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#1 giorno alla Capri-Napoli
► LE NAZIONALI di calcio qualificate ai Mondiali sono salite a 16 con l’arrivo nella notte di Uruguay, Paraguay e Colombia. La Germania è nel panico dopo la sconfitta in Slovacchia. Belgio e Spagna hanno vinto, cinque giocatori di serie A hanno segnato, stasera giocano la Francia e la prima Italia dI Gattuso
◇ La Nazionale di basket con il lutto sulla canottiera per la morte di Giorgio Armani ha battuto Cipro per 89-54 nell’ultima partita del girone agli Europei. Ha chiuso al secondo posto perché nel frattempo la Grecia ha battuto la Spagna e l’ha fatta fuori. L’avversaria negli ottavi di finale sarà la Slovenia di Luka Doncic.
◇ Naomi Osaka si è fermata a tre punti dalla qualificazione per la finale degli US Open. Era avanti 7-6 6-5 e 15-15, quando Amanda Anisimova si è data una mossa. L’americana ha vinto il secondo set al tie-break e il terzo per 6-3. Anche la sua è una storia di recupero del tempo perduto. Giocherà la finale contro Aryna Sabalenka due mesi dopo quella di Wimbledon contro Iga Swiatek. Stasera Djokovic-Alcaraz, stanotte Sinner vs Auger-Aliassime.
◇ La stagione WNBA di Caitlin Clark è già finita per un problema a una caviglia che si aggiunge a un fastidio all’inguine. Una piccola grande catastrofe mediatica per la lega femminile americana.
◇ Ai Mondiali femminili di pallavolo, il Brasile ha battuto la Francia e sarà domani [14.30] l’avversario dell’Italia in semifinale. L’altra semifinale [10.30]: Giappone vs Turchia.
L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare
Giorgio Armani
La copertina
Roberto Baggio lo ha chiamato Re Giorgio. Il presidente del CONI Buonfiglio lo ha definito medaglia d’oro dell’eleganza. Charles Leclerc si è commosso nel dire che è stato un onore conoscerlo. Sofia Goggia dall’Argentina ha detto forse la cosa più bella fra tutte, quando riconosce a Giorgio Armani il merito di aver aiutato “a rincorrere l’autenticità”. Sono stati vestiti da lui delle icone di eleganza come Carl Lewis e David Beckham, George Clooney e Tom Cruise, Leonardo di Caprio e Cate Blanchett, Julia Roberts e Nicole Kidman. Tamberi lo ha detto un esempio, Gallinari un maestro di vita, Pozzecco un italiano che faceva sentire orgogliosi di esserlo. Armani ha vestito il cinema agli Oscar e lo sport alle Olimpiadi. Era Milano ed era la provincia. Era la copertina di Time e la discrezione. Era artigianato e impresa. Aveva cominciato facendo il vetrinista alla Rinascente, finché in vetrina sono andate la sua fantasia, i suoi colori, la sua idea dell’eleganza e dell’umanità.
| Pier Bergonzi sulla Gazzetta dice che Armani “ci chiede di trasformare la sua fine in un inizio. Impegno, rispetto e attenzione perché il mondo di tutti noi sia meglio di come lo abbiamo trovato. Che poi era il suo sogno di ragazzino cresciuto negli Anni della Seconda Guerra Mondiale a Piacenza, lì dove il Po prende la rincorsa per il mare. Lì dove la nebbia del mattino dà alla natura quei colori polverosi e pacati che diventeranno i “suoi” colori, fino alla definizione del “Greige”, delicata combinazione di grigio, sabbia e beige, che ha sublimato a colore del suo stile ispirandosi al fango del Trebbia. Armani ha portato a Milano la cultura concreta della Grande Provincia, la curiosità e la convinzione illuminata che “Less is more”, meno è meglio”.
| Maurizio Crosetti su Repubblica ricorda: “Quando Dan Peterson, a quel tempo coach dell’Olimpia Milano di cui Giorgio Armani era tutto, non solo ovviamente lo stilista e il patròn (dal 2008, 6 scudetti a parte il resto), si fece incontro per stringere la mano al re, costui si accorse che il polsino della camicia sbordava troppo (un millimetro? Due? Tre?) dalla manica della giacca, e il giorno dopo le divise tornarono in sartoria. Perché è il dettaglio che fa lo stile. In quella minuzia ci sta comodo l’intero universo. Giorgio Armani e lo sport sono prima di tutto il blu notte di una saga (una collezione?) memorabile che dura dal 2012, da quando cioè il nostro Leonardo con gessetto, metro e forbici, senza dimenticare gli spilli per gli orli, cominciò a creare le divise olimpiche dell’Italia. Armani ha cucito lo stile addosso alla bellezza della meglio gioventù”.
| Roberto De Ponti sul Corriere della sera racconta che “in pochi immaginavano, all’inizio, che Giorgio Armani potesse essere un proprietario presente, ma vederlo ogni settimana al Forum, non appena gli impegni di lavoro glielo permettevano, è presto diventata un’abitudine per tifosi e giocatori. Un cenno gentile ai bambini che lo avvicinavano mentre si avviava al suo posto a bordo campo, la partita e alla fine il saluto ai giocatori, a uno a uno. Che si vincesse o si perdesse. Resterà una poltroncina vuota”.
| Giulia Crivelli sul Sole attacca dicendo che “si tramanda che i Navajo lasciassero dei punti imperfetti nel creare i loro tappeti, per evitare che l’anima del tessitore rimanesse imprigionata. È una delle piccole grandi scoperte che si fanno leggendo il Piccolo manuale illustrato per cercatori di stoffe, appena pubblicato dal Saggiatore, un libro che certamente Giorgio Armani avrebbe apprezzato: lo stilista e imprenditore scomparso ieri a Milano a 91 anni ha passato la sua vita adulta a dare forma a un’idea di eleganza, partendo spesso proprio da tessuti e stoffe. Quanto al destino della sua anima, difficile pensare che resti in alcun modo imprigionata: l’eredità stilistica, imprenditoriale e umana (si vedano i diversi ricordi e approfondimenti di queste pagine) di Giorgio Armani è talmente vasta da garantirgli non solo la libertà legata all’essere stato pioniere in ogni aspetto del suo lavoro, ma anche un posto nella storia del sistema moda italiano e globale. Se non addirittura una sorta di eternità, per quanto fragile e incerta appaia l’attuale condizione del mondo”.
Crivelli ricorda che Armani “auspicava che si tornasse a sfornare meno novità, ma con maggior cura, convinto che la moda stesse perdendo la sua anima e quindi il suo ruolo culturale, sociale ed economico”.
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COSA DICE DI LUI FEDERICA PELLEGRINI
«Un faro di ispirazione, i geni regalano sempre ispirazioni, tramandano ispirazione. La sua eredità non finirà mai. Lui sarà eterno».
| Umberto Zapelloni sul Foglio dice che “l’Italia dello sport non era mai stata così elegante e forse neppure così patriottica da avere le strofe dell’inno scritte all’interno delle tute dei suoi atleti olimpici. Ad Armani piacevano i giochi di squadra perché sposavano la sua filosofia. Qualche volta andava a vedere il basket anche in America, anche se non sopportava la mania degli americani di abboffarsi anche guardando la partita: troppa puzza di hot dog”.
| Oscar Eleni sul Giornale aggiunge che “come ha fatto sempre si è avventurato nel mondo dei canestri quando sentiva che la storia di una grande società perdeva colore. Lo ha fatto nello sport, come nella vita professionale andando a cercare la tradizione sapendo che come nel suo lavoro la legge del lusso non era aggiungere ma togliere e ai campioni ricordava che essere famosi vuol dire volerlo essere sempre. Anche le divise per la squadra olimpica, per il grande sport, avevano qualcosa di speciale perché chi le aveva pensate c’era stato dentro in quelle tute, sotto quelle maglie. Le volevano tutti al villaggio olimpico e il baratto era libero, anche se non molti degli azzurri lasciavano volentieri quello che era qualcosa di più di un “vestito” per andare in battaglia, per tenersi caldi. Guardare quella sedia vuota al Forum sarà triste, ma ancora più triste sarebbe se chi lo rappresenta non lo facesse sorridere mentre tira a canestro o va in discesa libera dicendo pazienza se non vi piacciono tutti i miei vestiti”.
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ARMANI E I GENERI
«Elimino le differenze tra uomo e donna. Ho dato all’uomo la scioltezza, la flessuosità, la morbidezza della donna. E alla donna il comfort, l’eleganza dell’uomo. Io destrutturo, ammorbidisco».
| Mario Ajello sul Messaggero ne dà una lettura politica quando scrive che Armani “ha capito il bisogno globale di bellezza e lo ha fatto diventare Made in Italy. Ha considerato che, a livello internazionale, non c’è nulla di più attrattivo, dal Rinascimento in poi, dello stile italiano e lo ha rinnovato e rilanciato in un mix, fantastico e tutto suo, di pop e di glamour. Gli opposti? In Armani facevano sintesi e, verrebbe da dire, una sintesi da egemonia culturale. Post-gramsciana ma, in senso craxiano, socialista. Armani ha visto prima di tanti che la classica industria pesante non avrebbe avuto troppo futuro e si è applicato («Non sono un genio, sono solo un lavoratore serio», così diceva) al soft power, alla potenza dell’immagine che è sostanza, all’arte della manifattura di qualità e la sua ha scombussolato i generi e il gender in una società che fino agli anni 80 era ingessatissima. Stiamo parlando insomma di un rivoluzionario”.
| Anche Gabriele Romagnoli su Repubblica sottolinea che “aveva fisionomia austroungarica e modi anglosassoni, poi si sedeva a un tavolo e tracciava linee morbide come le strade costiere di questa penisola, che hanno protetto generazioni di donne, accompagnandole dolcemente verso direzioni inesplorate: in carriera, al potere, purché sapessero smussare gli angoli, ampliare le vedute. Quanto all’uomo, la sua destrutturazione è stata un’altra forma di difesa, condotta attraverso la mutazione, togliendo la rigidità del bersaglio fisso, chiedendogli, in cambio, di deporre le armi. Confessava di aver concepito un progetto “democratico”, che levasse alla moda l’elemento discriminatorio, tipico di qualcosa che parlava a pochi e faceva sognare molti. Voleva vestire il maggior numero possibile di persone, facendole sentire a proprio agio e sicure di sé. Ma confessava anche d’essersi accorto d’avere realizzato qualcosa di sottilmente diverso”.
| È per questo che a Libero sono preoccupati fin dalla prima pagina, preoccupati che oggi nel ricordare Giorgio Armani si finisca per affermare valori troppo distanti da quelli che il giornale rappresenta quotidianamente. Non tiratelo per la giacca, strilla il giornale della destra, e poi fa esattamente quello. Così Mario Sechi scende in campo per avvertire che “i suoi capi non erano a buon mercato, dunque Armani non aveva il tratto necessario per diventare una figurina che riscatta il sottoproletariato, la sua filantropia è legata ai destini di Milano, città di sinistra (anche), ma dotata di un robusto pragmatismo conservatore; la sua passione per lo sport ha alimentato il basket, che è pop ma non “di massa”; quanto alle ultime trovate del mondo della moda nell’era woke, Armani non ne aveva bisogno e infatti non c’era alcun esibizionismo nel pubblico e nel privato, semmai una casta e sublime riservatezza”. E pure Fabrizio Biasin sembra preoccupato di non essere aggiunto stamattina all’elenco di chi celebra il signore dell’eleganza. “Quando muori – dice – sei sempre più bello. Più buono. Più bravo. E la cosa dura fino a quando muore qualcun altro che in un attimo diventa più bello. Più buono. Più bravo. E pensiona quello precedente”.
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ARMANI E IL BASKET
“È uno sport rapido, organizzato, divertente, occorre essere attenti, veloci… Nel basket si vince tutti assieme, come facciamo noi in azienda. “Entrò nella mia vita quando mio fratello, che era il contrario di me tanto era alto, e mia sorella cominciarono a giocarlo. Io presi altre strade…”
Su Avvenire, il quotidiano della CEI, Cinzia Arena lo saluta per la “semplicità e raffinatezza che hanno guidato la sua carriera professionale, costellata dai successi e accompagnata da un costante impegno civile”.
Segue qui
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I temi del giorno
L’esordio di Gattuso sulla panchina della Nazionale
La prima di Gattuso arriva per lui nel peggior momento. Per fortuna la partita è quella che è, novanta minuti contro la squadra al numero 44 della classifica UEFA, un paese che una volte annesso all’URSS aveva messo in sonno il calcio per non piegarsi e che ha ricominciato tutto daccapo dopo l’indipendenza [se ne parla qui su Sky Sport Insider].
Ora è comprensibile che un c.t. al debutto metta le mani avanti, peraltro in un paese che ha saltato i Mondiali incespicando sulla Macedonia del nord. Ma per fortuna l’avversaria è l’Estonia – nell’ultimo anno ha preso quattro gol in Svizzera e cinque in Polonia – altrimenti Gattuso avrebbe rischiato di finire schiacciato tra le mirabolanti imprese di Julio Velasco ai Mondiali di pallavolo in Thailandia e l’hype per Gianmarco Pozzecco, reduce dalla scintillante partita che di fatto ha eliminato la Spagna campione in carica dagli Europei di pallacanestro.
Infatti stamattina si avverte in giro l’esigenza di fare di Gattuso qualcosa più di Gattuso. Forse perché quel che è non basta. Non ha il curriculum che in Nazionale portarono Giovanni Trapattoni o Marcello Lippi, neppure quello di Roberto Mancini e di Luciano Spalletti. Neppure si può dire che si tratti di un ritorno ai percorsi di Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, perché Bearzot e Vicini il curriculum non potevano averlo. Avevano fatto tutto il loro percorso di preparazione, formazione e avvicinamento alla panchina della Nazionale dentro le stanze della federazione, lontani dal calcio in mostra.
Gattuso invece il calcio in mostra l’ha frequentato, l’ha praticato, l’ha battuto con ambizione, spesso ne è stato respinto. Ha ragione quando ricorda che con Napoli e Milan è arrivato a un solo punto dalla qualificazione in Champions, il guaio è che per Napoli e Milan arrivare a un punto dalla Champions e restare fuori è una sconfitta. Gattuso in Nazionale non porta particolari idee, visioni o intuizioni. Ma pare che non serva, così dicono tanti, quasi tutti. Gattuso porta in Nazionale soprattutto il suo personaggio e tutto questo basta.
| Libero scrive pure che porta l’ansia di dover far svoltare la sua carriera. Non è rassicurante. Ecco perché forse stamattina Gattuso deve essere paragonata a qualcosa, qualcuno più grande di lui. Oscar Eleni sul Giornale vede infatti “gemelli diversi” ma di una “stessa ricetta” Gattuso e Pozzecco – distanti per il fatto che l’Italia dei canestri ha trovato un Niang, quella del calcio cerca ancora la sua pepita.
Trovato – per la verità – non è il participio giusto. Eleni lo sottolinea con forza quando ricorda che su Niang è stato fatto un lavoro di attenzione e cura a Trento “mettendolo prima nella mani di Marco Crespi, scuola Olimpia, scelto come allenatore per lo sviluppo tecnico individuale e poi affidandolo in serie A al Galbiati, pure lui nato nella grande culla oggi in lutto per Giorgio Armani. I due gemelli diversi impegnati a darci quello che forse non meritiamo, devono tener lontano la finta amicizia di chi li sostiene fino alla prima sconfitta. Si affidino invece a cercare nelle società i Marco Crespi, i tanti allenatori che nell’ombra cercano di migliorare i giocatori”.
| Luigi Garlando sulla Gazzetta si è fatto prendere dall’entusiasmo e dalla fiducia nell’amico Gattuso, perché scrive che “Rino è come Jannik”. Come Sinner.
Ora a parte il fatto che Sinner sta bene in ogni stringa seo e in ogni titolo, Garlando dice proprio che i due si assomigliano e cita a un certo punto pure Gramsci, quel vecchio mediano del Cagliari.
“Entrambi – si legge – sono usciti di casa a 13 anni per inseguire un sogno, con la stessa ferocia che li ha resi campioni del mondo. Crederci oltre i propri limiti, massacrandosi di sacrificio. «Ossessione del miglioramento», la chiama Jannik. Era il pane di Rino. Se Sinner, dopo un match, si allena; Gattuso si imponeva esercizi tecnici supplementari per arrotondare i piedi. La differenza è che, in materia di talento, il Buon Dio è stato più generoso col tennista, ma il lavoro fatto dal calciatore per migliorarsi oggi è il suo tesoro da allenatore. È il ct giusto per far crescere, con idee ed empatia, una Nazionale umile”.
| È l’introduzione a quel bagaglio retorico che pare impossibile non portarsi dietro nel racconto di Gattuso. Fabrizio Roncone sul Corriere della sera rilancia qualche cliché sui ventenni italiani [“questi ragazzi sono ricchi e viziati e distratti, spesso storditi dalla playstation, o dall’ultima protagonista di Temptation Island”], come se i ventenni spagnoli o francesi non fossero altrettanto ricchi, e forse forse perfino viziati.
Ora, a parte aver confuso Riccardo Calafiori per una riserva dell’Arsenal [tre da titolare su tre, un gol, due assist], nell’analisi torna pure un’antica corrosività verso Spalletti: “Rino ha capito che non è il momento di lavagne, filmati, ossessioni tattiche. Qualche giocatore gli ha riferito che Spalletti li rimbambiva. Te tu ti vai a mettere lì, così poi ci si ritrova tutti insieme laggiù. «Calcio relazionale». Lo chiamava così. E, dopo averglielo spiegato, continuava pure a parlargli addosso nello spogliatoio, nella hall dell’albergo, a cena. Poverini: una pressione psicologica insopportabile, debilitante”.
Forse è perfino tutto giusto. Ma non aiuterà Gattuso, non aiuterà l’Italia la diffusione del principio che il calcio è semplice, che in fondo sia fatto di due parole e due concetti in croce. Anche correre è un gesto elementare. Ma dietro la corsa del 2025 – per andare più veloci – ci sono la ricerca, lo studio, il progresso nell’alimentazione e non il pane e il salame buono di una volta, ci sono i body con le tecnologie più avanzate e non la maglia sudata, ci sono gli staff con gli esperti di biomeccanica e non lo spogliatoio come una famiglia – e peraltro in famiglia si commettono i peggiori crimini, come ci raccontano ogni giorno i casi di cronaca.
“D’accordo: e allora? – si legge nell’anteprima di Roncone – Chi se ne frega, Rino, di Wikipedia. Fagli baciare la maglia. E portaci alla fine di questo miracolo”.
È sensazionale come stamattina sui giornali stiano insieme con tanta disinvoltura e naturalezza l’apprezzamento per un visionario ribelle come Giorgio Armani e l’elogio del primitivismo di Gattuso.
| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, sottolinea il ruolo avuto da Buffon nella scelta di Gattuso e di Baldini per la Under-21, ricordando come “per anni abbiamo chiesto che fossero proprio loro, i calciatori, a effettuare le scelte tecniche facendo leva sulle esperienze accumulate e sulla conoscenza diretta dei papabili. Ci siamo arrivati: non è stato un trust di cervelli che il pallone l’avevano visto soltanto a distanza a puntare su un professionista, ma un signore che per tutta la vita non ha fatto altro che parare. Perfino i colpi della vita stessa. Sono curioso, lo siamo tutti. Anche quelli che pensano che Gattuso non sia il ct ideale. Sarà il campo a decidere se Buffon ha avuto ragione o no”.
[Klopp prima e Slot poi sono stati scelti a Liverpool da un algoritmo. L’algoritmo lo citiamo solo quando un club sbaglia un acquisto, magari ignorando che uno dei dati inseriti per far girare l’algoritmo era il tetto di spesa].
“Dobbiamo sostenere il calcio semplice di Rino con la sua forza emotiva e il suo carattere di guerriero”, è l’invito di Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio.
| Arrigo Sacchi un tempo fu un eretico. Scoprì sulla sua pelle cosa fosse la derisione per un’idea nuova. Eppure, anche Arrigo Sacchi stamattina si rifugia sulla Gazzetta nella falsa moneta che “più dei moduli e degli schemi, conta la mentalità, conta la voglia di arrivare per primi sul pallone, conta lo spirito che si mette in campo. Posso essere un perfetto interprete del 4-3-3 o del 4-2-3-1, ma se poi non sono disposto a dare l’anima durante la partita che cosa me ne faccio delle qualità tecniche?”.
Strano perché si sente ripetere appena possibile che non nascono più i dribblatori, quelli che saltano l’uomo, i ragazzi non giocano in strada, bisogna ripartire dalla tecnica. Allora ripartiamo dalla fatica. La fatica e l’ammore.
Sacchi dice che “chi va in azzurro deve amare la maglia, deve essere disposto a buttarsi nel fuoco per evitare un gol e deve sudare come un dannato per cercare di farne uno. Io dico che la nostra Italia ha bisogno di undici Gattuso”.
Può darsi. Ma speriamo di non trovare mai una squadra con undici Lamal.
Buona fortuna, davvero.
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Dai campi
La sconfitta della Nazionale tedesca di calcio in Slovacchia
“Basta una parola: patetico”. Julien Wolff su Die Welt non ha speso molto tempo ieri dopo Slovacchia-Germania per cercare una perifrasi e raccontare la sconfitta per 2-0 dei quattro volte campioni del mondo, la squadra numero #9 nel ranking FIFA contro la numero #52 di Francesco Calzona in panchina, ex vice di Spalletti, anche lui ogni tanto dice calcio relazionale. La Nazionale tedesca ha “enormi problemi da risolvere a meno di un anno dai Mondiali” scrive il quotidiano dei conservatori di Germania.
Oliver Fritsch su Die Zeit rimarca come Julian Nagelsmann abbia tirato in ballo “la mancanza di atteggiamento, ma gli errori sono altri. Nel giustificare la sconfitta ha perso l’orientamento, come la squadra in campo”. La Suddeutsche Zeitung parla di “imbarazzo a Bratislava” e scrive che “gli esperimenti di Nagelsmann sono andati male”. I difensori centrale erano confusi, l’esordiente Nnamdi Collins si è smarrito, Florian Wirtz è rimasto invisibile.Matthias Dersch su Kicker alimenta il panico, dice che “siamo pericolosamente vicini al fondo” e scrive che “il Ct della nazionale deve correggere ancora una volta la rotta, altrimenti si profila un Mondiale senza Germania”. Anche la Frankfurter Allgemeine Zeitung dice che in questo modo non si va in America. Stern parla di “una squadra sostanzialmente impotente, un disastro” e Der Spiegel accoglie lo 0-2 addirittura con un sospiro di sollievo, per come sono andate le cose “è questo è un buon risultato”.
L’Angliru
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“Se non siete mai saliti su una montagna il giorno di un tappone non potete immaginare quella puzza che rovescia lo stomaco, un mélange di scarico di motori e frizioni bruciate. Se non siete mai arrivati in cima all’Angliru non sapete cosa sia la paura di cadere: da una salita, con la macchina che urla di impotenza.
Quando ti vedono in stallo, arrivano i tifosi appollaiati lì da giorni, e cominciano a spingerti via. Se neanche così riesci a ripartire, allora ti sollevano di peso e ti parcheggiano sull’erba, di lato. Hai perso, e non sarai l’unico.
Gilberto Simoni, unico italiano ad aver vinto sull’Angliru, nel 2000, confessò di aver messo il piede a terra. Il tratto più crudele della salita più dura d’Europa ha un nome, la Cueña les Cabres, con 300 metri al 22% e punte che superano il 23%.
La sensazione è quella di ribaltarti. Televisivamente è una meraviglia, quando ci sei dentro un po’ meno. Per fortuna nove su volte su dieci c’è la nebbia e piove, fa freddo ed è grigio, non vedere dove bisogna arrivare in questi casi è un vantaggio”.
ALESSANDRA GIARDINI, Domani, 12 settembre 2023
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link
Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico.