Lo Slalom del 27 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

     

►  LANDO NORRIS ha vinto il GP del Messico e si è preso la testa della classifica al Mondiale di F1. Secondo posto per la Ferrari di Leclerc.  

◇  La MotoGP è in ansia per Dettwiler, ricoverato in terapia intensiva dopo la collisione con Rueda. Polemiche perché la corsa non è stata fermata. Francesco Bagnaia ha detto che è stato assurdo ripartire.

◇  La Roma ha vinto con il Sassuolo e ha agganciato il Napoli in testa alla classifica. La Juventus ha perso ancora e adesso è ottava. Da quattro partite non segna, la posizione di Tudor si è fatta difficile. 

◇  La rivalità tra il Real Madrid e il Barcellona è fuori controllo. Il Clasico è finito con la polizia in campo.

◇  Jannik Sinner ha vinto il titolo di Vienna battendo Zverev in finale. Ha anche presentato la fidanzata alla mamma, è proprio ‘nu buono guaglione e probabilmente arriverà vergine al matrimonio.

◇  Nell’ultima corsa della sua carriera, Elia Viviani ha vinto il titolo Mondiale nella corsa a eliminazione su pista. Una domanda si impone: ma adesso questa maglia iridata quando se la mette?

◇  Più di otto mesi dopo la sua ultima partita di stagione regolare a San Antonio, Victor Wembanyama ha lasciato il segno al suo ritorno: 31 punti, 14 rimbalzi e 6 stoppate per guidare gli Spurs a una vittoria combattuta su Brooklyn, in un’atmosfera elettrica [118-107]. L’Equipe ha un pezzo su questo. 

 

Il ribaltone di Norris

DI ROBERTO LIBERALE

① ARTEFICI  Lando Norris

Quasi silenziosamente Norris è uscito dal tunnel in cui sembrava essersi infilato dopo il ritiro in Olanda, quando il distacco da Piastri aveva toccato i 34 punti. Dopo 16 gare da secondo in classifica, si riprende per un solo punto la leadership del mondiale, lui che ad inizio stagione era il naturale candidato McLaren al mondiale. Anche in Messico la McLaren non ha scelto a priori a chi affidare i gradi di prima guida, ma ha lasciato ancora una volta decidere alla pista. Anche se questo ulteriore balletto in testa alla classifica ha finito per consentire un ulteriore riavvicinamento di Verstappen verso la vetta del campionato, ma questo è materiale per un altro cilindro. 

Intanto Lando ha battuto Oscar per la quinta volta consecutiva, portando il consuntivo della sfida con il suo compagno sul 12-8, e smentendo chi ne evidenziava debolezze caratteriali. Dalla prossima gara si capirà se davvero esiste un Norris che sbaglia sotto pressione ed uno fortissimo quando le attese sono spostate altrove. Perché con il primo posto in classifica le sue responsabilità nei confronti della scuderia si moltiplicheranno. Il lato positivo è che l’atmosfera ai box McLaren non è cambiata, ancora una volta il team manager Stella resta tranquillo e guarda il bicchiere mezzo pieno. Nonostante Max sia sempre più vicino.

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Quell’idea di calcio che chiamavamo Juventus

Quando presto torneremo ad accapigliarci su quella insulsa distinzione tra Risultato e Bellezza, bisognerà pensare alla Lazio che Maurizio Sarri sta guidando, e soprattutto a quella di ieri sera. È una squadra ereditata alla maniera che conosciamo, scoprendo che non ci sarebbe stata la possibilità di far mercato e di cambiare dunque una rosa costruita per esigenze tecniche diverse da quelle comprese nel marchio di fabbrica chiamato sarrismo

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IL LANCIO DEI COLTELLI  Noi e i disastri degli arbitri

È stato un altro turno di campionato gonfio di decisioni arbitrali contestate. Non aiuta una certa confusione di ruoli che ormai affolla la scena, a cominciare da giornalisti che scrivono tweet da tifosi anziché provare a ragionare, analizzare, indicare soluzioni. Molti degli equivoci sugli episodi che accadono sono probabilmente figli di due indirizzi traditi. Il primo: a cosa serve la VAR. La VAR nasceva con una missione per sanare un paradosso: consentire all’unica persona deputata a prendere decisioni in campo di avere a disposizione uno strumento che invece era in nostro possesso per le polemiche del dopo-partita. Nel braccio di ferro nato tra chi resiste, chi frena, chi chiede più soldi, chi monta un ufficio a Lissone, sono stati scritti e riscritti protocolli per accontentare questa fazione o l’altra. La soluzione è semplice: tornare alle origini, alle radici della sua ragione d’esistere. Mettere lo strumento che abbiamo noi a casa a disposizione dell’unica persona deputata a prendere decisioni. Le decisioni deve prenderle lui. Va, guarda, decide. Forse può aiutare il challenge, così l’onere dell’errore di una mancata chiamata al video cadrebbe sulle squadre. Sarebbe la fine di molti alibi. 

La seconda: la ragione di esistere di un calcio di rigore. Un calcio di rigore è la pena suprema nel calcio. Mette un attaccante davanti alla porta spalancata a una distanza ragionevole perché quel tiro diventi un gol. Ogni giurista sa che ogni pena deve essere proporzionata alla colpa. Un calcio di rigore ha ragione di esistere se è stata interrotta un’azione che stava ragionevolmente portando a un gol. Non può essere rigore un contatto su un calciatore che sta girando al largo, sta uscendo dall’area spalle alla porta. Non può essere rigore una carambola su una mano. Non può essere rigore un pestone fortuito seguito da un calciatore che casca elegante come al Bolscioi, con una coreografia palesemente fasulla. Quando si chiede l’ingresso dei calciatori nella sala VAR si commette forse un abuso, ma l’esperienza di una partita guardata con un calciatore dice della loro superiore capacità di lettura di un gesto, fosse anche della grammatica di una caduta [quella di Bernardeschi a Firenze è al di sopra di ogni sospetto: cade con le mani avanti, come cadiamo tutti quando si perde l’equilibrio all’improvviso]. Per tutto questo genere di reati lievi, esiste nel regolamento una sanzione che si adoperava per l’ostruzione e che abbiamo dimenticato: la punizione indiretta in area. 

  Corriere della sera: Triplice errore: fermati arbitro, assistente e Var ➔  Carlos Passerini: Il rigore non c’era. E anche i vertici arbitrali non hanno dubbi: il contatto fra Mkhitaryan e Di Lorenzo al 29’ di Napoli-Inter era troppo lieve per fischiare un penalty. «Meno di un rigorino», la formula che circola in queste ore nel palazzo Aia

 

 

Ops, ci sono delle sorprese addirittura in Inghilterra

Il Bournemouth ha venduto calciatori per 200 milioni di sterline in estate, perdendo il portiere e tre quarti della difesa. Eppure, come fa notare Jason Burt sul Telegraph, il club è riuscito a rifiutare offerte da 50 milioni di sterline di Manchester United e Tottenham per Antoine Semenyo e a respingere altre proposte per tre titolari prima della chiusura del mercato. 

Siamo solo alla nona giornata e l’euforia è prematura, ma vedere il Bournemouth al secondo posto in classifica dietro l’Arsenal significa due cose. La prima: c’è qualche riccone d’Inghilterra che ha sbagliato qualcosa. La seconda: al Bournemouth hanno lavorato bene.

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La proposta del Times per le nobili decadute: una Premier a 40 squadre

Guardare lo Sheffield Wednesday negli ultimi tempi è come osservare qualcuno che cerca di scalare il Peak District con i sandali: vederlo cadere è inevitabile. Il club è stato posto in amministrazione e penalizzato di 12 punti, e questa è l’immagine che viene suggerita da Alyson Rudd sul Times per la sua riflessione. Sembrava che potessimo sopportare il declino di una ex grande squadra perché nascosta in fondo alla Championship, lontana dal clamore della Premier. Fuori dalla vistascrive. Invece forse non è così. È sufficiente l’occhio che non vede perché il cuore non dolga? È giusto dimenticare la storia di squadre del genere, il ruolo avuto nella comunità locale? “Quel prozio a cui facevi visita sempre la domenica per tè e biscotti, lo eviteresti se avesse perso tutti i risparmi e dovesse trasferirsi in un bungalow con i tubi rotti?

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Joao Fonseca, il candidato guastafeste

E se fosse Joao Fonseca il terzo incomodo che stiamo aspettando fra Sinner e Alcaraz? Sì, è vero, molti in Italia non lo stanno affatto aspettando. Anzi: molti in Italia non vorrebbero neppure il secondo incomodo. Mentre gli organizzatori bramano per avere sempre una finale Sinner vs Alcaraz, molti in Italia vorrebbero una finale Sinner A-Sinner B da giocare a Villar Perosa. Però chi ha amato il tennis pensando che fosse bellissimo perfino prima che ci fosse un italiano al numero #1 o al numero #2 del mondo, ecco, un terzo incomodo se lo augura. Il Times stamattina si domanda se la parte non possa essere assegnata a questo brasilianino di 19 anni che ha vinto il titolo di Basilea – la città di Re Roger – giusto mezz’ora dopo il titolo di Sinner a Vienna, offrendo la speranza che possa esserci un altro sfidante in grado di interrompere il duopolio

Viene dal paese di Guga Kuerten. João Fonseca è da tempo considerato uno degli adolescenti più promettenti del circuito. La  vittoria su Davidovich Fokina gli ha permesso di entrare per la prima volta fra i primi-30 al mondo e di sentirsi dire dallo spagnolo che sarà come Djokovic, andrà a rompere le uova nella sacca del tennis di quei due. 

C’è ancora molta strada da fare – scrive Stuart Fraser – prima che possa insinuarsi dietro il numero 1 del mondo Alcaraz e il numero 2 Sinner, ma molti osservatori del settore ritengono che sia solo questione di tempo. Venti dei suoi 29 vincenti contro Davidovich Fokina sono arrivati ​​dal suo feroce dritto, che ha una velocità media di 130 km/h. Più veloce di Alcaraz e Sinner, entrambi a circa 125 km/h. La sensazione nel tour è che ci vorrà qualcuno con la giusta dose di talento per competere con i primi due, e lo stile di gioco di Fonseca fa ben sperare in tal senso. È divertente vederlo in attacco, senza paura di essere in prima linea, mettendo a segno vincenti al minimo accenno di opportunità. Fonseca può anche contare su un tifo appassionato che sembra seguirlo ovunque giochi. Prima o poi arriverà

 

Ode ad Achraf Hakimi

A Brest, sabato pomeriggio, il miglior terzino destro del mondo era inarrestabile. Così lo aveva presentato Luis Enrique alla vigilia: Achraf Hakimi come il marziano della fascia destra del PSG, due gambe capace di trasformare ogni spazio lasciato libero in oro. Dopo la prestazione mostruosa contro i bretoni, Lucho ha rilanciato: «Era facile dirlo, è una verità evidente», ha ripetuto, mentre il marocchino saltava gli avversari come si scansano le ombre. 

Terzino, esterno alto, ala: nemmeno Lucas Chevalier sa dire esattamente dove Hakimi abbia giocato. «Sono sicuro che potremmo anche metterlo dall’altro lato», ha scherzato il portiere. Con naturalezza disarmante, Hakimi si è preso la scena con una doppietta. Il prim: un destro a incrociare su suggerimento di Vitinha. Il secondo: una botta potente all’angolo dopo un assist di Kvaratskhelia. In comune la capacità di liberarsi dal marcatore e trovarsi completamente solo. Hakimi ha approfittato degli spazi concessi da Pathé Mboup per incidere e portare il PSG sul 3-0. L’Equipe ha scritto che non è comune vedere un difensore così freddo in area avversaria. Per un giocatore che nella stagione scorsa ha messo insieme 11 gol e 16 assist in 55 partite, l’anomalia fino a sabato era stata non avere segnato ancora.

Ad Hakimi non fa difetto l’autostima. Qualche mese fa mise in dubbio a voce alta il Pallone d’oro a Dembélé [se ne parlava qui]. Pensava di meritarlo al posto del compagno. Si è piazzato al sesto posto. Non ha un fisico invulnerabile: lo scorso anno ha giocato tra molti dolori. Luis Enrique sottolinea che la sua permanenza in campo è dovuta anche al fatto che «vuole giocare sempre», e il PSG ha scelto di far quadrare i conti rinunciando a prendere un sostituto, pagare molto per una riserva che giocherà tre partite, sarà demotivato e non sarà migliore di Hakimi

È stato scelto come vice-capitano del PSG, ma tra il 21 dicembre e il 18 gennaio andrà in Coppa d’Africa. Sicuri che un’alternativa non serviva?

 

Il ritorno di Dimitrov con quel tarlo su Wimbledon

Il grande inganno nel tennis è la proprietà transitiva. A perde da B, B perde da C, allora C batterebbe A: sbagliato. Eppure, nonostante questa menzogna, come si fa a togliere dalla testa di Grigor Dimitrov che nell’estate scorsa a Wimbledon avrebbe potuto far saltare il banco? Dopo una carriera da next big thing, stava forse passando dalle sue parti l’occasione che Goran Ivanisevic ebbe nel luglio del 2001, wild card e trionfo, con una finale chiusa di lunedì pomeriggio contro Patrick Rafter. 

Grigor Dimitrov era avanti due set a zero su Jannik Sinner negli ottavi di finale. Dovette ritirarsi. Jannik Sinner ha vinto la Coppa. Grigor Dimitrov avrebbe vinto la Coppa. Questo è il sillogismo ingannevole. Ingannevole: ma a Dimitrov chi glielo dice? È successo in scala minore questa settimana a Basilea. Shapovalov stava battendo Fonseca, si è fatto male, si è ritirato, Fonseca è arrivato fino alla Coppa. Per uno scherzo del caso, Shapovalov vs Fonseca è il primo turno del torneo di Paris-Nanterre che comincia oggi. 

Comunque. Tre mesi e mezzo dopo il crepacuore di Wimbledon, Grigor Dimitrov torna. Scrive Louis Boulay su L’Équipe che il bulgaro è riapparso a Parigi con un sorriso largo, quasi incredulo. Nelle gallerie della Paris La Défense Arena si muove leggero, come chi ha finalmente fatto pace con sé stesso.

«Sono molto felice di tornare» ha detto, con una calma nuova che gli arriva forse dal silenzio dell’estate. «Prendere un po’ di distanza dal tennis mi ha fatto davvero bene. Era la prima volta da quasi vent’anni che potevo restare a casa per l’estate, e ne ho approfittato. Non ho seguito il circuito, non sono rimasto connesso. Era importante lasciar andare. Ho capito che è normale farsi male, è normale non giocare ogni settimana. Ho accettato tutto questo, e sono solo molto felice di essere tornato».

La sua ultima immagine è quella della fitta improvvisa in campo, la mano sul petto, le lacrime. Un’operazione, una lunga pausa. Durante quei mesi Dimitrov ha rotto con Jamie Delgado, il coach che lo aveva accompagnato fino alla finale di Bercy nel 2023, e si è rimesso in condizione alla Mouratoglou Academy insieme a Daniel Vallverdu, in attesa di un nuovo staff definitivo.

Non è uomo amareggiato. «Mi sono imposto di non chiedermi perché sia successo», ha spiegato a L’Équipe. «È impossibile avere una risposta. Il nostro calendario è pieno, i tornei si susseguono, i rischi ci sono sempre. È stata sfortuna? Forse. Mancanza di preparazione? Forse. Ma non lo sapremo mai. Non vale la pena sprecare energie per trovare una spiegazione che non esiste. In modo sorprendente, sono stato forte. Non l’ho vissuto come qualcosa di negativo».

Boulay racconta un giocatore che ha imparato a fermarsi senza sentirsi perso. A osservare sé stesso da fuori, come un estraneo. «Ho approfittato di questo periodo per fare una vera introspezione», ha confidato Dimitrov. «Quando ti allontani, ti vedi come un osservatore esterno. Ti giudichi diversamente, senza le aspettative del circuito, del pubblico, dei tifosi. Tutto questo si è un po’ dissolto, e mi ha fatto un bene enorme»

Il dubbio, però, non svanisce mai del tutto. «Ogni tanto il pensiero tornava: ‘Sarò di nuovo al cento per cento? Potrò ancora vincere?’ Non lo sai mai. Ma la cosa più importante è darsi davvero la possibilità di riuscirci. È quello che sto facendo».

Rientra con Giovanni Mpetshi Perricard, ma non solo: ha accettato anche di giocare in doppio con Nicolas Mahut, per l’ultimo torneo della carriera del francese. Un gesto di amicizia e rispetto. «Sarà un momento speciale per lui, ma anche per me» ha detto Grigor. «Ci conosciamo da tanto. È un onore condividere questo momento con lui. Spero solo di non deluderlo».

 

Il film di Asif Kapadia su Kenny Dalglish

Lo chiamavano Kenny venuto dal cielo perché così sembrava, un misterioso dono piovuto dall’alto. Un ragazzo dai piedi d’oro e dal sorriso d’oro, cresciuto in un isolato di Glasgow e capace di giocare a calcio meglio di quasi chiunque altro su tutta l’isola della Gran Bretagna. Un cervello, un cannoniere, un supereroe. È con questo giovane Kenny al centro della scena che si apre il nuovo documentario di Asif Kapadia dedicato a un protagonista dello sport, dopo quelli su Senna e  Maradona. Kenny Dalglsh si apre su un ragazzino e si chiude su un uomo di mezza età che ha perso la luce dagli occhi, un uomo che fissa il pavimento di una conferenza stampa nel febbraio 1991, quella in cui sconvolse lo sport dimettendosi da allenatore del Liverpool. 

«È stato emozionante» racconta a Jonathan Northcroft del Times. «Quindi preparate i fazzoletti». Tipico Dalglish. Secco, schivo, autoironico. All’età di 74 anni il carattere inconfondibile non è cambiato. Accanto a lui, sul tavolino dell’hotel in cui il Times lo ha incontrato, ci sono una lattina di Irn-Bru e una barretta Dairy Milk. Dalglish aveva 38 anni e face il giocatore-allenatore del Liverpool nei giorni della tragedia di Hillsborough, semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest nell’aprile 1989, Dalglish affrontò la morte di 97 tifosi, visitando gli ospedali, partecipando ai funerali e diventando un punto di riferimento nella lunga battaglia per avere giustizia. Le dimissioni, ventidue mesi dopo, furono la conseguenza di un accumulo di stress. Dopo un 4-4 con l’Everton, «mi sono detto subito, ecco, adesso hai finito» racconta con il volto appoggiato alla panchina di Goodison Park. «Non credo di essere mai tornato normale» dice.

La narrazione del film ripercorre la sua carriera tra immagini d’archivio, con la voce di Kenny e di sua moglie Marina a commentare. Dal Celtic, dove impressionò Jock Stein negli under-15, fino al trasferimento record al Liverpool, «Non dovevo sostituire Kevin Keegan. Dovevo solo essere me stesso» racconta. Dalglish segna 179 gol, 186 assist, vince sei campionati e tre Coppe dei Campioni, eppure resta incredibilmente il ragazzo cresciuto nella Glasgow operaia. 

Il film mostra la magia in campo: il sinistro, il destro, gol ovunque, passaggi che altri non avrebbero visto o eseguito, relazioni telepatiche con Souness e Rush, l’invenzione di uno dei primi falsi nove. Studia i portieri avversari, osserva le ombre dei difensori, segna un gol decisivo in finale di Coppa dei Campioni 1978 con un pallonetto. George Best lo definisce, insieme a Di Stéfano, uno che sta «tre o quattro mosse avanti a tutti». 

E poi arriva Hillsborough, la sequenza più dura del film: i figli Paul e Kelly che attraversano Leppings Lane mentre i corpi vengono portati via su barelle improvvisate. Dalglish che guida, incapace di sapere se i propri familiari siano al sicuro. Northcroft scrive che Dalglish è un uomo che non ha mai perso la sua umanità.Lui ringrazia per questo  Marina, dice che lo deve a lei, la chiama «le migliori cinque sterline che abbia mai speso nella mia vita: per il certificato di matrimonio». Il film sarà nei cinema del Regno Unito e Irlanda il 29 e 30 ottobre, su Amazon Prime Video dal 4 novembre.

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