Il freddo dopo la Guerra Fredda: la Coppa Davis di Sampras in Russia

Il freddo dopo la Guerra Fredda: la Coppa Davis di Sampras in Russia

Nell’inverno del 1995 li vedevi andare sulla Tverskaya Uliza a comprarsi macchine di lusso pagandole con la carta di credito. Quando davano gas, tutto attorno le Lada sembravano ferme. Portavano Cartier al polso, Gucci a tracolla e un colbacco d’altri tempi: “Cartier perché fa sempre fine, Gucci perché gli italiani lo fanno meglio, il colbacco perché a Mosca c’erano venti gradi sottozero”.

Così Alessandra Giardini sulla Gazzetta dello sport ha raccontato cosa accadde trent’anni fa all’Olympiynskiy Sports Complex, il posto dove i milionari di Mosca avevano comprato tutti i posti disponibili per assistere alla prima, storica finale di Coppa Davis tra Russia e Stati Uniti. Tre dicembre del 1995, l’anno della massima distensione politica tra le due potenze. I padroni di casa erano convinti che avrebbero mostrato al mondo di essere diventati i migliori anche sul campo da tennis. “Siccome agli americani piacevano le superfici veloci, i russi avevano portato la terra rossa con i camion dentro il palazzone, e di notte la allagavano per renderla lenta come una palude”.

Il KGB del tennis, come lo chiama Giardini, aveva previsto che Sampras e compagni si sarebbero impantanati come soldati nel gelo russo. Ma il giovane Pete, 24 anni e già numero uno del mondo, veniva da tutt’altra storia: figlio di immigrati greci, era cresciuto in California, giocava il rovescio a una mano e aveva il passo del predestinato. Dall’altra parte c’era Evgeny Kafelnikov, il principino di Sochi, figlio di sportivi, milionario a vent’anni e già sesto del ranking mondiale. Si muoveva in Ferrari e rappresentava l’orgoglio di un Paese che si stava risvegliando dal torpore sovietico.

Era uno strano dopoguerra, scrive la Gazzetta, “senza che prima ci fosse stata una guerra”. Mosca aveva scoperto gli american bar, i club privati e le spa. Le prostitute si facevano pagare in dollari, la vodka scorreva a  fiumi, un McDonald’s aveva aperto sulla Piazza Rossa. L’inflazione correva al duemila per cento l’anno, lo stipendio medio era di cento dollari, ma il tennis era diventato un affare per mafie e milionari.

Quella finale non fu solo tennis. In tribuna c’erano ministri, consiglieri presidenziali e il sindaco di Mosca; Boris Eltsin, appassionato di racchette, seguiva la diretta dal letto, convalescente. Jim Courier, guardando i manifesti elettorali sopra il campo, si era stupito che ci sarebbero state delle elezioni. 

Il KGB del tennis si era sbagliato. Sampras vinse il primo singolare contro Chesnokov dopo tre ore e trentotto minuti, crollando in preda ai crampi sul match point. Il giorno dopo, scese in campo anche nel doppio e lo vinse. Poi chiuse la finale battendo Kafelnikov in tre set, mentre i quattordicimila dell’Olympiynskiy urlavano il nome del loro principe. In lacrime, Pete dedicò la Davis a Tim Gullikson, il suo allenatore malato di tumore al cervello. Il capitano americano Tom Gullikson, gemello di Tim, disse che i grandi giocatori hanno il senso della storia. Due settimane dopo, in Russia si votarono le prime vere elezioni parlamentari. Vinsero i comunisti. Kafelnikov divenne numero uno del mondo, campione a Parigi e Melbourne, vinse l’oro olimpico a Sydney. Sampras chiuse con quattordici Slam. Chesnokov oggi allena e dice che se non fosse nato in URSS avrebbe ottenuto di più dal tennis. La storia, ci dice Giardini, certe volte non la scrivono le spie. La scrivono i crampi, la terra bagnata, e un ragazzo americano che non aveva paura del freddo.

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