Billie Jean King vuole meno bianco e i nomi con i numeri dietro le maglie
Dall’ultimo piano di un hotel londinese, con lo sguardo sullo skyline della città “attraverso i suoi occhiali fucsia con l’aria di una donna d’affari che perfeziona un discorso di vendita”, Billie Jean King ha detto al Telegraph che l’abolizione dei giudici di linea a Wimbledon è ancora poco.
La tennista che ha trascorso la vita a far progredire lo sport femminile dice che quelle meravigliose petunie sempre uguali a sé stesse dentro il circolo sono gradevoli, le ricordano quand’era giovane. Ma è l’ora di farla finita con tutto questo bianco.
King ritiene che la regola sull’abbigliamento sia stata un errore totale. Prima che entrasse in vigore, lei ricamava gli abiti di blu e di rosa, ma la restrizione delle norme ha reso impossibile agli spettatori distinguere le giocatrici.
«Una tradizione si può cambiare» dice, lei che ha avuto un ruolo decisivo nel promuovere la parità di montepremi tra uomini e donne agli US Open del 1973, lei che giocò la Battaglia dei sessi contro Bobby Riggs. Soluzione? I nomi sulla divisa. Come nel calcio e nella NBA. Ogni tennista dovrebbe avere un numero dietro la maglia e il nome dietro la schiena.
«Avremmo dei gadget da vendere e guadagnerebbero più soldi. Stiamo perdendo milioni e milioni per colpa del bianco. I bambini amano le maglie con i numeri e quando uno come Federer smette quel numero si può ritirare. È così ovvio. Se ci sono cose che la gente apprezza negli altri sport, perché il tennis non dovrebbe copiarle? Ho aspettato tutta la vita per vedere la gente credere nell’investimento nello sport femminile. Le atlete a volte dicono: “Meritiamo di più. Mi viene da rispondere: “Hai fatto dei soldi quest’anno?”. Se non ne hai fatti, perché pensi di meritare di più? Voglio che le atlete diano importanza al lato economico della questione. Anche gli sport maschili perdono soldi, ma la gente non parla mai degli uomini».
King si sofferma sulle recenti misure introdotte dalla WTA a tutela della giocatrici che vogliono diventare madri, sul ritorno del tennis in Cina dopo il caso di Peng Shuai e chiude il suo colloquio con il Telegraph parlando del tema su cui il giornale conservatore britannico conduce una delle seu campagne più feroci: l’esclusione delle atlete transgender dalle gare femminili. Anche Martina Navratilova è di questo parere. Billie Jean King la pensa in un altro modo, confermandosi – dice il Telegraph – “sostenitrice dell’inclusione e giudicando che il dibattito richieda meno tossicità e più empatia”.
«È tutto un incubo – dice – non credo che la gente abbia la minima idea di quanto sia difficile vivere per le persone trans. Ascoltate le loro storie. Ascoltate, non siate voi a raccontargliele. Ogni persona è unica. Fatele sentire incluse perché in realtà non sapete niente. Con ogni persona che incontro, cerco di colmare un vuoto. Fate domande. Se non stessi facendo io questa intervista, ti tempesterei di domande».
Come cadono i baluardi della tradizione a WImbledon
Se questo è il posto delle fragole vendute in 10 pezzi ancora a 2 sterline e mezza, se questo è il posto dove dalla fine dell’Ottocento i giardinieri continuano a tagliare l’erba alla stessa altezza di 8 millimetri, se questo è il posto dove il bianco è tutto e gli altri colori quasi niente, se questo è il posto dove un membro della famiglia reale si ferma a chiacchierare con i raccattapalle dopo due settimane di tennis, non ci aspetteremmo di scoprirlo uguale a tanti altri nel rimpiazzare i giudici di linea con una macchina. E invece.
Dietro i Doherty Gates che tanto hanno resistito a introdurre il tie-break e poi il tie-break al quinto set, accade esattamente questo da oggi per la prima volta e la direttrice generale dell’All England Lawn Tennis Club, la signora Sally Bolton, dice che era una cosa inevitabile. Centoquarantotto anni di storia sospesi, senza quei bei signori e quelle donne eleganti accovacciati su sé stessi, con le mani tese verso il basso a dire che sì, la palla è dentro. Anche nel regno dove quasi nulla cambia è arrivato ELC, il sistema di chiamata elettronica delle righe, come quello usato a Melbourne e a New York, non al Roland-Garros, dove adesso si vantano di essere rimasti duri e puri.
I trecento che facevano questo lavoro fino all’estate scorsa sono stati ridotti a 80. Saranno di supporto agli arbitri nella gestione di quanto accade, saranno in due su ogni campo e saranno pronti a entrare di nuovo in scena se la macchina dovesse guastarsi.
Bolton ha detto che i giudici di linea erano consapevoli dell’inevitabilità della loro sostituzione. L’ELC è obbligatorio in tutti gli eventi ATP e nei tornei misti. L’anno scorso si tennero degli esperimenti assai discreti. Nel 2007 Wimbledon aveva accettato per la prima volta di far entrare Hawk-Eye, l’occhio di falco che consente ai giocatori di contestare le chiamate. L’ELC elimina la necessità di chiamarle perché lo fa in tempo reale. I giocatori possono solo chiedere casomai di vedere le immagini. Segue dibattito sull’umanità dell’errore, la tirannide dell’intelligenza artificiale e su dove andremo a finire di questo passo.
I giocatori e le giocatrici sono felici. Senza l’occhio artificiale ci sono state discussioni finanche sulla terra rossa, dove la palla in fondo lascia il segno. Ora vengono qui e sanno che a Wimbledon non succede. Non hanno più bisogno di fidarsi della bravura di questo o di quel giudice di sedia che avalla o corregge la buona o cattiva chiamata dal fondo del campo.