Il ciclismo di oggi è pulito, dice David Walsh sul Times
Sono passate due settimane dalla fine del Tour de France e due ne mancano all’inizio della Vuelta. In giro per l’Europa c’è gente che corre per prepararsi a quella. Giulio Ciccone, per esempio. L’altra settimana ha vinto la Classica di San Sebastian, ieri la quinta tappa della Vuelta a Burgos: primo in classifica generale Isaac Del Toro.
Tutti guardano avanti, alcuni guardano molto avanti, chiedendosi per esempio cosa sarà di Remco Evenepoel nella sua nuova squadra, la Red Bull-Bora-Hansgrohe, dove avrà compagni di squadra migliori per provare a competere con Vingegaard e Pogacar, dove avrà un centro di ricerca a sua disposizione e dove troverà l’ingegner Dan Bingham, un tipo che con l’aerodinamica ci sa fare, un ciclista scienziato che nel 2022 ha pure battuto lui stesso il record dell’ora, uno dei traguardi futuri di Evenepoel [qui ne ha scritto qualche giorno fa L’Èquipe]
Però. Tempo per parlare di futuro ce ne sarà in abbondanza [speriamo], fermiamoci ancora un attimo sul Tour, perché sul Times ci siamo persi la riflessione di David Walsh sulla vittoria di Pogacar, o forse dovremmo dire sulle vittorie di Pogacar, al plurale. Walsh ha scritto del dibattito sulla sua grandezza, se il ciclismo stia entrando nel cono d’ombra del suo cannibalismo o se si gioverà della luce di un ciclo scritto da un campione epocale.
“Come la bellezza, anche lo sport più avvincente è negli occhi di chi guarda. Non esiste una risposta giusta – dice Walsh – solo opinioni. Ognuna è valida quanto la successiva. La mia visione è viziata da oltre quattro decenni di esperienza nel seguire e scrivere del Tour”.
E dunque Walsh ricorda – e racconta – di quando nel 1982 andava al Tour solo perché Sean Kelly competeva per la maglia verde. Bernard Hinault stava vincendo il quarto Tour e a lui parve che perfino i francesi fossero un po’ stufi. Indispettito dalla discussione, Hinault partecipò allo sprint di gruppo sugli Champs-Élysées. Una cosa decisamente irrituale. Lo vinse.
“Agli occhi di un esordiente – scrive Walsh di sé – era un risultato insolito. Come poteva un corridore da classifica generale trasformarsi improvvisamente in uno sprinter di gruppo e battere tutti gli specialisti? Un corridore di quel Tour disse che o lasciavano vincere Hinault sugli Champs-Élysées o non lo avrebbero invitato ai criterium post-Tour in Bretagna. Non sono ancora sicuro che stesse scherzando. A quei tempi era comune che si stipulassero accordi tra corridori e squadre. I risultati venivano barattati; a volte con la promessa di un aiuto futuro, a volte in cambio di denaro. Più pensavi di sapere, meno sapevi davvero”.
In piena autofiction, Walsh ripercorre le sue successive incursioni al Tour – più consapevoli, più complessive – e le racconta in parallelo alla storia personale del suo disturbo del linguaggio.
“In qualsiasi situazione sotto pressione, balbettavo. Non era divertente”.
Il Tour è stato la sua terapia d’urto, dice. Ma pronunciare il nome di Ludwig Wynants era un incubo. Così come un incubo, dice, è stata l’adesione al club dell’omertà, la partecipazione al silenzio sul ciclismo che andava avanti abusando di testosterone, cortisone e altri farmaci proibiti.
“Senza mai parlarne – dice – i corridori ci informavano che ciò che assumevano erano affari loro, non nostri. Per la maggior parte eravamo d’accordo. Per così tanto tempo – dice Walsh – è stato impossibile credere nel Tour. Gli anni Novanta sono stati una continuazione degli anni Ottanta, gli anni Duemila sono stati brutti come gli anni Novanta e poi è arrivato il Team Sky, ora Ineos, che ha vinto sette Tour su otto. Parlavano di vittorie pulite, ma dal 2016 ci sono stati scandali su scandali legati al modo in cui quella squadra è stata gestita”.
In questo panorama la figura di Walsh è stata devastante. Alle sue inchieste si deve il disvelamento della costruzione a tavolino del corpo e dei risultati di Lance Armstrong. Per via di tutto ciò oggi Walsh si spinge a dire che “Pogacar migliora un po’ ogni anno, ma è essenzialmente lo stesso corridore di sempre, praticamente di ogni settimana in ogni stagione. Credo che sia un campione eccezionale e credibile. Ecco perché le sue vittorie non possono essere noiose e il suo dominio è una gioia, non un motivo di sospetto. Questa è l’epoca più credibile che il ciclismo abbia mai conosciuto e merita di essere celebrata”.