Il miglior maestro non ha discepoli, insegna soltanto ipotesi
Gesualdo Bufalino
I Maestri delle grandi fatiche
Tre partite minimo, quattro per chi va in semifinale, cinque per chi vincerà il torneo. Ma prima ancora che comincino i gironi del Masters, Carlitos Alcaraz e Sascha Zverev hanno toccato le 73 partite in stagione, e il tedesco ha pure giocato per 40 volte un set al tie-break. Tra i non qualificati alle finali di Torino, lo spagnolo Alejandro Davidovich Fokina si trova a 70. Nonostante tre mesi di riposo forzato per il patteggiamento con la WADA, Sinner è arrivato comunque al 12esimo posto dei più spremuti con 59 partite.
L’aria nuova dell’agonismo dolce imposta dalla Gen Z – e sparsa nello sport tra salto con l’asta, salto in lungo, ciclismo, nuoto – è arrivata anche nel tennis. I primi due del mondo si sono allenati insieme. Stefano Semeraro su La Stampa chiama Alcaraz e Sinner “gli amici geniali” e racconta che “non è più il tempo delle cattiverie fra Lendl e McEnroe, o fra Connors e il resto del mondo”.
Esiste tuttavia una solitudine del tennista dinanzi a certi temi a cui i tennisti stessi non hanno ancora saputo trovare un rimedio. Esistono nodi sospesi che nessuna associazione ha cominciato a sciogliere. Il grande paradosso nel tennis è che l’organizzazione del tour è gestita da un sindacato giocatori e giocatrici. Eppure. Eppure Jack Draper ha detto chiaramente che «spetta ai giocatori smettere di parlarne tutto il tempo e passare finalmente all’azione». Intervistato in esclusiva dal The Tennis Podcast, il britannico numero 11 del mondo, fermo dal torneo di agosto per un infortunio al gomito, ha messo a fuoco il cuore di un problema antico quanto il circuito: il calendario esasperante che sta consumando i giocatori mentalmente e fisicamente. Draper ha invocato la riduzione dei Masters 1000 estesi a dodici giorni, e un periodo di riposo che arrivi fino a sei settimane.
Charlie Eccleshare su The Athletic racconta come Draper abbia richiamato i colleghi a una responsabilità collettiva: la sua proposta è che i giocatori organizzino un incontro con Andrea Gaudenzi, presidente dell’ATP, per discutere i malumori e chiedere modifiche concrete. Le richieste seguono il solco tracciato da Novak Djokovic all’ultimo US Open. Lui nel frattempo ha preso a gestire il suo corpo e la sua età per conto proprio [48 partite giocate]. I cambiamenti richiedono tempo e sacrificio. Ma la battaglia non è privata: i quattro Slam e i due circuiti sono sotto l’ombra di una causa antitrust promossa dalla PTPA, la Professional Tennis Players Association fondata da Djokovic e Vasek Pospisil nel 2020: oggi mescola dialogo e riforme a un contenzioso legale.
Draper non si limita a parlare di numeri o contare il numero di settimane in torneo. «In uno sport così solitario, essere in giro per giorni extra senza tempo per tornare a casa ti fa sentire come su un tapis roulant infinito: un grande evento dopo l’altro». Il peso mentale di questa pressione costante è evidente, e non riguarda solo la fatica fisica: la programmazione dei tornei amplifica ansia, stress e burnout. Draper sottolinea la difficoltà di conciliare prestazione e vita personale, soprattutto per chi proviene da continenti lontani e non ha equilibrio tra viaggi e riposo. «È davvero difficile stare lontano da casa così a lungo, vedere la propria vita consumarsi tra un torneo e l’altro, e allo stesso tempo sapere che ogni passo falso influisce sui bonus e sulle opportunità future».
Draper parla di Masters 1000 che potrebbero scendere a nove, dieci, undici giorni, dando più tempo ai giocatori per prepararsi e respirare. Ma in calendario ne sta arrivando un in più: in Arabia Saudita. Il taglio dei giorni implicherebbe una riduzione dei bonus, ma chi vuole migliorare il tennis deve accettare compromessi. Analogamente, la sosta a fine anno dovrebbe durare sei settimane, non due o tre: «Come tifoso, vorrei che lo sport fosse più raro, più costruito. Non serve un torneo nuovo ogni settimana: servono eventi che contino davvero».
Eccleshare mette in evidenza il fatto che i giocatori criticano il calendario, ma poi partecipano agli eventi di esibizione, attratti da premi enormi e visibilità. Draper stesso ammette di avere in programma due esibizioni a fine anno per sentirsi pronto per il 2026, ma sottolinea il rischio di svuotare il senso della competizione se tutto diventa continuo e dispersivo. La sua posizione: «I giocatori sono la risorsa più importante del tennis, e se qualcosa non funziona, devono avere voce in capitolo». Una critica al sistema e un manifesto per il futuro.