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#1 giorno alla Ryder Cup
► IL MILAN ha passato il turno di Coppa Italia [3-0 al Lecce] e si è qualificato per gli ottavi colpendo pure tre pali e una traversa giocando in 11 contro 10 dal 18esimo minuto. Hanno segnato Gimenez, Nkunku e Pulisic. Domenica Milan-Napoli. Avanti pure Udinese e Cagliari.
◇ Liverpool-Southampton in Coppa di Lega [2-1] si è chiusa con il grosso timore che Giovanni Leoni si sia seriamente infortunato a un ginocchio. È uscito in barella dopo un contrasto con un avversario. Era al debutto con i Reds e stava giocando benissimo,
◇ Giulio Pellizzari dovrà rinunciare ai Mondiali di ciclismo su strada di domenica. Ha la febbre. Aveva vinto una tappa alla Vuelta e chiuso la corsa al 6° posto. Le crono jr sono state vinte da due olandesi, Michiel Mouris e Megan Arens
◇ È moto Nikola Pilic, finalista al Roland-Garros 1973, mentore di Novak Djokovic, aveva lavorato con Goran Ivanisevic, Boris Becker, Michael Stich. Ha vinto da capitano tre volte la Davis con la Germania, una con ka Croazia e una con la Serbia. Fu singolarista per la Jugoslavia contro l’Italia al primo turno dell’edizione 1976.
◇ Lorenzo Musetti ha perso dal cileno Tabilo la finale di Chengdu. Non vince un titolo da tre anni, sottolinea il Corriere della sera, tuttavia si è ulteriormente avvicinato alla qualificazione per il Masters di Torino. Nella notte Matteo Berrettini è tornato a vincere una partita dopo tre mesi e lo stop per infortunio. Ha battuto al primo turno di Tokyo lo spagnolo Munar.
◇ Oggi Achille Polonara fa il trapianto di midollo osseo e ieri ha mandato un messaggio via social ai tifosi.
Il filo rosso della mia vita è l’indomabilità
Claudia Cardinale
L’umanità di un Pallone d’oro a Ousmane Dembélé
Stavolta sono gli spagnoli, non i francesi, che si incazzano. Stavolta sono il papà e l’entourage di Lamine Yamal a dirsi umiliati, offesi e pure un pochino sospettosi per l’esito del Pallone d’oro, mentre dall’Inghilterra c’è chi considera che “il successo di Ousmane Dembélé è una vittoria umana nel teatro tossico del calcio”. Lo ha scritto Barney Ronay sul Guardian, incerto se trovare più nauseabonda “la folla di parigini trasformata in zombie della fama e accalcata contro le transenne quattro ore prima della cerimonia”, quelli che ululavano alle presentatrici televisive di passaggio assistendo alla preparazione, gli indignati contro la decisione di far giocare contemporaneamente il PSG a Marsiglia, o più in generale tutto questo “momento del culto della personalità, della confusione tra talento e virtù, della super eroizzazione di persone che per puro caso sono molto brave nello sport”.
Detto ogni male possibile della “cultura dei premi” e di “una cantante sexy multilingue che si è presentata e ha cantato una canzone sexy multilingue”, l’editorialista del Guardian considera che però il calcio sa sempre stupire, sedurre e farsi amare. Perfino se il Pallone d’oro va a Ousmane Dembélé “che gioca per un progetto statale”. Perché nel suo caso siamo di fronte a un ragazzo che “ospita qualità umane irresistibilmente riconoscibili. Con lui non abbiamo solo un calciatore meraviglioso, ma una storia umana edificante, incarnata da un brav’uomo che ha avuto un anno brillante in una squadra brillante. Anche qui c’è una trappola. Non esageriamo. Non fate come L’Équipe. Non fate di Dembélé il Gesù del calcio di una scuola tattica monotematica solo perché ha fatto molto pressing ad alta velocità. Non parlate del compimento di un destino tortuoso che dimostra come tutte le storie siano possibili. Non si tratta nemmeno di un buono-cattivo. Non è stata la vittoria di Ousmane contro una macchina, come gli avatar online del Real Madrid si sono affrettati a esultare, la vittoria di un giocatore rovinosamente costoso per il Barcellona che ha eliminato il bambino d’oro della Masia. Nel mondo così sempre binario è stata irritante l’indignazione post-cerimonia per Lamine Yamal, l’idea che questo diciottenne dal talento soprannaturale, già ricco oltre ogni ragionevolezza, portato in giro su una sedia come un principino dorato, sia stato in qualche modo vittima”.
La paranoia in cui vive Florentino Pérez
L’altro grande tema ancora impigliato tra le maglie della cerimonia di lunedì sera è il boicottaggio scemotto del Real Madrid. L’anno scorso Florentino Pérez ordinò ai suoi di non presentarsi perché il secondo posto di Vinicius jr dietro Rodri gli parve un affronto o una cosa del genere. Florentino è l’uomo che Santiago Segurola una volta ha definito il potente che un certo giornalismo sportivo spagnolo è felice di far felice [lo disse in questa meravigliosa intervista] ma in quel caso si prese le critiche perfino di Valdano cuore madridista.
Stavolta è The Athletic a sottolineare l’atteggiamento del Real dichiarando di aver avuto un confronto con l’attuale e con l’ex staff del Madrid, con fonti vicine a giocatori e allenatori vecchi e nuovi, con altre personalità del settore che hanno avuto a che fare con Pérez. Tutti hanno chiesto l’anonimato per poter parlare liberamente di come funzionano realmente le cose al Bernabeu. E le cose stanno così. Per il Real Madrid il Pallone d’Oro non esiste: il premio non è stato mai menzionato su nessuno dei suoi canali ufficiali. È una decisione di Florentino perché ogni decisione finale spetta a lui. Florentino controlla tutto: questioni calcistiche, comunicazione, affari, ogni reparto del club. Ma questa sua posizione sul Pallone d’Oro ha causato problemi a chi lavora con gli sponsor, con i partner commerciali e nelle pubbliche relazioni. Pérez è descritto come un presidente totalmente immerso dentro la faida quotidiana di chi crede che la scena debba restare divisa tra chi ama il Real Madrid e chi lo odia. Ha soltanto aggiunto l’UEFA e il suo presidente Aleksander Ceferin alla seconda schiera dopo l’implosione del progetto separatista per la Superlega.
Il risvolto politico di Dubai in Eurolega
Mancano sei giorni alla prima palla-a-due dell’Eurolega e il torneo di basket più bello da quest’altra parte dell’Oceano si poterà dietro due questioni: la presenza delle due squadre di Tel Aviv [Hapoel e Maccabi] e l’esordio della franchigia di Dubai. La presenza di Israele nelle competizioni europee è una tradizione che la Generazione Boomer ha conosciuto da bambini. Ha motivi politici e quegli stessi motivi politici messi alla porta adesso entrano dalla finestra in senso contrario.
L’ingresso di Dubai ha invece motivi economici. Non c’è altra ragione – neppure larga, neppure molto larga – per considerare Europa gli Emirati Arabi Uniti. Ma la Etihad Arena ha già ospitato le finali della stagione scorsa.
Jonathan Liew, opinionista numero uno delle pagine di sport del Guardian, è stato a Dubai in questi giorni da un amico ed è tornato a casa con un’idea che lo perseguita. La destra populista inglese vuole replicare nel regno l’immagine di Dubai, e bisognerebbe fare molta attenzione ai loro desideri.
Dice Liew che se avete voglia di un sandwich a quattro piani alle tre del mattino, Dubai fa al caso vostro. I taxi sono economici e sono ovunque. Gli hotel di lusso offrono ogni venerdì dei famosi brunch e “i pomeriggi si dissolvono in bouquet di spumante senza fondo, i piatti traboccano di cibo che non verrà mai mangiato” [Qui è necessaria un’avvertenza. Liew appartiene a una duplice minoranza. Oltre a essere progressista scrive anche bene].
Racconta allora di aver vagato tra hotel a cinque stelle e per centri commerciali immersi dentro raffiche di aria condizionata per delle settimane, “cercando di non guardare nell’ombra” perché questa è la Dubai che viene servita dagli atleti, dalle celebrità, dagli imprenditori, dagli influencer di lifestyle e dai feed di Instagram, “un tempio di rooftop bar e tramonti da cartolina, consumi senza sensi di colpa”.
Il dibattito sul difensivismo di Guardiola
Siamo in viaggio verso un mondo post Pepista e questo viaggio non sappiamo ancora dove ci condurrà. In viaggio ci siamo tutti perché quando a Pep Guardiola viene un’idea quell’idea entra nella testa di molti altri. Una volta è il falso centravanti, un’altra volta il portiere-regista oppure i terzini che diventano mezzali.
Il viaggio nel mondo post Pepista è quello che Jonathan Wilson, storico del calcio che scrive per il Guardian, definisce il passaggio dello specchio di Guardiola. È cominciato con una vittoria schiacciante nel derby di Manchester lasciando la gestione della palla allo United e battendolo in contropiede. È proseguito nella partita in casa dell’Arsenal di domenica scorsa, dove il possesso è sceso al 34%, il più basso mai registrato da una squadra di Pep in una partita. Alla fine aveva in campo quattro difensori centrali, due centrocampisti di contenimento e un terzino. Ma nemmeno questo dato – spiega Wilson – rende l’idea di quanto la cosa sia strana.
L’anti-Marc si chiama Marco
Siamo entrati nei giorni dell’attesa. Motegi è il posto dove Marc Márquez può diventare nel fine settimana campione del mondo per la nona volta. In Spagna fremono ma nel frattempo As dice che è sorprendente vedere puntato il dito contro la Ducati per aver perso due piloti come Jorge Martín ed Enea Bastianini, mentre Marco Bezzecchi non è mai stato preso in considerazione per una sella ufficiale a Borgo Panigale, si è trasferito all’Aprilia e ora sembra diventato proprio lui la grande alternativa a Marc.
Nelle ultime sette gare è salito sul podio in cinque. Márquez a Misano ha ammesso di aver vissuto una delle gare più difficili dell’anno contro di lui. Ora Bezzecchi minaccia il terzo posto in classifica di Pecco Bagnaia [otto punti di distanza] ma ha dedicato gli ultimi test allo studio di come può battere Márquez. Si sta concentrando sull’usura delle gomme nell’ultimo quarto di gara e sul miglioramento della stabilità della moto. Inoltre, scrive AS, c’è ancora un buon margine di miglioramento nei time attack. Nonostante la RS-GP di Bezzecchi abbia conquistato la pole al GP di San Marino, si è trattato finora di un’eccezione. La casa di Noale ha apportato “modifiche visibili e invisibili durante i test”, tra cui un nuovo telaio che solo Bezzecchi ha provato.
Quando aveva 4 anni i Re Magi gli portarono la prima motocicletta elettrica. Da allora, Marc Marquez non ha mai smesso di correre. Lo ha fatto inseguendo e superando il suo mito Valentino Rossi. Lo ha fatto portando sulla scena una nuova maniera di guidare, sfidando ogni limite e riempiendosi di cicatrici: quattro interventi chirurgici, un viaggio negli abissi del motociclismo e di sé stesso.
Che cosa hanno in comune Bublik e Alcaraz
È successo al torneo di Hangzhou, dove Sergej Rublev ha battuto il francese Valentin Royer [il quinto nato negli anni Duemila a qualificarsi per una finale] e ha fatto una piccola impresa che negli ultimi otto anni di tennis era riuscita solo a Carlitos Alcaraz: vincere un titolo ATP sul cemento, uno su terra e su erba nella stessa stagione. Alcaraz l’ha fatto in questo 2025 e anche nel 2024 e nel 2024. Bublik lo ha appaiato passando da Halle, Gastaad, Kitzbühel e adesso la Cina, impreziosendo questa catena del rosario con una vittoria su Sinner in Germania. Negli ultimi trent’anni il tris su tre superfici differenti è riuscito a Stich [1991, 93], Agassi [1992], Sampras [1994, 98], Krajicek [1994], Philippoussis [1997], Roddick [2003, 05], Federer [2003, 04, 05, 07, 08, 09, 12, 15], Karlovic [2007], Nadal [2008, 10], Querrey [2010], Djokovic [2011, 14, 15, 19, 21, 22], Ferrer [2012], Dimitrov [2014], Murray [2015, 16], Thiem [2016] e Pouille [2017].
Innamorarsi di Marco Palestra
Lontano dalle luci e dalle prime quindici-venti pagine dei quotidiani sportivi, c’è un giocatore che sta facendo prendere una sbandata alla piccola tribù dei maniaci per i terzini. Avrà il piacere di essere più largamente considerato quando diventerà l’obiettivo di mercato di un bacino d’utenza più grande. Si chiama Marco Palestra, ha 20 anni, lo hanno costruito nei laboratori di Zingonia e sta giocando in prestito in quel Cagliari che è la vera rivelazione delle prime quattro giornate di serie A. Se Frank Anguissa non avesse trovato un lampo al minuto 95, ora Pisacane sarebbe a -2 dalla testa della classifica. Ma già quel che ha fatto finora, gli consente di arrivare alla partita di sabato sera con l’Inter standole un punto avanti, all’altezza del Como milionario.
Palestra è il giocatore per il quale ci stiamo prendendo una cotta, per usare la parola adoperata da Kickest.
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