Le manovre della Visma contro la maglia gialla
Hanno isolato Pablo, ma Pablo è vivo. Pablo sarebbe in queste righe Tadej Pogačar perché fa molto fico citare Francesco De Gregori in un martedì mattina di metà luglio. Lo hanno isolato le circostanze e i calabroni. Le circostanze sono la mala suerte che lo ha privato di Joao Almeida, il suo più fido scudiero sui tratti di montagna. I calabroni sono i ciclisti della Visma, i cattivi della storia, o forse i buoni se vogliamo dare il ruolo del villain ammazza-Tour a Pogačar. La Visma sta facendo di tutto per mettere la maglia gialla sotto pressione. Una volta manda Matteo Jorgenson nella sua scia mentre quello fa rifornimento per innervosirlo, un’altra volta mette i suoi uomini davanti a tutti per tirare il collo al gruppo e prosciugare le energie degli UAE.Pavel Sivakov, altro compagno di Pogačar, s’è ammalato, così ieri sono rimasti a smazzarsi la fatica Nils Politt e Tim Wellens, con un supporto nel finale di Jhonatan Narvaez e Adam Yates che viene definito evanescente da chi ne capisce.
Chi ne capisce è l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe, dove stamattina riferisce dei Visma irrequieti e di un Pogačar imperturbabile.
“Ci sarebbe piaciuto restare lassù, sul magnifico altopiano della Croix Saint-Robert, con le mucche al pascolo estivo, un santuario di calma in mezzo ai rilievi panciuti e dolci della Chaîne des Puys, un riposo per la vista dai colori tenui, il giallo delle erbe bruciate dall’estate, la malva, il blu dei fiori selvatici, il beige delle mandrie. Ma il Tour de France non si ferma mai, con la sua furia, la sua vivacità, la sua inesorabile avanzata, e lunedì, furioso nonostante la sua atmosfera pacifica, non ha fatto eccezione”.
La tappa sul Massiccio Centrale, piantata alla fine di una settimana di tracciati piatti come frittelle e alla vigilia dei Pirenei, ha fatto uscire Pogačar dalle molteplici trappole con un vantaggio di 1’17” su Vingegaard, senza che il danese sia mai riuscito a metterlo in difficoltà. Tadej è stato così lucido da controllare la corsa facendo in modo di lasciare la maglia gialla a Ben Healy e risparmiarsi così tutta la trafila del podio, della pipì da controllare e delle interviste. Un po’ di tempo di recupero in più, “una mossa azzeccata – spiega Roos – considerando che ieri sera c’era una trasferta di oltre 3 ore e mezza per arrivare a Tolosa e vivere il primo giorno di riposo”.
Pogačar ha lanciato pure un attacchino a circa 1,5 km dal traguardo, così, per vedere di nascosto l’effetto che fa, attaccare non sarebbe compito suo, ma l’ha fatto a Rouen, l’ha fatto al Mûr-de-Bretagne, ci ha riprovato. Vingegaard si consola pensando di non essere stato staccato, ma a un certo punto dovrà porsi la questione di attaccare, provare lui a staccare il Mostro Giallo.
Filippo Maria Ricci sulla Gazzetta definisce lo sloveno “un Lone Ranger, uno sceriffo senza aiutanti”. Tuttavia “Tadej Pogacar fa quello che vuole, e dice quello che vuole. Dopo 10 tappe, il suo controllo su questo Tour de France ha le sembianze di una morsa”.
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Entrando nella magnifica riserva del Massiccio Centrale nota come Puy de Dôme siamo stati travolti dal verde. Il primo pensiero è andato a quelle grandi scatole di matite a colori. Siamo in una zona vulcanica, ma qui le tonalità della tinta della speranza non hanno limiti, fanno ciò che vogliono disponendosi di fronte alla vista come un ventaglio meravigliosamente sconnesso
FILIPPO MARIA RICCI, la Gazzetta
La squadra di Vingegaard aveva fatto di tutto per preparargli il terreno. Avevano piazzato due figure nella fuga di giornata, Simon Yates e Victor Campenaerts, mentre Matteo Jorgenson aveva il solito compito di innervosire Pogačar nel finale. L’americano ha attaccato quattro volte sopra Murol, a una ventina di chilometri dal traguardo, poi sul Col de la Croix Saint-Robert, e ogni volta lo sloveno gli è andato dietro. I calabroni lo hanno molestato in discesa come al Delfinato, ma la battaglia psicologica per ora è stata un pitoffio nell’acqua.
Simon Yates se non altro si è preso la tappa. “Non si spunta su una vittoria di tappa al Tour – dice Roos – ma cambia la carriera del britannico, aumenta il prestigio della sua squadra, quando pensavamo che avrebbero cercato di far qualcosa per la classifica?”.
Ben Healy è andato a dormire vestito di giallo. Sono passati 37 anni da Stephen Roche, l’ultimo irlandese. È il quarto del suo paese a mettersi in testa alla classifica del Tour, gli altri sono stati Seasmus Elliot nel 1963 de Sean Kelly nel 1978. Dovrebbe poter tenere la maglia fino a giovedì, quando la località d’arrivo porta quel nome spaventoso e leggendario di Hautacam. Coraggio, sta iniziando il Tour.
| mappe Con i trasferimenti in pullman stiamo esagerando
Tre ore e mezza di trasferimento, racconta Roos. Corpo di mille balene. Proprio qualche giorno fa Le Monde raccontava di come il Tour de France in bicicletta sia diventato col passare degli anni la Grande Boucle in autobus. Il 1957 è stato l’ultimo anno in cui il Tour de France ha percorso effettivamente la Francia per intero in bicicletta. Con partenza da Nantes e arrivo a Parigi dopo 4.665 chilometri, senza trasferimenti. In ogni tappa la città di arrivo era anche la città di partenza del giorno dopo. Facile.
Non succede più. Anzi. Dal 2000 al 2025, sottolinea Le Monde, le edizioni del Tour hanno abusato dei trasferimenti: in media 1.365 km in linea d’aria e 1.828 su strada. Le prime 33 edizioni, tra il 1903 e il 1939, hanno previsto solo due trasferimenti per un totale di 400 km su strada nel 1904 e nel 1906. Erano però tappe che spesso superavano i 300 km di corsa. L’edizione 2025 sta per battere tutti i record: un percorso di 3.338 km in bicicletta contro 3.101 km di trasferimenti in autobus o in aereo. Qui c’è anche un bel grafico del giornale francese sul fenomeno, anno per anno, mentre qui si trova una mappa interessante dei dipartimenti attraversati dal 1903 al 2025, sulla frequenza dei passaggi nelle varie aree della Francia secondo le diverse epoche. Un modo alternativo di passare 10 minuti sotto l’ombrellone, ma anche sotto l’aria condizionata in ufficio, casomai.