeva il fuoco della dea Estia, simbolo della stabilità e dell’anima della polis. Secondo la mitologia, i Giganti che sfidarono gli dei furono sepolti sotto le terre vulcaniche. Il fuoco che viene dalla terra è interpretato come il respiro rabbioso di queste creature. Paestum vive nell’ombra mitologica di questa potenza sotterranea del paesaggio campano. I suoi templi sono costruiti in travertino locale, una roccia porosa che ha una proprietà magica. Al tramonto, la pietra assorbe i raggi del sole e sembra accendersi di un colore arancio fuoco. Un fenomeno che ha incantò Goethe, dandogli sconcerto e turbamento, anzi, quasi un iniziale smarrimento dinanzi a «masse tozze, coniche, ammucchiate l’una sull’altra». Era abituato all’eleganza slanciata del neoclassicismo e scrisse che «il primo colpo d’occhio non poteva che destare stupore», si sentiva in un «mondo completamente estraneo». Nel suo viaggio, Paestum fu la tappa in cui si confrontò con l’antichità greca prima di mediazioni estetiche successive – e quando la riconobbe parlò finalmente di «templi sopravvissuti e memorie».