Arriva la follia dei Mondiali di freccette: chi può battere Luke Littler

   

Succederà stasera. A un certo punto un diciottenne di Warrington e un ex vasaio della Lituania usciranno nella West Hall dell’Alexandra Palace: cinquemila persone vestite da elfi, coni stradali e animali della savana solleveranno quattro pinte a rischio di cadere, e per l’ennesima volta ci ritroveremo davanti alla prova che questo frammento bizzarro di cultura britannica è diventato un export televisivo al livello di Downton Abbey e David Attenborough. La diretta dei Mondiali di freccette supera ormai le cento nazioni, per la prima volta arriverà anche in India e Mongolia, e per la prima volta con la partecipazione di giocatori arrivati da Kenya e Argentina.

Il vasaio lituano, se ve lo state chiedendo, è Darius Labanauskas. Non ama vantarsi, ma ammette che «in strada mi fermano per farmi l’in bocca al lupo e chiedere selfie». Wikipedia lo elenca come l’unico vivente tra i quattro residenti notevoli di Garliava: lui ne fa uno status. Così almeno racconta Owen Slot sul Times, e chi siamo noi per smentire il Times. 

E comunque sì: le freccette esistono anche in Mongolia. Una tappa del PDC Asian Tour si tiene a Ulaanbaatar e il campione jr dell’anno è un quindicenne mongolo, si chiama Tergel Khurelkhuu, trasferito nel Regno Unito per migliorarsi. Il suo coach è di Portsmouth. 

La carovana raccontata da Owen Slot del Times passa anche per una qualificazione diventata leggenda all’Olavsgaard Hotel, alle porte di Oslo: con l’ultimo dart dell’ultimo giro, Teemu Harju, macellaio islandese di 33 anni, che si è preso il biglietto per l’Ally Pally e ha mandato in lacrime Oskar Lukasiak, lo svedese detto Wonderboy. Una scena che spiega meglio di mille teorie perché questo palco sia diventato la Mecca del gioco.

Dieci anni fa non avremmo visto a Londra né lituani né lettoni, né tantomeno macellai islandesi. O africani. O sudamericani. La rete globale di tour regionali e la copertura TV hanno fatto il resto. I più entusiasti, come racconta Sven Haist della Süddeutsche Zeitung, sono i tedeschi: «La vacanza estiva si fa a Maiorca o in Spagna. La vacanza invernale si fa all’Ally Pally». Una formula perfetta. Ed è così che questo sport improbabile continua ad allargarsi: sempre più internazionale, sempre più assurdo, sempre più irresistibile. Un export britannico natalizio, sì, ma di quelli veri, costruiti dalla gente, dalle storie, dalle birre sorseggiate male, dalle vite che vi arrivano per strade inattese. Un’idea semplice che diventa rito.

 

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Chi può battere Luke Littler

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E così nelle prossime settimane vedremo passare gente travestita da Batman, Wonder Woman, Spiderman, Mr Incredible, qualche tartaruga ninja fuori stagione. Succede questo all’Alexandra Palace, il Natale porta i supereroi, ma uno di loro arriverà senza costume. È Luke Littler, l’adolescente campione del mondo in carica, e per seguirlo il Guardian – tadà – ha mandato Jonathan Liew. Littler è l’unico a sembrare più straniante quando fa cose normali, tipo mostrare in pubblico felice la patente appena presa. È in queste fessure di vita quotidiana che ti ricordi come The Nuke sia ancora  letteralmente ‘nu guaglione. 

Due anni dopo l’edizione che gli ha ribaltato la vita, ritorna a nord di Londra come campione in carica, da numero 1 al mondo, come dominatore di tutto ciò che ha giocato. UK Open, Matchplay, Grand Prix, doppio Grand Slam, Players Finals: un inventario da collezionista seriale. Eppure, dice Liew, Littler baratterebbe ogni sterlina per una sola cosa: difendere il titolo, diventare il primo a riuscirci dopo Gary Anderson.

Il punto, suggerisce Liew, è proprio capire chi lo ferma. O meglio: chi si illude di poterlo fermare. Perché attorno al ragazzo diventato re è cresciuta un’aura di inevitabilità, una logica da gravità terrestre, una consistenza implacabile, una sensazione di predestinazione che paralizza gli avversari e alimenta lui. Ogni rimonta subita dagli altri è un promemoria delle sue rimonte: Price avanti di 2 set, Wattimena 7-2, Wade 5-0, Rock 9-6: non c’è stato giocatore al mondo che sia sopravvissuto ai suoi picchi di accelerazione, scrive Liew.

Luke Humphries è il teorico rivale più vicino. Michael van Gerwen ha perso otto degli ultimi undici incroci. Price sette volte di fila. Rock mai una vittoria. Inseguire Littler, dice Liew, significa collezionare cicatrici.

E così il vero rischio, paradossalmente, potrebbe stare nel formato breve dei turni iniziali, prima che il ragazzo accenda il motore.  C’è in corsa anche Beau Greaves, la più grande promessa femminile che il gioco abbia visto. Ma Liew frena: “Meglio trattenere l’hype per qualche giorno”. Dominante nelle Women’s Series, intimidatoria al Grand Slam, ma ancora in transizione verso quella continuità che fa la differenza. Le cinque donne in tabellone sono il simbolo di un movimento che cambia pelle. Il premio finale fotografa il nuovo mondo: un milione di sterline, il più grande assegno mai visto in questo sport. Il doppio del Tour de France. Il doppio dello snooker mondiale. Che si possa trovare incongruo o assurdo, dice Liew, è comprensibile. Un milione per lanciare freccette? Certo. I darts sono sempre stati il luogo di piani folli e sogni sproporzionati, il posto dove uomini comuni fanno cose straordinarie, un palazzo costruito per il popolo, un palco degno dei supereroi.

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