Il ruolo di Pogacar nella storia del ciclismo

   

La seconda maglia iridata e il dibattito sul più grande

Era un inganno. Quando Tadej Pogacar aveva provato a farci credere d’essere pentito per la fuga di cento km ai Mondiali di un anno fa – la migliore peggior idea che gli sia mai venuta [se ne parlava qui] – stava cercando di sviarci, stava cercando di camuffare il proposito di farlo ancora. E l’ha rifatto.

Ha messo a cuocere la corsa a 104 km dal traguardo. Quando le gambe degli altri erano lesse, se n’è andato. S’è fatto da solo 66.6 km, una quindicina in più che in Svizzera nel 2024, ma ancora 24 in meno rispetto a Vittorio Adorni nel Sessantotto [la sua corsa di allora], perché ci sono rivoluzioni che non si possono eguagliare neppure se sei Tadej Pogacar.

Solo alle Strade Bianche del 2024 se n’era stato in solitudine per più tempo, 81 km e 100 metri per arrivare in Piazza del Campo con 2 minuti e 44 sul secondo. Qui, in Ruanda, ha dato un minuto e mezzo a Remco Evenepoel – bandiera bianca a 100 km dall’arrivo – e ancora 2:16 a Ben Healy. Dal quinto posto in giù sono tutti arrivati oltre i 6 minuti e 40. Il ventesimo a 10 minuti, il trentesimo a 12. Il trentunesimo non c’è. Gli altri 135 iscritti si sono ritirati.

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LUI O MERCKX

È la vittoria numero 105 nella carriera di Tadej Pogacar. L’ultima volta che un corridore aveva vinto Mondiale, Tour e Liegi era stato nel 1971 e quel corridore si chiamava Eddy Merckx. È l’ottavo ciclista nella storia che non restituisce la maglia iridata e per l’immaginifico Alexandre Roos che ne ha scritto su L’Equipe siamo solo in attesa di dargli la corona di miglior ciclista della storia. 

Nella sua cronaca racconta di come Tadej abbia fatto a pezzi questo grande anello così diverso dal solito circuito, lontano dai quartieri residenziali, dalle ambasciate e dagli hotel sterilizzati, per scalare il Monte Kigali, in mezzo a una folla immensa oltre l’ipercentro della capitale, tra i quartieri operai, la stazione degli autobus, il mercato di Nyabugogo, una sensazione un po’ più palpabile e reale della vita. Pogacar si è aperto la strada sul selciato di questo muro di Kigali le cui tribune naturali erano stipate fino al soffitto, in mezzo alle piccole case dipinte di giallo, arancione, a volte viola, ai tetti di lamiera ocra, alle strade sterrate

Ha corso le ultime due ore di mezza del Mondiale sotto lo sforzo della velocità massima. Gli sono rimasti accanto per un po’ solo Juan Ayuso e Isaac Del Toro – e nel pieno di una corsa per la maglia iridata è stato più semplice capire due cose. La prima: perché Pogacar li abbia voluti come gregari nella UAE. Secondo: perché i due siano sempre più insofferenti al pensiero.

I Mondiali di ciclismo parevano a un certo punto una seduta d’allenamento di gennaio, al caldo della Spagna. Il capitano li ha mollati là e si è dato a quella che Roos chiama una nuova follia che tende a passare inosservata di questi tempi, diventata quasi ordinaria: non molto tempo fa eravamo felici quando le operazioni iniziavano negli ultimi 20 chilometri. Tadej Pogačar se n’è andato e nessuno lo avrebbe più rivisto, perché nessuno lo fa mai.

Carlos Arribas su El Pais paragona la sua lunga fuga a una fanfara gioiosa: tamburi, tromboni, trombe di bronzo lucente che celebrano la sua vittoria. Nel cuore delle tenebre, le acacie viola fioriscono rigogliose. Tutto si illumina in pieno, celebrando il mito di Pogačar e le gesta eroiche di Remco Evenepoel, sfortunato duellante, abbattuto. I tamburi scandiscono il ritmo delle ultime pedalate sofferte come scandivano al galeotto Charlton Heston il ritmo del remo dai perfidi colonizzatori romani di Giudea in Ben-Hur: un ritmo forzato, da condannato

È un Pogacar fresco e sognatore. Il Pogacar consumato dal Tour – fa notare El Pais – tanti giorni a pensare sempre al giorno successivo, è scomparso. Rinasce il Pogacar felice dei giorni senza domani, delle classiche di un giorno, quello che ha tanto goduto della primavera di Roubaix, anche cadendo e perdendo, di Fiandre, di Liegi, dei percorsi polverosi di Siena. Quello degli autunni lombardi e della caccia all’arcobaleno. 

È stata una corsa brutale, nella quale c’è spazio per apprezzare il 13esimo posto di Paul Seixas, 19 anni, il ragazzino in cui la Francia comincia a credere, alla sua prima corsa di 270 km, e su un percorso del genere. 

Il miglior compagno di squadra di Tadej Pogačar – dice Roos – è stato il percorso, perché è troppo facile per lui vincere su un tracciato difficile. Quel che per gli altri è un inferno, per lui è un paradiso. Era partito altrettanto indietro a Zurigo l’anno scorso, ma questa seconda vittoria non è stata niente di simile, molto più netta, molto meno incerta. Tutto questo contro il gruppo più competitivo della storia, il più compatto, quello meglio preparato. Non c’è più molto a cui aggrapparsi. A 27 anni Pogacar sta diventando il più grande corridore della storia

La rivista Rouleur ricorda che secondo L’Équipe Magazine questa sua stagione sembra un continuo spartiacque tra leggenda e realtà: ci si interroga se sia già più grande di Eddy Merckx, se debba vincere un quinto Tour per essere considerato il migliore di sempre, o se il suo dominio renda le gare meno spettacolari. Ma sulla strada non ci sono dubbi: Pogačar corre in una categoria a parte, e per un altro anno indosserà la maglia arcobaleno, simbolo della sua unicità e della sua forza.

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