Lo Slalom del 1 luglio | Cosa leggere, sapere e vedere

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#4  giorni al  Tour de France

 

     

►  AI MONDIALI dei club sono uscite le due squadre europee che giocavano ieri sera: l’Inter eliminata dal Fluminense e il Manchester City dall’Al-Hilal. Lautaro: “Chi vuole andarsene se ne vada”. 

◇  Achille Polonara è partito per Valencia dove inizierà un ciclo di cure più idoneo contro la leucemia. A Bologna, informa il Corriere della sera, non aveva ancora iniziato il trattamento chemioterapico. 

◇  La prima giornata al torneo di Wimbledon si è consumata nel segno di 34 gradi [l’apertura più calda della storia] e con le eliminazioni di Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas passati dalla NextGen dei tempi di Federer-Djokovic-Nadal alla ExGen di Sinner-Alcaraz. Si è dovuta ritirare anche Ons Jabeur, due finali a Wimbledon in carriera. Eliminati Fognini con gloria e Berrettini con malinconia. Oggi l’esordio di Sinner nel derby con Nardi.

 

 

         

Quando perdono le favorite dei computer

    Il Super computer, così lo chiamano in giro per la rete, dava l’Inter come terza favorita al Mondiale dei club dietro il PSG e il Manchester City. Come siano fatti i super computer rispetto ai computer non è chiaro, almeno non qui. Forse è una questione di RAM, chi lo sa, chi lo può sapere. Ma qualcosa deve essere andato storto con il superlativo perché il super computer stanotte ha scoperto di aver preso due abbagli colossali, deve trattarsi di un bug, di un super bug. Forse un colpo di calore come quello che ha squagliato l’insegna sulla torre del grattacielo al quartiere City Life di Milano [non un grande giorno dunque per tutto quel che si chiama City e in fondo pure per Milano]. 

Ora le soluzioni possibili sono due. La prima: torniamo al Commodore 64. La seconda: spegni e riaccendi.

La soluzione per l’Inter e per il Manchester City è forse più leggera da sopportare. Dopo un passaggio al bancomat americano per aggiungere 28 milioni di euro sulla ricaricabile delle rispettive proprietà, i calciatori possono tornare a casa, fare il mese di vacanza suggerito dalla razionalità e dai contratti sindacali, tornare in campo il 1° agosto come se niente fosse: eventuali contro-indicazioni le scopriremo secondo quei famosi versi di Mogol e Battisti. 

Arrivati al terzo giorno degli ottavi di finale, il Mondiale dei club ha prodotto le prime vere grandi sorprese, spezzando il duopolio Europa-Sudamerica e mandando ai quarti una squadra asiatica [certo certo dalla grandi possibilità economiche]. 

Paolo Tomaselli esplora i rimpianti di Chivu e definisce i brasiliani del Fluminense dei mestieranti inferiori agli argentini [del River Plate, ndSL] ma bravi a difendere il vantaggio immediato con ogni espediente possibile mentre gli interisti sono un gruppo di cowboy sfiancati dalla rincorsa a una diligenza da 12.2 milioni

Pur riconoscendo che così l’estate è salva, Paolo Condò sempre sul Corriere della sera fa notare che si chiude a quota 63 partite la stagione meno decifrabile nella storia recente dell’Inter, 5 competizioni senza il premio di un trofeo sul piatto negativo della bilancia, una montagna di denaro guadagnato e alcuni ricordi memorabili (Barcellona, soprattutto) su quello positivo. Con mezza squadra già rientrata in Italia per acciacchi non guaribili nel tempo di torneo che rimane – spiega Condò – e molti senatori (Thuram per esempio) in campo per spaventare i brasiliani armati solo del loro nome, Christian Chivu avrebbe fatto bene a dimenticare le gerarchie, giocandosi fin dall’inizio le forze fresche a disposizione. Questo ritorno a casa anticipato avviene in coerenza col resto dell’annata. Non così male da bocciare, ma certo non così bene da promuovere. Dodici mesi fa l’Inter campione ripartì da favorita. Oggi va in vacanza senza certezze sul suo prossimo ruolo.

Il Telegraph scrive invece che la squadra di Guardiola è stata fatta a pezzi in modo preoccupante Il gol decisivo nei tempi supplementari del giovane brasiliano Marcos Leonardo è stato solo un altro esempio di quanto il City sia stato fragile in difesa per tutta la serata. Una squadra che prospera nel controllo di gioco e che viene ripetutamente battuta in contropiede.  L’Europa sta iniziando a perdere colpi, ma è la natura di questa sconfitta che deve preoccupare maggiormente Guardiola. Hanno sacrificato un’estate di riposo per trasferirsi negli Stati Uniti e non hanno nemmeno raggiunto i quarti di finale. Il Guardian dice che si tratta di una vittoria che l’Al-Hilal ricorderà per sempre e una sconfitta che il Manchester City non saprà dimenticare. Sfumature. 

  Il PSG invece si è confermato l’altra sera una macchina d’attacco infernale. Dal 1° gennaio è diventato spietato. Ha giocato 15 partite in cui ha segnato almeno quattro gol, gli ultimi li ha fatti l’altra sera al povero Inter-Miami di Leo Messi.  È un’altra forma di apoteosi collettiva. Un’altra statistica che conferma l’eccezionalità della stagione e più specificamente del primo semestre dell’anno nuovo. Così dice L’Équipe calcolando che i gol stagionali sono saliti a 157, solo il Barcellona ne ha segnati di più [174]. Nemmeno durante l’era delle superstar Messi-Mbappé-Neymar il PSG era arrivato a tanto. Nell’anno solare 2019 le partite con almeno quattro gol furono 19 e nel 2017 sono state 22: ma siamo appena a giugno e possiamo immaginare – scrive l’Équipe – che la squadra di Luis Enrique supererà questo totale. La squadra ha avuto due giorni di riposo prima di giocare i quarti di finale contro il Bayern, definito un’istituzione che si sta reinventando mescolando la gioventù all’esperienza per facilitare la transizione. Il giornale francese scrive che tutto è stato più facile con il rapido adattamento del francese Michael Olise, 23 anni, il giocatore più utilizzato [54 partite in tutte le competizioni] e terzo più decisivo [20 gol]. Nella sua prima stagione al club ha contribuito notevolmente a questa rinascita. Così come l’affermazione offensiva di Musiala [22 anni, 21 gol] alle spalle del metronomo inglese Harry Kane [41 gol].

 

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I temi del giorno

 

    

I computer del tennis: la studiosa francese che scava tra le statistiche

Quando ogni tanto qui o altrove compaiono certe cose, certi numeri, certe statistiche sul tennis, spesso – molto spesso – sono uscite dai file e dai quaderni di una signora che si chiama Constance de Monsembernard. È la creatrice dell’account twitter Jeu, Set et Maths, dove la matematica sta sia al posto del match pronunciato dai giudici di sedia nella formula di fine partita sia al posto di Mats – inteso come Wilander: così si chiama lo studio di Eurosport dal Roland-Garros.

De Monsembernard ha parlato del suo bambino al sito di RTBF raccontando come tutto sia nato completamente per caso, dodici anni fa. 

«Ero all’università, mi stavo laureando in Sport ed educazione fisica. Avevamo un corso sui social media. L’insegnante ci chiese di creare un account Twitter e di scegliere un argomento. Alcuni lo fecero sulla moda, altri su squadre di calcio, io scelsi il tennis perché mi piace molto. Mi annoiava usare l’account solo per dare risultati. Volevo qualcosa in più. Sono brava in matematica e ho pensato che sarebbe stata una buona idea parlare di tennis usando i numeri. Ho iniziato solo per prendere un buon voto. Doveva durare un semestre, quindi tre mesi di università. Ho preso un 18 ma ero felice. Mi ci sono voluti circa due anni per raggiungere i 1.000 iscritti. All’inizio parlavo praticamente a vuoto, ma mi divertivo lo stesso. Mi sono lasciata trasportare dal gioco, cercavo di trovare una statistica in più per parlare di tennis. Il passaparola è avvenuto in modo naturale. Ora i follower hanno superato i 41.000 e sto iniziando a usare Instagram. Tra loro ci sono pure dei giocatori. Per lo più ex e sono diventati dei consulenti. A volte usano le mie statistiche nei loro commenti. So che lo fa Nicolas Mahut. Mi seguono Jo-Wilfried Tsonga, Alizé Cornet e Caroline Garcia. Qualche volta ho delle piccole interazioni con loro. Roger Federer mi ha ritwittato due volte: quando ha vinto il suo 100esimo titolo e quando ha giocato la sua sua 1.500esima partita in carriera. Ho creato allora un’intera serie di statistiche, inclusa una rappresentazione per ciascuna delle sue 1.500 partite. C’erano piccole spunte verdi per le vittorie e croci rosse per le sconfitte. E così, c’erano 1.500 emoji. Lui ha ritwittato con un breve messaggio per i suoi follower e il mio telefono si è surriscaldato in pochi minuti. Ho capito che era successo qualcosa».  

La signora Constance dice che Game, Set, and Maths ha avuto l’effetto di riconciliarla con i tre Re Maghi. Prima di creare l’account era stufa di vederli vincere sempre. Bisogna capirla. È francese. Avrebbe voluto vedere Tsonga vincere uno Slam e Gasquet battere Nadal. Ma la vita sa essere crudele. C’erano sempre di mezzo loro. Un record, un altro, un altro ancora. Se non puoi battere qualcuno, fattelo amico. 

Ora l’account ha un ricco database ma in principio quando le veniva un’idea per una statistica, doveva rifare tutte le classifiche dei tornei una per una. A volte per un dato servivano due, tre, quattro ore. Ha cominciato a mettere i risultati in un foglio di calcolo Excel così da non dover ripetere la stessa ricerca cinque volte in due mesi. Quel foglio oggi contiene 130.000 righe e 200 colonne. In pochi clic arrivano le risposte a tutte le domande. 

Questo significa che ogni giorno la signora Constance deve inserire nel suo foglio Excel i dati e i risultati di ogni santa partita giocata in circuito, anche durante le vacanze. Fa tutto manualmente: sono 200 o 250 partite a settimana. Un lavoro mostruoso che lei definisce «un pozzo senza fondo». Le pare che ci sia sempre un aspetto che non aveva previsto, una colonna che non aveva mai inserito. Una volta le hanno chiesto dei dati sui risultati di alcuni giocatori in relazione al livello di umidità del giorno. Ha capito che deve aggiungere una colonna meteo e si è convinta che le statistiche più urgenti sono quelle inutili, tipo quante volte un tennista ha affrontato in un torneo solo avversari il cui cognome finisce con la lettera A. 

[In effetti sono proprio cose necessarie da sapere]

Ora che ha lo status di esperta, finisce che le facciano delle domande per le quali non ha una risposta. Le chiedono se è vera quella leggenda, quella storia secondo cui è più facile vincere un set se hai vinto il settimo game. Oppure le chiedono quale percentuale di successo abbia il tennista che fa il primo punto in una partita. Madame Constance allora riapre i file e studia, studia e impila, impila e scrive, scrive e risponde. Ha anche pubblicato un libro di recente. 

E comunque no, non ci sono numeri statisticamente interessanti sulla relazione tra il primo punto di una partita e il risultato finale. Meno male. Sennò undici ore di Mahut e Isner che ce le siamo guardate a fare. 

Madame Constance è diventata consulente di France Télévision

   

 

L’ultima erba di Fabio Fognini

Prima che cominciasse a montare il mamelico risentimento perché l’esordio di Jannik Sinner non avverrà sul campo centrale – i soliti anglicani, lo sappiamo come sono fatti – prima che accadesse tutto questo, sul campo centrale Fabio Fognini si è divertito a mettere in difficoltà Carlos Alcaraz e noi ci siamo molto divertiti a guardarlo. Ha perso al quinto set ma che importa, nessuno pensava che avrebbe battuto il campione in carica, anzi, una vittoria di Fognini ci avrebbe perfino guastato il romance e forse il torneo, l’attesa per la finale che potrebbe eccetera eccetera. 

Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto che Carlitos è in una di quelle giornate un po’ così. Lascia il gioco nelle mani (fatate) del rivale, patisce la calura inedita. E sbotta, di fronte alla buona vena del rivale, lagnandosi con il suo angolo: «Questo può giocare fino a cinquant’anni…». Le percentuali al servizio non lo soddisfano, la quota di errori gratuiti resta alta. Dà una mano ad Alcaraz la lunga interruzione per permettere ai medici di soccorrere uno spettatore. Carlitos si rende utile: allunga una bottiglia d’acqua, rifiata. Fognini, dal canto suo, ha dato tutto. Il set decisivo è un’esecuzione

Maurizio Crosetti su Repubblica canta the last dance di Fognini e la leggerezza degli ultimi passi. È stato come l’ultimo giro di giostra nella sera, quando i bambini sono un po’ stanchi ma così felici, e il tramonto gli indora i capelli. Vedere quel tennista trentottenne leggero come un fiocco di neve, senza più ansia, senza peso, senza niente da dover chiedere e proprio per questo capace di chiedere tutto e sognare tutto, il campione con 16 anni più dell’avversario formidabile (la gioventù è formidabile) portato al quinto set (ogni vita andrebbe portata fin laggiù, potendo), vedere insomma Fabio Fognini è stato soprattutto un momento di libertà. Perché in questa partita contro Carlos Alcaraz sono racchiusi autentici tesori di senso. Poter fare ogni cosa come se fosse l’ultima. Gustare l’approdo oltre il viaggio, perché il viaggio non c’è più. Non più grane in ufficio, non più il terrore per il broncospasmo notturno del pargolo, non più le infinite rate del mutuo: l’ultima è stata saldata proprio il mese scorso, e chi se ne importa se non sei più un ragazzo, è stato bello e si paga da bere2.

Su La Stampa Stefano Semeraro si domanda: Quale occasione migliore poteva desiderare, per liberarsi dei suoi piccoli e grandi demoni, congedarsi dai fantasmi delle occasioni mancate, delle parole e dei gesti a volte malamente sfuggiti? E dare così a noi l’occasione di struggerci per l’ultima volta sul Centre Court davanti ai suoi tocchi leggeri come tulle, ai suoi rovesci spietati come lame, ai suoi controtempi e contrappunti: il piacere del tennis, in purezza. Va bene, ha perso: in quattro ore e 37 minuti e cinque set (7-5 6-7 7-5 2-6 6-1) nel match inaugurale del torneo, contro Carlitos Alcaraz che qui è imbattuto da due anni – solo a Borg nel ’78 e a Federer nel 2010 era capitato di farsi trascinare al quinto set nel primo turno da campioni uscenti – ma ci sono (rare) sconfitte che valgono insieme come una vittoria e un’indulgenza plenaria. Che ti riempiono il cuore. Tanto intense da farti dire: basta così. E lo sa anche Alcaraz, che da vero hidalgo alla fine lo ha indicato al pubblico come quello da applaudire.

 

L’ultima di Petra Kvitova

Oggi l’ultima erba tocca a Petra Kvitova. È qui che ha vinto i suoi due titoli del Grande Slam nel 2011 e nel 2014, ed è qui che suo marito Jiri Vanek le ha chiesto di sposarlo. Frase chiave della vigilia: Wimbledon significa tutto per me. Anche suo figlio Petr ha un legame con questi prati. È nato durante i campionati dell’estate scorsa, ma a scanso di equivoci non sull’erba londinese e comunque Petra non stava giocando, non in quel momento, ecco. 

Petra Kvitova è stata sorteggiata con la testa di serie numero 10, Emma Navarro. È assai probabile che la sua corsa si chiuda qui. Al sito del torneo Kvitova da detto che la sola parola che gli passa per la testa è felicità

«I miei genitori sono qui, mio ​​figlio è qui, mio ​​marito è qui, mio fratello è qui, in pratica tutta la famiglia sarà insieme a me per l’ultima volta. Da bambina non avrei mai pensato di poter diventare una tennista professionista e quando ci sono riuscita sognavo solo di giocare a Wimbledon, mai di vincere. Quando è successo, mi è sembrato tutto molto irreale, lo è ancora oggi. Mi sembra che sia stata un’altra persona al posto mio»

Dopo essere diventata madre, Kvitova è tornata a giocare questa primavera ad Austin. Ha perso sette volte in otto partite, ma secondo Aryna Sabalenka non dovrebbe farlo, non dovrebbe smettere, dovrebbe prendersi del tempo per ritrovare la condizione, il suo gioco e andare avanti. 

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Le analisi

 

La Restaurazione della McLaren

Bentornato Brasile

DI ROBERTO LIBERALE

  ① ARTEFICI  Il vuoto dietro le Papaya

La McLaren ha fatto doppietta dopo aver rischiato di vedere entrambe le sue monoposto fuori gara già al quarto giro per una manovra al limite di Piastri. L’alternanza sul gradino più alto del podio ha visto il ritorno alla vittoria di Norris, che ha lanciato un segnale di vitalità e un messaggio di leadership molto preciso alla scuderia.

Con Verstappen uscito di pista e sempre più staccato in classifica piloti, ora potranno forse lasciar gareggiare tra loro Lando e Oscar con meno patemi d’animo. Stella e Brown continuano a non scegliere un pilota a cui affidare il compito di vincere il mondiale. In questo pesa sempre più l’aspetto umano e psicologico, come traspare dalle parole pronunciate dal team principal dopo ogni gara. Andrea e Zak apprezzano entrambi e desiderano tenerseli ben stretti il più a lungo possibile. Vogliono che nessuno si senta frenato, a patto di non rischiare oltre il limite. 

La tradizione storica del motorsport britannico lascia i piloti liberi o no di seguire ordini di scuderia. È il motivo per cui i proverbiali due galli in un pollaio si sono spesso visti Oltremanica e molto meno in Ferrari. Secondo la filosofia McLaren, tradotta nelle famose papaya rules, rallentare uno dei due piloti per favorire l’altro, a lungo termine non pagherebbe. In ogni caso, come anticipato dall’intervento via radio da parte del muretto, seguito dalle scuse di Piastri, una chiacchierata tra i manager McLaren e Oscar si sarà resa necessaria per evitare rischi superflui. Dilapidare un vantaggio di 207 punti in classifica costruttori e 61 in quella piloti sembra impossibile, ma con 13 Gran Premi ancora da disputare nulla è ancora deciso e qualsiasi “zero” potrebbe provocare contraccolpi al momento sconosciuti.

 

   DUELLI  Come stanno le cose fra Leclerc e Hamilton

La Ferrari che in barba alla sua tradizione possiede altri due galli nel pollaio, ha massimizzato il risultato piazzando Leclerc e Hamilton immediatamente dietro le due McLaren. Tutto ciò anche grazie alla pessima giornata di Red Bull e Mercedes, ma il passo in avanti rispetto agli ultimi Gran Premi è innegabile ed è dimostrato dal comportamento delle due Rosse durante l’intero weekend. 

Il gallo più esperto e prestigioso però continua a beccarle dal galletto più giovane. Dopo undici Gran Premi e dieci con entrambi al traguardo, il risultato è 9-1 per Leclerc, mentre nelle qualifiche il gap è leggermente inferiore [8-3]. Hamilton era arrivato a Maranello per vincere il suo ottavo mondiale, forse quest’anno non era quello giusto per farlo. Ma se nel 2026 la Ferrari dovesse progettare la macchina perfetta, chi dirà a Leclerc di farsi da parte dopo essersi dimostrato quasi sempre più veloce di Hamilton?

  CADUTE   I guai di Verstappen

Verstappen ha dichiarato di sentirsi tagliato fuori da ogni speranza mondiale. C’è da credergli, oltre a guidare una monoposto troppo lontana dalle prestazioni della McLaren se qualcosa gli può andare storto lo fa. Prima una bandiera gialla che lo ha costretto ad abortire il giro buono di qualifica, poi l’entrata da kamikaze di Antonelli che ha completato il lavoro. Certo, le due cose sono concatenate, perché la partenza in mezzo al gruppo, figlia della qualifica sfortunata, è molto più rischiosa rispetto alle partenze a cui Verstappen è abituato. 

Con questo zero, la scuderia di Horner lascia l’Austria con le tasche vuote dopo 77 Gran Premi sempre a punti con almeno una macchina. L’ultimo zero collettivo fu nel primo Gran Premio del 2022 in Bahrain, con Verstappen e Pérez traditi dal circuito di iniezione del carburante negli ultimi tre giri e la doppietta Ferrari che lasciava presagire una stagione trionfale. Sono passati poco più di tre anni, sembra un’era geologica. Dopo quella debacle meccanica, per la Red Bull sono arrivati tre titoli mondiali piloti e due costruttori, era l’alba di un nuovo regolamento tecnico. 

Lo zero dello Spielberg è molto più deprimente per molti motivi. Si correva in casa Red Bull e Verstappen non riesce più a trovare la quadra di una macchina sempre più difficile da spingere oltre i limiti. Inoltre diamo per scontato che la scuderia di Milton Keynes corra con un solo pilota. Tsunoda ha chiuso addirittura 16esimo e ultimo tra i piloti giunti al traguardo nel giorno in cui Lawson, ex seconda guida Red Bull cacciata in malo modo per far spazio a Yuki, ha finito sesto e ben due giri davanti a lui. La maledizione della seconda guida Red Bull continua, qualche sorrisetto beffardo sul volto di Checo Pérez è facile da immaginare.

  SCENARI  Le mani vuote della Mercedes

Che Antonelli dovesse ancora imparare è stato detto tante volte. Il terzo posto in Canada aveva forse convinto che fosse ormai maturo e pronto addirittura per lottare per la vittoria. L’incidente in cui ha messo fuori gara Verstappen è frutto dell’inesperienza, non certo della presunzione. Il percorso di ogni pilota si compone di tanti dettagli, forse l’errore in frenata al via sarà un mezzo per accelerare la crescita di Antonelli, che si è assunto la responsabilità dell’accaduto, si è scusato con Verstappen e la scuderia, sicuramente lavorerà di più affinché non riaccada.  Wolff, così come il suo collega ed ex grande rivale Horner, torna dall’Austria con le mani quasi vuote, superato dalla Ferrari in classifica costruttori.

Il quinto posto di Russell, staccato di un minuto dai vincitori appena dopo la vittoria in Canada, non può soddisfare Toto e la scuderia tedesca. La Mercedes ha comunque dato sempre dimostrazione di una grande capacità di reazione dopo le prestazioni negative. Aspettiamoci dunque delle frecce d’argento ben appuntite a Silverstone, circuito in cui la Mercedes è salita sul podio nelle ultime dodici edizioni.

 

    MAPPE   Bentornato Brasile

Nel giorno dell’errore di Antonelli, i due rookie finora più in difficoltà hanno trovato il loro miglior risultato stagionale. Il già citato Lawson, sesto, e Gabriel Bortoleto, finalmente a punti all’undicesimo tentativo. Un weekend, quello di Bortoleto, che ha rasentato la perfezione, considerato il mezzo a sua disposizione. Prima volta in Q3, con l’ottavo posto in griglia poi confermato al traguardo. Una prestazione che ha meritato i complimenti di Alonso a fine gara. 

Bortoleto è il 34esimo pilota brasiliano, il primo a cinque anni di distanza dalla doppia partecipazione di Pietro Fittipaldi nel 2020. L’ultimo punto iridato per la nazione risaliva al GP di Abu Dhabi del 2017, con Felipe Massa decimo. Un gradito ritorno per una scuola che ha avuto il pilota considerato il più veloce di sempre, Ayrton Senna, un tre volte iridato come Nelson Piquet, un altro con due titoli come Emerson Fittipaldi. Oltre a Carlos Pace, Rubens Barrichello e Felipe Massa.

 

  ORIZZONTI La rinascita della Sauber di Binotto: pronta per l’Audi

L’uscita di scena di una Mercedes e di una Red Bull ha favorito l’ingresso nelle prime dieci posizioni di ben cinque monoposto di seconda fascia. Una Racing Bulls, una Aston Martin, una Haas e addirittura due Kick Sauber. Un duro colpo per la Williams, al suo terzo zero stagionale a causa di un doppio ritiro per cause meccaniche. La gloriosa scuderia di Grove ha messo insieme appena 4 punti negli ultimi quattro Gran Premi, depauperando il bel vantaggio che aveva sugli altri team di seconda fascia. 

Ora la Racing Bulls è a 19 punti, anche se il miglior trend appartiene alla Kick Sauber, capace di accumulare ben 20 punti in tre gare. Una rinascita che potrebbe essere solo l’antipasto di ciò che farà la scuderia nella prossima stagione quando diventerà ufficialmente Audi. Una piccola rivincita per Mattia Binotto, presente in Austria, e che sta guidando la transizione della scuderia svizzera verso il colosso automobilistico tedesco.

 

  PANORAMI  Eh sì, mo’ pure la F1 a Napoli

L’ultimo cilindro è dedicato a una notizia che gira molto sul web e che anticiperebbe l’entrata di un nuovo circuito italiano nel circus della Formula Uno. Si tratta della creazione di un comitato per promuovere un Gran Premio del Mediteranneo da svolgersi sul lungomare di Napoli. Un sogno non si nega a nessuno, ma chi è dentro la F1 sa benissimo che quasi sicuramente resterà tale. Le modalità di ingresso di nuovi circuiti nel campionato di Formula Uno prevede requisiti difficilmente raggiungibili in pochi anni e soprattutto quasi impossibili per circuiti esclusivamente cittadini come quello che si immagina a Napoli, se non stravolgendo totalmente la struttura del lungomare e di tutte le aree nei paraggi. 

Asfalto per auto da corsa, cordoli, vie di fuga, box, aree di ospitalità, poi la valutazione di eventuali impatti ambientali, sostenibilità, licenze e omologazioni: tutto per essere conformi a uno standard di sicurezza che soddisfi le condizioni più gravose tra quelle poste dalla FIA per le competizioni motoristiche, con studi approfonditi per minimizzare i rischi sia per i piloti sia per gli spettatori in caso di incidenti. 

Tutti fattori non risolvibili solo con la buona volontà o semplicemente come una possibilità da cogliere. Se anche questa possibilità esistesse, ci vorrebbero anni per metterla in pratica, con centinaia di milioni di dollari da investire. Se altri circuiti storici hanno mollato per i costi elevatissimi uniti ai rischi correlati, sembra abbastanza difficile che la Formula Uno possa concedere una seppur minima possibilità a un nuovo circuito nel quale tutto partirebbe da zero. La stessa Madrid, che entrerà in calendario dalla prossima stagione, avrà un circuito con solo 1,5 km di strade pubbliche, più quasi 4 km di parti permanenti. Il tutto in un’area fieristica di grandi estensioni, nella quale sono già presenti strutture sportive. Senza dimenticare che il progetto ha avuto bisogno di 400 milioni da parte di uno sponsor disposto a coprire gran parte dei costi di organizzazione della corsa. Nulla è impossibile. Ma un sogno resta un sogno e un comitato resta un comitato.

  Jean Alesi sul Corriere della sera firma la sua periodica rubrica post GP e crede che Verstappen possa ancora rientrare in corsa sfruttando il duello interno alla McLaren. Gli ex ferraristi sono tosti, scrive, prima di un dolce ricordo per Raffaele Dalla Vite – ricordato qui sulla Gazzetta da Nicola Cecere: Le sue “tattiche” di avvicinamento al personaggio da intervistare, improntate alla bonomia e all’eleganza del primo impatto, dovrebbero essere oggetto di studio nelle scuole dell’Ordine.

 

 

Le macchine di Tin Tin

Nei fumetti di Hergé non c’è solo Tin Tin e non c’è solo il suo cane Milou. Un terzo formidabile personaggio di quelle strisce è l’auto. Le macchine. Hergé amava la velocità e negli album del celebre reporter se ne trovano tante, a partire dalla leggendaria Dupondt 2CV. Il Museo di Mulhouse dedica una mostra al tema fino all’11 novembre e L’Èquipe se ne occupa.

Sfogliare gli album di Tintin – ha scritto Arnaud Hermant – è un po’ come sfogliare un opuscolo di auto d’epoca che potreste venire ad ammirare o ad acquistare a un’asta. Le avventure del celebre reporter e del suo cane Milou ci permettono di immergerci nel mondo delle automobili del XX secolo

Il visitatore della mostra inizia il suo percorso attraverso un corridoio in cui i modelli degli album sono esposti sotto forma di disegni: dalla Ford Modello T di Tintin in Congo all’Amilcar de Le avventure di Tintin nel paese dei Soviet, passando per la Bugatti Tipo 35 guidata dal cattivo Bobby Smiles di Tintin in America o il taxi ginevrino bicolore di L’Affaire Tournesol, senza dimenticare la Citroën Traction nera degli agenti bordures e il furgone rosso e beige della macelleria Sanzot. 

Quando i visitatori proseguono la loro passeggiata nel museo, scoprono 400 auto per lo più europee, sebbene la collezione abbia acquisito una certa internazionalità, in particolare con la donazione di un’auto cinese, una Hongqi che ha trasportato Deng Xiaoping negli anni ’70 e ’80. Un turista cinese a metà degli anni 2010 notò l’assenza di macchine del suo paese e si preoccupò di farne arrivare una. 

[Nel cortile del museo troneggia pure il razzo rosso e bianco di Destinazione Luna]

 

A casa di Bernard Hinault

La corsa comincia sabato e in qualche modo bisogna prepararsi, bisogna entrare nel clima – come dicevano i vecchi del mestiere. L’Équipe ha deciso di farlo mandando un inviato a Yffiniac, dove il Tour passa per la prima volta, una circostanza abbastanza strana considerando che si tratta del villaggio natale di sua maestà Bernard Hinault, cinque volte vincitore e a un certo punto anche direttore della carovana dall’ammiraglia. Un paese che Gianni Mura segnalava nelle sue cronache famoso prima di Hinault per le cipolle, come Pledran per i porcini dei boschi, Paimpol per i fagioli bianchi, Langueux per le carote, Hillion per le cozze.

Il papà di Hinault faceva il ferroviere, l’Équipe è andato a vedere cosa resta di Bernard nella memoria del villaggio andando a parlare innanzitutto con l’ex sindaco, Michel Hinault, cugino di primo grado del Tasso. Le madri erano sorelle. Ha amministrato il paese per un mandato complessivo di diciannove anni. Potrebbe fare il presidente di una federazione in Italia. 

Monsieur Jérôme del Bar de la Baie dice che gli piace di più il calcio e si lamenta che i cicloamatori certe volte entrano nel suo locale, chiedono dell’acqua per riempire la borraccia e nemmeno salutano. La cosa più rilevante di tutte è che in città esiste di Hinault una solo foto gigante, L’Équipe dice che il villaggio di Côtes-d’Armor non assomiglia a una Lourdes in stile Hinault. La foto si trova sulla facciata di un edificio che si affaccia sulla rotonda delle Quatre-. Dopo una dozzina d’anni, i colori si erano sbiaditi, così è stato necessario ristamparla e sostituirla. Alla rotonda c’era un tempo pure una bicicletta, in paese qualcuno pensa che sia ancora là, chi lo sa, non ricorda, in certi posti ci si passa davanti e boh. 

Era una bici uscita dalle officine comunali, come spiega al giornale francese l’attuale sindaco, Denis Hamayon. È stata smantellata dal Comune nel mese di novembre, vittima del suo successo. La storia è semplice, . Un giovane di 27 anni ha vinto 500.000 euro alla lotteria e il suo sogno era aprire un bar. Si chiama Le Guillou. Qualcosa gli è sfuggito di mano. A un certo punto il gioco preferito dai suoi clienti – chissà che avevano ordinato – era salire sulla bicicletta alla rotonda. L’hanno piegata tre o quattro volte e così adesso la tengono in un magazzino. Il viaggio completo a Yffiniac si trova qui

 

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Interpreti

 

   

Sofia Cantore prepara gli Europei di calcio

    ➣   Se dovesse spiegare come siete cambiate e maturate?

«Il rinnovamento era già iniziato ma ora abbiamo trovato il giusto mix tra senatrici e giovani. Con Soncin, dopo il brutto Mondiale 2023, è scattata in noi una voglia di rivincita: il c.t. sa usare bene le parole, ci dà un sacco di fiducia. Ci sentiamo tutte parte di qualcosa di grande, ed è una sensazione che tiene vivo il gruppo. Chi subentra è importante quanto le veterane. Questa è un’Italia che si merita tanto».

➣  Come si passa dall’oratorio della parrocchia di S.Vittore Martire di Missaglia (Lecco) all’attacco della Nazionale?

«Fino a 13 anni ho giocato con i maschi, tifavo Inter come papà ma verso il pallone non mi ha spinta nessuno: era un desiderio mio. Ho un fratello laureato in biologia computazionale, è il secchione di casa ma anche l’anti-calcio. Sono passata al Fiammamonza in C e in B, poi sono stata chiamata alla Juve insieme alla mia amica Benedetta Glionna. Ci sono tornata in pianta stabile nel 2022, dopo tre stagioni in prestito. In Nazionale ho seguito tutto il percorso delle giovanili. In mezzo ci sono stati anche la rottura del crociato e la frattura del perone. È in quel momento che ho capito quanto volevo diventare una calciatrice: nell’infortunio è scattato qualcosa».

➣  E non una calciatrice qualsiasi: la prima italiana a giocare negli Usa. Partenza per le Washington Spirit a luglio, subito dopo l’Europeo.

«È stato difficile lasciare la Juve e un mister, Massimiliano Canzi, che mi ha dato una fiducia smisurata. Però si apre un nuovo capitolo, di cui sono entusiasta. Ho sempre desiderato un’esperienza all’estero, credo che me ne renderò conto del tutto solo sull’aereo. Ho parlato con il tecnico delle Spirit, lo spagnolo Gonzalez: mi ha presentato il progetto. Negli Usa giocano un calcio molto fisico, incentrato su duelli, transizioni, atletismo. Sarà un salto culturale, ma anche nel buio: mi metto alla prova per crescere». – intervista di gaia piccardi, Corriere della sera [tutta qui]

 

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Oggi

 

 

Kuzey Tuncelli 

Kuzey Tuncelli è stato un piccolo caso internazionale. Ha vinto prima fra gli adulti e poi fra i teenager, un oro europeo a Belgrado nei 1.500 e un bronzo mondiale a Budapest in vasca corta, prima dei due ori giovanili a Vilnius, nell’edizione scorsa degli Europei jr. Nella stessa estate è diventato a 16 anni il primo nuotatore turco a raggiungere una finale olimpica. È la stella dei nuovi Euro jrs che si aprono a Šamorín, in Slovacchia, nello stesso centro acquatico che ha ospitato i campionati Under-23. Nel 2024 l’Italia chiuse l’edizione in Lituania in testa al medagliere con 13 ori, 9 argenti e 3 bronzi – addirittura. Stefano Arcobelli ha raccontato sul suo blog Questione di stile per la Gazzetta come nei progressi del nuoto in Turchia ci sia la mano della scuola tecnica italiana, prima per merito di due allenatori che non ci sono più [Stefano Nurra e Corrado Rosso] e poi per il lavoro proseguito da Gjon Shyti, origini albanesi, responsabile del centro federale di Ankara, coach a suo tempo di Luca Marin. 

Tuncelli è un tesserato della polisportiva Fenerbahçe, si è allenato alla Gloria Sport Arena di Antalya, intorno a lui la Turchia ha costruito pure una staffetta 4 x 200 da medaglia. Avrà una settimana impegnativa, nuoterà i 200, i 400, gli 800 e i 1.500 stile libero, oltre a cinque staffette.

Qualche gara la farà pure qualcun altro, eh, non c’è solo lui. Anzi le iscritte [dai 14 ai 17 anni] e gli iscritti [dai 15 ai 18 anni] sono 666 in tutto e vengono da 45 Paesi. L’Italia ha ufficialmente la squadra più folta con 38 partecipanti, ma sotto la scritta AIN degli atleti neutrali ci sono in realtà 43 russi. Andorra è venuta con uno, ci sono Cipro e Kosovo con due. 

Tra gli ori di un anno fa ancora in età per ripetersi ci sono la sedicenne ungherese Vivien Jackl, mezzofondista pure lei e pure lei già d’oro fra le adulte [oro nei 1.500 e argento nei 400 misti], i ranisti turchi Nusrat Allahverdi e Doruk Yogurtcuoglu, i lituani Tajus Juska e Mantas Kauspedas nei 100 stile libero e nei 50 dorso, l’irlandese John Shortt nei 200 dorso e il rumeno Robert Badea nei 200 e 400 m misti, la lituana Smilte Plytnykaite nei 50 rana, la tedesca Lena Ledwig nei 200 rana e la belga Sarah Dumont nei 200 farfalla.

 


     

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