Lo Slalom del 13 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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# 1 giorno ai Mondiali di nuoto in acque libere

     

►  JONATHAN MILAN ha vinto a Laval uno sprint su altri cinquanta corridori e ha spezzato il digiuno di vittorie al Tour per un ciclista italiano. Durava da sei anni e da 103 tappe. Oggi un’altra occasione per velocisti o per un fuggiasco. Tadej Pogacar è sempre in maglia gialla. Sarah Gigante ha vinto invece la penultima tappa del Giro d’Italia ed Elisa Longo Borghini ha strappato la maglia rosa alla svizzera Reusser. Oggi chiusura a Imola. 

◇  Iga Swiatek ha vinto il suo quinto titolo di Slam battendo Amanda Anisimova in finale a Wimbledon per 6-0 6-0. È il primo torneo per la polacca dopo il Roland-Garros 2024 e la squalifica per una positività al controllo anti doping. 

◇   La Fiorentina ha annunciato Stefano Pioli nuovo allenatore. Le panchine in serie A sono al completo: 12 sono 20 saranno nuove. Cioè. Non proprio le panchine. Le panchine sono le stesse, sono nuovi gli allenatori. La Juve stringe i tempi per Sancho: nuovi contatti con il Manchester United

◇  Anche il Settebello come il Setterosa ha cominciato bene i Mondiali: battuta la Romania per 17-5

◇  Marc Marquez è un tipo noioso. Ordina sempre la stessa paella, compra sempre le stesse scarpe e quando sale in sella a una Ducati non fa altro che vincere. È successo anche ieri nella Gara-Sprint al Sachsenring, il circuito nella vecchia DDR. 

 

   

Tra un bacio e il cannibalismo la differenza non c’è

Pinguini Tattici Nucleari

 

Bentornata signorina Bagel

Quando la giocatrice più forte sulla terra battuta ha perso in primavera un set per 6-0 sul rosso di Madrid da Madison Keys e un altro decisivo per 6-0 da Aryna Sabalenka in semifinale al Roland-Garros, il mondo del tennis ha scosso la testa e ha pensato che mmm – Iga Swiatek non tornerà più quella che abbiamo conosciuto. La signorina Bagel. La più micidiale spacciatrice di 6-0 in circolazione ne aveva beccati due nel giro di tre settimane sulla sua superficie preferita. Due schiaffi incassati avendo alle spalle il famoso stop di un mese per una positività all’anti-doping, una contaminazione di qualche tipo pure per lei. Una sanzione tre volte inferiore per gravità a quella scontata da Jannik Sinner, ma che stava producendo una reazione dieci volte superiore. 

Dopo il Roland-Garros del giugno 2024 Iga Swiatek non aveva più vinto un torneo. Fino a ieri. Quando deve avere immaginato che per chiudere il cerchio sulla superficie che odia di più, aveva bisogno del risultato più amato. Sei-zero. Il punteggio inflitto 22 volte a un’avversaria nel 2022 e 22 volte pure nel 2023. Anzi stavolta di più. Due volte sei-zero. Come contro la rumena Prisacariu in Coppa Kings, come contro Anastasia Pavlyuchenkova in un primo turno a Roma, come a Wang Xin e Potapova al Roland-Garros. 

La celebrazione del ritorno di Amanda Anisimova al vertice del tennis dopo il periodo di stop per prendersi cura del suo benessere mentale è già finita. Con il 6-0 6-0 alla povera americana, la signorina Bagel ha riportato i pezzi sul tennis dentro il perimetro dell’ode ai Cannibali vs il canto della pietas. I suoi 6-0 in uno Slam sono saliti a 32, un totale raggiunto in un’età inferiore alla sua solo da Steffi Graf, Gabriela Sabatini, Chris Evert, Monica Seles. Ieri è diventata la seconda giocatrice dal 1971 ad aver ottenuto due vittorie per 6-0 6-0 in una finale. Lo aveva già fatto Chris Evert a Cleveland 1973 contro Tuero, a Indianapolis 1974 contro Sherriff, ad Amelia Island 1981 addirittura contro Navratilova. Chris Evert si è ritirata dopo averne contati 106 solo negli Slam, Serena Williams è arrivata a 75. 

Prima di lei c’era stato un 6-0 6-0 in una finale dello Slam solo in due casi: Chambers-Boothby a Wimbledon 1911 e Graf-Zvereva al Roland-Garros 1988. 

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Ascoltata Steffi scusarsi con il pubblico, perché la finale era stata troppo breve, Natalia, rifiutava il microfono, ma la via crucis l’ avrebbe condotta, traverso le viscere dello stadio, alla conferenza stampa. Alcuni discendenti del conte Dracula e del Marchese de Sade le stavano davanti, e le loro biro devono esserle parsi stiletti intinti nella pura crudeltà se ha alzato agli occhi la manina delicata ed è corsa via, a piangere da sola, sotto la doccia.  In quel suo calvario, Natalia deve certo aver desiderato di non trovarsi cul Centrale, ma tra le amate pareti della casetta di Minsk. Forse ha addirittura pensato che non sarebbe stato male sbagliare il match-point in favore di Nicole Provis, nella semi. In verità, la Zvereva è arrivata ad una finale come questa con un buon anno di anticipo. Resta da augurarle di riprendersi presto, di cancellare un simile trauma. 

GIANNI CLERICI, Repubblica, 5 giugno 1988

Ora è la sola in attività ad aver vinto uno Slam su tutte le superfici. Nell’era Open ci sono riuscite Chris Evert, Martina Navratilova, Hana Mandlijkova, Steffi Graf, Serena Williams, Maria Sharapova e Ashleigh Barty. Non è un brutto club di cui far parte. Non ha ancora perso una finale, sei su sei, come fece Monica Seles, come accadde a Roger Federer fino a 7 in principio di egemonia e come successe fino a 8 per Margaret Court. 

L’Équipe stamattina la descrive lettrice accanita e convinta, capace di divorare un romanzo dopo l’altro in un batter d’occhio. A Parigi s’è portata Elena Ferrante, ma presto – si legge sul giornale francese – dovrebbe prendere in considerazione l’idea di abbandonare la lettura per la scrittura e dedicarsi al fantasy. Poiché tutto ciò che leggerà d’ora in poi le sembrerà piuttosto insipido rispetto a quanto accaduto sabato pomeriggio sul Centre Court. Supera senza dubbio ogni possibile finzione, anche la più contorta. 6-0, 6-0 in cinquantasette minuti: nessuno avrebbe osato scrivere una cosa del genere

La trimetazidina dell’agosto 2024 è parsa lontana molto più di un anno. La polacca – scrive L’Équipe – ha resistito a lunghi mesi di tempeste sotto il cappello che non toglie mai. C’era un po’ di tutto questo nella sua caduta all’indietro, quasi al rallentatore, una volta piantata la banderilla finale nel cuore di un’Anisimova inanimata dal primo all’ultimo punto. La decomposizione della numero 12 del mondo. In un silenzio da cattedrale, il pubblico non sapeva cosa fare, cinquantasette minuti sono stati perfino troppo lunghi, tanto era evidente l’agonia di Anisimova, completamente sbilanciata al servizio (il 26% dei punti vinti con la prima), colta di sorpresa al minimo scambio e incapace di rispondere all’aggressività di Swiatek. Il peso di una prima finale Slam si è rivelato ben presto troppo grande, l’ombra della ragazza potente in grado di battere la numero 1 del mondo in semifinale. Alcuni chiedono l’introduzione di una finale al meglio delle cinque partite per le donne. Avrebbero potuto essere cinque, dieci o addirittura trentacinque, il risultato sarebbe stato lo stesso.

Jonathan Liew sul Guardian ha scritto che la sconfitta di Amanda Anisimova in questi termini è come il suono di un urlo senza vocali, il peso dell’anima che abbandona il corpo. Doveva essere la finale emozionante tra due giocatori che hanno superato ortiche ed erbacce per arrivare a questo punto, una commovente storia di rimonta, peraltro sotto gli occhi della principessa Kate – che di risalite dopo discese ardite ne sa qualcosa. 

Come si fa a trasformare questa storia irresistibile in qualcosa di così desolante?

Come si fa a riprendersi.

Forse può aiutare Roger Federer. Con quel suo discorso alla cerimonia di Laurea del Dartmouth College, tornato in rete nei giorni scorsi in occasione del torneo. 

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Nel tennis la perfezione è impossibile. Nelle 1.526 partite di singolare che ho giocato nella mia carriera ho vinto quasi l’80% di quelle partite, ora ho una domanda per voi: quale percentuale di punti pensate che abbia vinto? Solo il 54%. In altre parole anche i migliori tennisti vincono a malapena poco più della metà dei punti che giocano. Quando si perde un punto su due in media, impari non soffermarti su ogni colpo. Impari a pensare: ok, ho fatto un doppio fallo? Era solo un punto. Sono venuto a rete e mi hanno passato? Era solo un punto. Anche un grande colpo, anche quello è solo un punto. Ecco perché ve lo sto dicendo. Quando stai giocando un punto, deve essere la cosa più importante del mondo, e lo è, ma quando è alle tue spalle, ormai è alle spalle. Questa mentalità è decisiva perché permette di impegnarsi nel punto successivo, con intensità, chiarezza, concentrazione. La verità è che qualsiasi sport si faccia nella vita, a volte perderete un punto, una partita, una stagione, un lavoro. E’ sempre una montagna russa di alti e bassi, ed è naturale quando sei giù dubitare di te stesso, dispiacersi per sé stessi. Ma anche i vostri avversari hanno dubbi su sé stessi. Non dimenticatelo mai. L’energia negativa è energia sprecata, se volete diventare bravi nel superare i momenti difficili. I migliori al mondo non sono i migliori perché vincono ogni punto. I migliori al mondo sono quelli che sanno che perderanno, una volta, due volte, ancora, e ancora, e hanno imparato come affrontare tutto questo, accettarlo, gridarlo se ce n’è bisogno – e poi forza, un sorriso, e avanti. Adattarsi, crescere, lavorare di più, lavorare meglio, lavorare meglio.

ROGER FEDERER

    

Invece oggi Wilander tifa per Sinner

Chi ha fatto la spia? Qualcuno deve aver avvertito Mats Wilander che il Comitato per la protezione nazionale dei valori mamelici lo stava braccando. Qualcuno che si spaccia per amica o per amico gli ha fatto sapere che in alto [tra la Farnesina e il Viminale] o molto più in alto [tra il Vaticano e Angelo Binaghi] si stava disponendo un dazio per il suo editoriale nel quale si sbilanciava in favore di Novak Djokovic prima della semifinale. Così stamattina corre ai ripari. Ci prova. 

Ha scritto su L’Équipe che prima di Wimbledon ancora ci si poteva ancora chiedere se Jannik Sinner sarebbe mai stato un grande giocatore sull’erba o no. 

Ora abbiamo la risposta: Sinner sarà un contendente al titolo di Wimbledon ogni anno. Come Daniil Medvedev, Jannik ha vinto tutto sul cemento. Ma se si considerano i limiti del russo su erba e terra battuta, questa è la differenza con l’italiano. Oggi è un giocatore che può vincere ogni Grande Slam, indipendentemente dalla superficie. Per me è chiaro che diventerà uno dei migliori giocatori della storia, come Carlos Alcaraz. Sono i nuovi Big Two e lo saranno per molti anni a venire, una notizia fantastica per il tennis.

Solo che – maledizione – alla vigilia della semifinale Wilander faceva il tifo per Djokovic e s’è visto com’è andata. Adesso alla vigilia della finale si esprime così. Non sarà mica un trucco? 

Sull’erba – dice – Jannik riesce a rimanere a fondo campo senza alcuna difficoltà. È facile sui campi in cemento, molto meno sull’erba perché a volte ci sono falsi rimbalzi. Bisogna potersi fidare della superficie. La sua qualità di movimento è decisiva. Scivolare così tanto come fa lui potrebbe essere un problema sui prati: non è affatto così. Si muove altrettanto bene su questa superficie come sul cemento e sulla terra battuta. È prodigioso. Il duello tra Alcaraz e Sinner è sempre lo stesso a prescindere dalla superficie. Entrambi possono vincere. Diciamo che Sinner ha il 2% di vantaggio sul cemento, Alcaraz ha il 2% di vantaggio su terra battuta ed erba. Quel 4% farà la differenza in finale? È molto probabile, ed è quanto successo a Parigi. Ma non credo che la sconfitta in finale del Roland-Garros contro Alcaraz avrà un impatto negativo su Sinner; anzi, sarà il contrario. Non credo che sia guidato da mancanza di fiducia o pensieri negativi. Al contrario, Parigi lo aiuterà a convincersi di essere forte almeno quanto Carlos e di avere una reale possibilità di batterlo.

Vabbè, Mats. Te la sei cavata. Per ora non ti mandiamo via. Ma le Brigate Jannik ti tengono d’occhio. Nel linguaggio della questura sei attenzionato

Torna in mente un episodio attribuito a Gianni Brera, nel corso della campagna elettorale che condusse negli anni Settanta nel collegio di Monza, da candidato al Parlamento nelle liste del PSI. Durante un incontro al circolo dei giornalisti promise di fare tre cose in caso di elezione. La prima: promuovere l’economia della Brianza. Applausi. La seconda: difendere l’uso del dialetto con delle manifestazioni culturali. Applausi. La terza: rimandare a casa tutte le maestre elementari e le insegnanti venute dalle regioni meridionali a occupare le cattedre nelle scuole locali. Rimandare a casa loro e le loro famiglie. 

Gelo nella sala. Un ascoltatore in fondo alzò la mano e replicò: – Compagno Brera, non puoi dire così. La mia famiglia è venuta dalla Lucania quarant’anni fa, mia moglie insegna in una scuola della Lombardia da tempo, gli alunni le vogliono bene, lei si dedica alla loro crescita e alla loro formazione con tutto l’impegno dalla mattina alla sera, ci siamo integrati, qui viviamo benissimo, perché dovremmo tornare a casa? 

Allora si racconta che Brera lo abbia guardato, abbia tirato un colpo di fumo dalla pipa e che alla fine gli abbia risposto: «Va bene, voi potete restare».

Ecco Mats, per ora puoi restare. 

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I temi del giorno

 

      

La finale fra due allenatori espulsi dall’Italia

C’è un grosso problema da domani. Ma proprio grosso. Quando saranno finiti contemporaneamente il torneo di Wimbledon e i Mondiali dei club di calcio bisognerà cambiare argomento di cui lamentarsi. Dovremo mettere da parte la nostalgia per quei bei tempi andati in cui i giudici di linea allargavano il braccio oppure tenevano in basso il palmo delle mani per segnalare che la palla era dentro, com’erano romantici, anche se ogni tanto vedevano la palla dentro quando era fuori e fuori quando era dentro. Niente più pezzi sulla tirannide della tecnologia, quella cosa che per esempio già consente ai chirurghi in sala operatoria di intervenire sui tessuti intestinali senza tremori o gesti inaccurati con il braccio di un robot. Non potremo neppure parlar più del caldo americano sotto il quale si gioca a calcio, dentro stadi deserti in pieno luglio perché i calendari di calcio eccetera eccetera. 

Per fortuna troveremo qualcosa di cui lamentarci. In attesa di un tema forte ci faremo bastare qualche doleance sui giovani che non giocano abbastanza e i campionati pieni di stranieri, ma se gli stranieri non vengono non siamo più attrattivi, se vengono e se ne vanno siamo diventati di passaggio, se i giovani non vanno a fare esperienza all’estero non sono abbastanza ambiziosi e vogliono il posto sotto casa, mentre se ci vanno – ma come? – c’era bisogno di andarsene da Milano a Parigi? 

Nell’attesa stasera bisogna rassegnarsi. Ogni tanto arriva il fastidio di una partita da guardare. Uno dei cervelli in fuga dal calcio italiano, il signor Enzo Maresca che bene ha spiegato nei giorni scorsi a Paolo Condò sul Corriere della sera quali sono le ingessature del calcio italiano – guida il Chelsea nella finale del Mondiale dei club. Cervelli in fuga nei titoli ci sta sempre bene. Tecnicamente Maresca sarebbe un culo in fuga, perché è andato a sedersi sempre su un panchina all’estero, salvo una dozzina di partite con il Parma in serie B prima di essere cacciato. 

L’altro allenatore che si gioca il titolo mondiale ha già vinto il titolo europeo con il PSG. Lui in serie A invece c’è stato, e il giorno dell’ultima partita in casa in curva sud si alzò uno striscione che diceva: “Luis vattene da Roma, s’è liberato er posto al Barcellona”. In effetti si era liberato, in effetti Luis Enrique ci andò. Tre anni dopo aveva vinto il Triplete. Certo: con giocatori che la Roma non aveva. Ma il resto della carriera parla per lui, altro pensatore di calcio in termini moderni espulso dalla serie A come un calcolo renale, come un sassolino, una renella, una nefrolitiasi che procurava fastidio al solenne tran tran delle nostre convinzioni. 

Figuriamoci. Uno che studia. Uno che usa un lessico nuovo. Forse dice pure lui calcio relazionale. Ora sta imparando a dirlo anche in francese. L’Équipe spiega che la grande innovazione dei Mondiali dei club, a margine del campo, è sentirlo rispondere in francese alle domande che gli vengono poste in francese. Un piccolo segnale aggiuntivo che dimostra la sua intenzione, nonostante la consacrazione europea, di rimanere a lungo al PSG, dove ha prolungato il contratto fino a giugno 2027.

|   Lo stadio

Arnaud Hermant su L’Équipe accompagna alla scoperta dello stadio nel quale si gioca la finale, il MetLife, lo stesso dove tra un anno si chiuderanno i Mondiali veri. Dopo Pasadena nel 1994, New York nel 2026. Oddio, New York. Il MetLife si trova a 8 chilometri a ovest, East Rutherford, una zona paludosa del New Jersey precisa il giornale francese. I posti a sedere sono 82.500. Lo stadio è stato costruito tra il 2007 e l’aprile 2010 accanto al precedente Giants Stadium poi demolito. I Giants, come i Jets, giocano qui le loro partite casalinghe. L’impianto ospita anche concerti. Ogni cancello d’ingresso porta il nome di un’azienda, il sogno di ogni dirigente di club francese per generare profitti. Appena si sparge la voce, qualcuno lo fa anche in Italia. 

Gli spogliatoi sono giganteschi, oltre 300 metri quadri, con sale per trattamenti, docce, preparazione fisica e risveglio muscolare. Un corridoio interno corre intorno allo stadio e permette di accedere a una miriade di punti, i magazzini, le cucine. Il punto è il prato. È stato ricavato da una fattoria a sud di New York. L’erba è della varietà Bermuda Grass, resistente alla siccità e ai climi caldi. Quella che viene usata per i campi da golf, ed è per questo che Niko Kovac, allenatore del Borussia Dortmund, lo ha paragonato a un green per mazze e caddie. 

Nel tentativo di porre rimedio a questi difetti – scrive L’Équipe – gli organizzatori lo annaffiano abbondantemente prima delle partite e durante l’intervallo. Per la Coppa del Mondo del prossimo anno, la FIFA dovrà valutare la qualità del terreno e forse provare a fare scelte alternative per il manto erboso

Un altro svantaggio, nonostante la sua giovane età, è la mancanza di una copertura. Con l’eccezione dei palchi e dei posti a sedere sotto gli anelli superiori, le tribune sono completamente scoperte e dunque esposte alla luce solare diretta quando le partite si svolgono a mezzogiorno o alle tre del pomeriggio ora locale. 

 

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Interpreti

 

      

La cartolina da Laval

In effetti è così. Un sabato e una domenica disegnati al Tour su misura per i velocisti è una rarità. In genere nel week-end spadroneggiano le tappe di montagna, le Alpi, i Pirenei, la controra, il silenzio fuori dalle tapparella, il rumore casomai di qualche piatto che viene tolto da tavola. È così raro come evento che va colto. Jonathan Milan l’ha fatto togliendo dalla faccia dell’Italia in bicicletta lo scorno di sei anni senza successi, 103 tappe di fila senza che i cuori mamelici potessero stringersi a coorte e sentirsi pronti alla morte. 

In effetti è così. Lo fa notare l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe nella sua cronaca dal Tour de France, alla vigilia di un’altra tappa buona per la volata o una fuga. Un sabato e una domenica anomali seguiti da un’altra anomalia, un lunedì senza riposo. Perché domani è il 14 luglio, festa nazionale, e il Tour non si può certo fermare nel giorno in cui il paese celebra la presa della Bastiglia. 

È stata una vittoria per Milan, Filippo Maria Ricci dice sulla Gazzetta che si è portato via un digiuno lungo, brutto, doloroso, umiliante. Un’eternità deprimente. Ma è stata una vittoria per tutta una genia – spiega Roos – i velocisti sono un popolo malconcio, scalfito dai canoni moderni che non tollerano più l’attesa e la noia che precedono uno sprint, ma impongono un’orgia di azioni, una sfilata epilettica di immagini di attacchi, cadute, attacchi, cadute. Anche se il percorso di questo Tour de France offre loro diverse opportunità, almeno sette, la tendenza è quasi ovunque a inasprire i tracciati, cercare di complicargli la vita con l’aggiunta di una collina o una salita ripida, l’inserimento della Butte Montmartre nel circuito degli Champs-Élysées durante la 21esima tappa è un esempio lampante.

Roos è immaginifico e adorabile anche perché s’en fout del fatto che a disegnare il percorso del Tour de France è la stessa azienda che gli paga lo stipendio. 

Oggi a Châteauroux, in assenza di Jasper Philipsen, potremmo rivedere Milan vs Merlier. 

Ma non è questa la cosa più bella di oggi. 

La cosa più toccante di oggi è successa ieri. Quando da Laval è arrivata una cartolina digitale via whatsapp da un amico al Tour, con la faccia dell’immaginifico Roos che si affaccia sorridente: gli hanno portato i saluti di Slalom, e lui sembrava ricambiare. O così almeno è bello credere. 

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Dai campi

 

Stasera esce una tra le ultime due nazionali campioni

La fase a gironi degli Europei finisce stasera con le ultime partite del gruppo D. Riassunto delle puntate precedenti e di quel che ci siamo persi giorno per giorno per colpa di una cosa o un’altra. Il gruppo A ha qualificato la Norvegia come prima e la Svizzera come seconda. Andranno a incrociare nei quarti di finale rispettivamente l’Italia e la Spagna, seconda e prima del gruppo B. Dal gruppo C sono andate avanti ieri sera la Svezia da imbattuta al primo posto con un 4-1 contro la Germania al secondo.

    La Svezia ha fatto brillare tutto il suo mucchio di stelle per rimontare lo svantaggio iniziale subito dopo 7 minuti. Stina Blackstenius ha pareggiato al 12°. Gioca nell’Arsenal e ha segnato il gol decisivo contro il Barcellona nella finale di Champions League a maggio. Da giovane ha dovuto scegliere tra calcio e pallamano, il suo primo allenatore ha raccontato di averla corrotta a colpi di puntate da McDonald’s per convincerla a far parte della squadra. Il 2-1 è stato segnato da Smilla Holmberg, 18 anni, il 3-1 su rigore da Fridolina Rolfö – svincolata fresca fresca dal Barcellona – reduce da un infortunio in Nations League contro la Danimarca. Ha quasi mezzo milione di follower su Instagram, suo padre è descritto come il suo più grande fan. Si allenavano insieme quando lei era bambina e la leggenda tramanda di quel giorno in cui lui cercò di insegnarle a fare una rovesciata, ma dimenticò di mettere le mani a terra mentre atterrava. Rolfö dovette aiutarlo a tornare alla macchina. Il quarto gol è stato di Lina Hurtig, sorprendente presenza tra le convocate, assente dalla nazionale per quasi due anni prima del rientro in Nations League contro la Danimarca. Un periodo nel quale ha dovuto lottato contro gli infortuni, si è presa una pausa dal calcio per questioni personali, ma è arrivata in Svizzera in forma smagliante. La Fiorentina l’ha ingaggiata a parametro zero. 

|   Le partite di stasera

    Classifica del gruppo D prima di cominciare: Francia 6, Inghilterra e Olanda 3, Galles 0.  Le francesi sono già qualificate per i quarti di finale e lasceranno fuori dalla fase a eliminazione diretta una delle nazionali presenti alle ultime due righe dell’albo d’oro: o l’Olanda campione nel 2017 o l’Inghilterra campione in carica. L’altra potenza storica eliminata ai gironi è la Danimarca, finalista nel 2017 e semifinalista in altre cinque occasioni. L’Équipe racconta la vigilia della squadra fatta di partite a carte Uno nell’Heiden Hotel al lago di Costanza. 

La potenza offensiva della squadra – si legge – è un motivo di soddisfazione, anche se la ct Laurent Bonadei si è rammaricata della mancanza di concretezza nel finale di partita contro l’Inghilterra. Questa gioventù disinibita, tuttavia, ha i suoi punti di forza anche nei difetti

  UNA DONNA, UNA MAGLIA  Grace Geyoro #8

Centouno presenze e 22 gol in nazionale, ma soprattutto 5 gol nelle 6 partite giocate con la gestione di Laurent Bonadei che lei definisce una benedizione sotto mentite spoglie. Geyoro viene da una stagione parecchio tormentata. Era la capitana del PSG e il nuovo allenatore Fabrice Abriel le ha tolto la fascia. Quando la signorina Grace se n’è lamentata con i giornali criticando la decisione, l’allenatore le ho tolto pure il posto in squadra. Se vi pare che in nessun posto di lavoro si ragioni così vi sbagliate, ma in effetti non sono tanti dove ancora ci si può permettere simili libertà. La Nazionale è allora per lei «una boccata d’aria fresca, il mio buon umore, il Santo Graal». L’Équipe le dedica stamattina un pezzo. È una delle vice-capitane della squadra insieme a Sakina Karchaoui e Sandie Toletti. «In campo parlo molto e anche nello spogliatoio non ho paura di dire la mia». Eh. 

Il Guardian dice nella sua guida al torneo che si tratta di un tratto caratteriale che deve a un’infanzia che l’ha spinta ad affermarsi, lasciando il bozzolo familiare a soli 13 anni per Clairefontaine, dopo essersi fatta valere in una squadra maschile.

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La Macchina del tempo 

 

Gli ultimi km di Merckx da Cannibale

Merckx, Thévenet e Zoetemelk dormirono tutti nello stesso albergo di Nizza e tutti al medesimo piano. Erano i primi tre in classifica e il Tour sarebbe andato sulle Alpi il giorno dopo con il Cannibale in maglia gialla e con 58 secondi di vantaggio sulla grande speranza di Francia, sull’olandese quasi 4 minuti. Questo era chiaro tutti. Quel che nessuno immaginava è che stava trascorrendo l’ultima notte di Merckx da imbattibile, la fine prima della fine. 

Aveva preso un pugno e alcuni sputi tra la folla due giorni prima, lo aspettavano gli arrivi in salita a Pra Loup e a Morzine Avoriaz. Al Puy de Dome aveva mostrato qualche segno di vulnerabilità ma c’era ancora qualcuno disposto a darlo per favorito contro il più giovane, il più euforico, il più amato dal pubblico di casa. Un Tour fra i più belli degli ultimi anni, scrivevano i giornali. Merckx non lo stava sbranando, e già questo bastava. 

I km erano 217, uno sbalzo dal livello del mare fino a oltre duemila di altitudine attraverso cinque colli dopo un giorno di riposo. A 20 dall’arrivo, lungo la discesa del Col d’Allos, Bernard Thévenet aveva perso il Tour de France. A Pra Loup sarebbe stato maglia gialla. Tra l’una e l’altra scena ci sarebbero stati i 4 km più drammatici nella carriera di Merckx, la sua implosione. 

“La discesa dell’Allos, nella vallata di Barcellonette è quasi tutta senza parapetti, una sequenza di curve pericolosissime. aperte verso baratri profondi, alcuni dei quali soltanto protetti dalla pineta. Credo che su questa strada

dissestata, piena di gobbe e di dune, sopra un asfalto, fuso dal sole, Eddy Merckx abbia intrapreso il recital forse più drammatico della sua carriera. Egli sapeva di stringere un’altra volta il Tour nelle sue mani, il sesto della serie ed era convinto di poterselo portare a valle e di lì al traguardo solo a rischio della pelle. Mentre la maglia gialla fuggiva andando ad ogni curva sull’orlo del precipizio, la radio ci avvertiva di episodi spaventosi che ci prendevano alla gola”. 

La macchina della Campagnolo e quella della radio olandese al seguito della corsa erano andate fuori strade, sfondando un parapetto, “uno stato di panico si era impossessato della carovana”, una radio disse che pure un corridore spagnolo era volato giù, cominciarono a cercarlo, ma nessuno ne aveva individuato il numero, il nome, neppure il corpo. Il direttore del Tour, Goddet, stava invitando tutti alla calma, a essere prudenti, e quello – Merckx – scendeva alla maniera che i suiveur dicevano “a tomba aperta”, “un corpo solo con la sua prodigiosa bicicletta” avrebbe scritto Bruno Raschi l’indomani sulla Gazzetta. “Vincevano in due, il corridore e la macchina”, mentre il povero Thévenet stava facendo fatica, staccato pure da Gimondi, in crisi in cima all’Allos. 

Al crocicchio 908, a soli 6 km dal traguardo pareva fatta. “Merckx passava in un atteggiamento ancora regale”, con 35 secondi su Gimondi e un minuto e 15 su Thévenet. C’era solo il Pra Lopu, “una scalata del Paradiso che portava all’Inferno. Ma pareva che ancora nessuno lo sapesse, non potevamo immaginare che in quei chilometri residui il Tour ci avrebbe fatto assistere a uno dei colpi di scena più clamorosi della sua pletorica leggenda. Per Merxkx s’è trattato di un passaggio cruciale dal chiaro al buio, della crisi più grave e anzi unica della sua carriera”. 

Sull’ultima salita, negli ultimi 4 km, Thévenet colmò il distacco e diede a Merckx quasi altri due minuti, prendendo la maglia gialla per 58 secondi. Oggi conosciamo quel giorno come l’ultimo da invincibile. L’indomani a Serre Chevalier, Thévenet fece il bis, staccò tutti sull’Izoard arrivò con 2’22” di vantaggio. Nella cronometro di Châtel, Merckx sarebbe caduto procurandosi una frattura alla mandibola. Ai Mondiali di Yvoir sarebbe arrivato ottavo correndo in appoggio a Maertens e De Vlaeminc. L’anno dopo avrebbe ancora vinto un’ultima Sanremo, e niente più. 

“Come Merckx sia potuto cadere in questo modo – scrisse Raschi da Pra Loup – appartiene a una analisi personalissima che solo il campione sconfityto puàò essere in gradeo di fare. Io credo che questa tappa gli abbia fatto pagare di colpo alcuni errori di condotta ch’erano apparsi per strada capolavori esaltanti”.

Alla ricerca di una ragione e del senno di poi, qualcuno indicò il motivo della disfatta in una pillola presa per il mal di testa, un cachet si diceva all’epoca sia nei Carosello sia sui giornali. 

Esaltante era parso il suo orgoglio ventiquattr’ore dopo nella tappa verso Serre Chevalier, quando aveva attaccato nella discesa del Vars e Thévenet aveva pensato con una certa sfrontatezza: lo lascio andare. Lo lascio andare e lo prendo sull’Izoard.

“La crisi di Merckx diventa la crisi del Tour se è vero che il Tour sino a stamani era abituato a contare sulla ispirazione quasi quotidiana del suo personaggio centrale. Chi oggi gli ha dato retta si è fatto solo confondere, non aveva evidentemente capito che la corsa aveva voltato pagina”. 

Non solo la corsa, non solo il Tour, ma tutta un’epoca del ciclismo finiva il 13 luglio del ’75 sulle Alpi. 

Thévenet aveva 27 anni, non più giovanissimo, era al suo sesto Tour e il Corriere d’informazione lo chiamò l’uomo della rivoluzione. Aveva tolto per sempre la fame al Cannibale. 

Stamattina L’Equipe celebra i cinquant’anni della sua impresa con una intervista nella quale Thévenet ricorsa che quel giorno in Francia la diretta tv venne interrotta per un problema tecnico. 

“Nessuno aveva immagini, né gli spettatori né i commentatori. Nell’ultima immagine in diretta, Eddy era solo davanti, e quando le immagini tornarono dieci minuti dopo davanti c’ero io. Nessuno capì più nulla, in tv dovettero mettersi a spiegare cosa fosse successo durante l’interruzione. L’effetto sorpresa rese la realtà ancora più incredibile, quasi superiore all’impresa di battere Eddy Merckx. Capii molto più tardi che battere Eddy significava parlare ancora di lui. Gli dicevo spesso che mi aveva fatto pubblicità perché tutti hanno quasi dimenticato la mia vittoria del 1977 davanti a Kuiper e Van Impe, invece sarebbe stata quasi più dura che battere lui nel 1975. Avevo capito che non fosse più un intoccabile il mese prima al Delfinato. Si era ritirato dal Giro d’Italia per una bronchite e aveva chiesto a Georges Cazeneuve, l’organizzatore, di partecipare. Georges colse al volo l’occasione e aggiunse una squadra extra all’ultimo minuto. All’epoca la corsa non era così regolamentata come oggi. Ma al Delfinato Eddy non era al suo meglio. Per la prima volta venne percepito come un corridore quasi normale, lontano dal marziano che era stato. La sera di Pra-Loup, quando gli ho tolto la maglia gialla, nessuno pensava che non l’avrebbe più indossata. Ero condannato a un’altra impresa il giorno dopo. La mattina di Serre Chevalier ho chiacchierato con Louison Bobet. Era il mio idolo d’infanzia e il mio primo consigliere. Ero stato molto ispirato dal suo libro “En selle”, dove dava consigli ai principianti. Quella mattina mi disse: “Per passare alla storia del Tour, devi attraversare l’Izoard in testa con la maglia gialla”. Quando sono partito non ci ho pensato, mi è tornato in mente in discesa. Il beniamino della folla era ancora Poulidor. Al Tour del 1975, l’80% dei cartelli era per lui, l’altro 20% per il resto del gruppo. Ma quando ho preso la maglia gialla, avevo io l’80%. Non mi sono illuso, sapevo che prendendo il posto di qualcuno, l’avrei presto perso a favore di qualcun altro. La gloria non appartiene a noi, appartiene al nostro pubblico.

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