Una comunità è come una nave; chiunque dovrebbe essere preparato a prendere il timone
Henrik Johan Ibsen
Possiamo far marcare Haaland da Carraro
Quando una caviglia lo ha messo in fuori gioco per più di un mese, Erling Haaland ha cominciato a pensare a una partita sola. Questa. Norvegia-Italia è un’occasione. Per lui, per la sua Nazionale, per il movimento di un paese. Neppure con Erling Haaland, il cyborg Haaland, il divino Haaland, l’imprendibile Haaland, finora la Norvegia si è qualificata per un Europeo o per un Mondiale. La squadra ha cominciato il girone vincendo le due partite che doveva vincere [con Moldavia e Israele], oggi ha la chance di complicare il cammino dell’Italia, una nazionale e un movimento che nel mese di giugno dal 2022 a oggi ha più perso che vinto [5 sconfitte e 4 vittorie, con 4 pareggi].
È una partita con molte insidie, come il calcio contemporaneo propone di continuo. Ai prossimi Mondiali ci saranno l’Uzbekistan e si è appena qualificata la Giordania. Ma tra le insidie e l’apocalisse, direbbe il Poeta, andrebbe scelta l’America. E invece anche stavolta abbiamo scelto l’apocalisse.
“È una trappola mondiale”, dice il Messaggero. “L’Italia si gioca già tutto” considera Libero, mentre il Giornale parla di “brividi freddi”.
Il Corriere della sera lo chiama “primo spareggio verso il Mondiale” e sulla Moleskine di Fabrizio Roncone riappare il tradizionale cittì-macchietta, colpevole stavolta di aver lasciato a casa “uno come Gianluca Mancini, pilastro della Roma di Claudio Ranieri” per convocare esordienti [“tipo Coppola”], aggiungendo codesto misfatto al peccato originale di aver messo fine alla carriera del Capitano.
“Quella brace negli occhi. La solita. E scandisce sillabe come se le battesse sul ferro. Ghirigori retorici. Si trattiene. Ingoia rabbia. … I pensieri che ha nella testa fanno il rumore di un esercito nel fango. Ma guarda: Luciano Spalletti è nervoso, e molto. Se state pensando che non è una novità, avete ragione. Solo che stavolta può essere un problema in più”.
Roncone ritiene che aver richiamato Acerbi sia stato “un errore clamoroso. Non si richiama uno a 37 anni suonati per chiedergli — più o meno velatamente — di marcare, per una sola notte, un calciatore. E non si richiama uno che era già stato lasciato a casa perché sospettato di non avere la necessaria tenuta etica per vestire l’azzurro (dopo che Juan Jesus aveva raccontato di aver ricevuto da lui insulti razzisti)”.
Eppure l’idea-Acerbi era venuta dai giornali, suggerita da alcuni editoriali proprio per quel motivo là e con quegli argomenti là: c’è una ragion di stato, scurdammoce ‘o passato.
Scurdammoce ‘o passato ma fino a un certo punto. Roncone anzi invita a ricordare chi siamo e ricordare che dobbiamo essere sempre uguali a noi stessi, “stasera trovate il modo di fermare quei giganti biondi. Marcateli a uomo (ricordatevi come il mitico Claudio Gentile strappò la maglia a Zico), segnate in contropiede, fate un po’ come vi pare. Avete un incarico preciso: dovete portarci ai Mondiali”.
Il Corriere dello sport-stadio riconduce la questione in termini aritmeticamente più congrui, quando dice che vale “mezzo Mondiale”. In effetti c’è il ritorno, in effetti ci sarebbe perfino la possibilità di qualificarsi da secondi per i play-off.
Alberto Polverosi è saggio quando Se stasera Spalletti decide di schierare la formazione che ha in testa, avremo un centrocampo a sei, senza un solo giocatore in grado di saltare l’avversario con un dribbling. Sia chiaro, anche se ne schierasse una diversa, avremmo sempre lo stesso problema.
In questi anni ci siamo mangiati tutta la qualità che avevamo, così che adesso dobbiamo pensare alla Norvegia come un’avversaria quanto meno del nostro livello. Abbiamo Retegui, ma non Haaland; abbiamo Tonali, ma non Odegaard; abbiamo Udogie, ma non Sorloth. E se questa è la migliore Norvegia della sua storia, teniamo presente un altro dato: nelle ultime sei partite giocate dagli azzurri a Oslo, il bilancio è pari, due vittorie per noi e per loro e due pareggi. Se cominciamo a pensare Norvegia-Italia in questo senso, prendendo nuovamente atto della nostra scarsa qualità, ce la possiamo fare.
Giorgio Burreddu su Domani considera allora che “la tensione è già alta da mesi. Gli infortuni, i forfait e i dietrofront non hanno fatto altro che alimentare l’ansia di un sistema già fragile. Anche se la Norvegia non è l’ultima spiaggia. Se si guarda bene, i nove giocatori più utilizzati da Spalletti (i suoi fedelissimi) ci sono tutti. Da Bastoni a Tonali, passando per Udogie e Raspadori: la spina dorsale dell’Italia non è cambiata. Quella stessa intelaiatura che (in parte) aveva ben figurato in Nations League e fatto sperare in una rifondazione tecnica, persino in un nuovo corso spirituale. E allora perché il panico?”.
È la vocazione all’alibi e la chiamata al tremendismo. Se l’Italia fosse nel girone con la Svezia, ci sarebbe tra noi il fantasma di San Siro e della mancata qualificazione di Ventura. Se fosse nel girone con la Macedonia del nord, sarebbe tutto un via-vai di testimonianze e ricordi della notte di Palermo. Ci salva che la Corea del Nord fa le qualificazioni in Asia.
La Norvegia al momento del sorteggio era la peggiore classificata nel ranking tra le nazionali infilate nell’urna 2: era la #43 della classifica FIFA. Ce n’erano undici più forti. Abbiamo preso la dodicesima. Nemmeno ci basta.
Israele era la peggiore squadra presente nell’urna 3 [posizione FIFA #76]: stesso contenitore in cui giravano le palline con i nomi di Scozia, Slovenia e Georgia. Se fosse venuto fuori un gruppo con Svezia e Scozia, con Gyokeres e McTominay, adesso sarebbe Montevergine, sarebbe Casamicciola.
Questo non significa che stasera a Oslo l’Italia vince o che non possa perdere. Il punto è cosa abbiamo fatto tutti per presentarci a Oslo all’altezza di una partita che viene raccontata in questo modo.
La Gazzetta dello sport ne è certa: “Con la Norvegia è già decisiva”. È già decisiva, “come una finale”, ci giochiamo i Mondiali, ma la Nazionale sta a pagina 8. In prima conta di più che “Tocca a Chivu – L’Inter punta su un eroe del Triplete”. La rubrica quotidiana di Luigi Garlando è dedicata a Chivu e l’Italia viene dopo il lancio possibile di Esposito, il campetto su come giocherà col 3.-5-2, un’intervista a Stramaccioni sull’uomo giusto che sa leggere il gioco e darà continuità.
È bizzarro quest’atteggiamento che abbiamo verso la Nazionale e verso chi deve guidarla. Chiediamo dedizione assoluta e amore per la maglia, li vogliamo intonati quando cantano l’inno di Mameli, gli chiediamo di mettere anema e core – diamine – anema e core se giocano per il popolo, per la patria, per l’onore. Noi però vi raggiungiamo più tardi, avviatevi, stiamo guardando cosa fa l’Inter: poi veniamo.
Peraltro – per inciso – intorno all’Inter accadono cose buffe. L’altro giorno Simone Inzaghi s’è preso una lavata di testa dal direttore della Gazzetta dello sport, in una Milano a cui piace la catena alimentare del calcio contemporaneo solo quando sta in cima, ma ci rimane male se una barca di soldi ti porta via, ci rimane male quando Donnarumma fa questa cosa bizzarra di andare a giocare nella stessa squadra di Messi e Neymar guadagnando più soldi che al Milan per spenderli in un postaccio come Parigi. Un attimo dopo il no all’Inter, la Gazzetta ha ricordato a Fabregas di essere protagonista di “un affitto non pagato, lo sfratto e lo strano caso della casa in Ticino”.
Il punto è che sta diventando insopportabile l’ipocrisia sulla Nazionale, nel profondo dei cuori considerata in realtà un fastidio ogni volta che rischia di restituirci infortunato il nostro campione della domenica. Insopportabile è lo squilibrio tra la negatività sulle prospettive della Nazionale [tanto non ci perde niente nessuno] e la luce all’orizzonte dei club che ogni giorno, tutti i giorni, vivono magnifiche sorti e progressive comprando o addirittura vendendo [c’è un tesoretto]: nella maggior parte dei casi quando hanno la loro sede nella stessa regione di chi racconta.
Ora è vero che la Nazionale non gioca una partita ai Mondiali dal 2014, ma a dirla tutta la Nazionale ha vinto un titolo europeo più recentemente [2021] dei club [2010]. Senza poter comprare gli stranieri.
Guglielmo Buccheri sulla Stampa ricorda che “un dato ci conforta: quando trionfammo a Berlino 2006, avevamo cominciato le qualificazioni contro Norvegia e Moldova”.
Ma per questa botta di ottimismo sarà deferito al collegio dei probiviri.
LA CULTURA NORVEGESE
Gira e rigira, vuoi vedere che si tratta di una questione di cultura sportiva?
L’Italia del calcio va a giocare in Norvegia una partita di qualificazione ai Mondiali nella lagna diffusa sull’assenza di giovani di caratura internazionale [invece la Francia, invece la Spagna, invece il Portogallo] – eppure si fa fatica a rintracciare una analoga obiezione su chi guida le federazioni, sul management, su chi dovrebbe mettere qualche idea nuova dentro il motore. L’Italia va in Norvegia all’indomani della presentazione delle candidature per la guida del CONI, con otto nomi in corsa, tutti maschi, cinque sopra i settant’anni, due sopra gli ottanta, uno oltre ogni ragione, Franco Carraro, che si presenta “con tantissima voglia di fare e idee chiare” [Fulvio Bianchi, Repubblica], da “gigante di fronte a tanti nani federali” [Il Fatto Quotidiano].
Valerio Piccioni su Domani ricorda come la Norvegia abbia costruito il sistema sportivo che ha partorito Haaland partendo da una carta che tutela i diritti dei bambini, da un’idea di inclusione che non ci appartiene, e come “a Oslo, nonostante la pioggia di medaglie e la passione per molti sport, la passione per il calcio non ha abdicato e mantiene una grande robustezza numerica: ci sono 370mila giocatori, di cui quasi un terzo sono donne. Donne che a differenza degli uomini hanno un curriculum da grande potenza: una vittoria mondiale, due europee, una olimpica”.
Ecco. a marcare Haaland ci possiamo mettere Carraro.
Segue qui
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Francia e in Spagna i nove gol di Francia-Spagna – In Inghilterra la preparazione della Nazionale femminile di calcio agli Europei – Il numero speciale di So Foot in Francia per il PSG – Il numero speciale di Cycling Weekly per Simon Yates al Giro – A Milano la panchina dell’Inter, in Italia la partita della Nazionale e le semifinali del Roland-Garros
I nove gol di Spagna-Francia
Folle. È stato tutto folle, dice L’Équipe dalla sua prima pagina a proposito dei nove gol visti ieri sera in Germania nella seconda semifinale di Nations League. La Spagna era andata avanti 5-1 e dopo si è fatta segnare tre gol per arrivare così alla rotondità di un punteggio che racconta una mezza verità. La rimonta è parsa improbabile, racconta Vincent Duluc, aggiungendo che “si può guardare la cosa da qualsiasi angolazione, si può rimpiangere la scarsa efficienza offensiva nelle fasi iniziali, si può giudicare che la Spagna sia stata fortunata nel primo tempo, ma si arriverà sempre allo stesso punto: è impossibile essere competitivi ai massimi livelli internazionali con una difesa del genere, soprattutto quando è così mal protetta dal suo centrocampo davanti e dal suo portiere dietro”.
L’assenza del 75% della linea difensiva titolare [Koundé, Saliba, Upamecano] non ha lasciato dei buchi in area: l’area l’ha spalancata “al punto da vedere la Spagna ballare sulla pancia dei Blues” e spazzar via ciò che di buono c’era altrove. Una partita che l’editorialista de L’Équipe divide in tre periodi, “da ricordare per il futuro, poiché tutto ciò che accade in questo mese di giugno e tutto ciò che accadrà in autunno avrà un senso solo alla luce del prossimo Mondiale”. Tutto, compreso il 4-2-3-1 di Deschamps giudicato “interessante nell’ottica di una costruzione a medio termine, dunque con una difesa vera”, così com’è considerato interessante, anzi ébouriffants, da brivido, il debutto di Rayan Cherki, autore di un magnifico gol nella sera in cui il Manchester City ha messo sul tavolo una cinquantina di milioni per portarselo in Premier League.
È tutto? Ah, no, non è tutto. Le pagelle. Ci sono un paio di 4 per Mbappé [“senza slancio”] e per Doué, qualche 3 sparso per Maignan, Theo, Olise, e finanche dei 2 consegnati a Kalulu, Konaté, Lenglet, Rabiot. Dembélé con il suo 5 ci fa un figurone, ma Yamal esce come un gigante dal confronto, migliore in campo [9 in pagella] insieme col gemello dell’altra fascia Nico Williams [8].
“I parigini sono tornati sulla terra” dice il giornale francese, evidentemente le birre di cui parlava Lizarazu ieri sera nel suo avvicinamento alla partita – le birre bevute alla festa per la Coppa dei Campioni – erano davvero ancora nei pensieri e nelle gambe. Si è preso un 3 anche il cittì Deschamps, “poco abituato a offrirci una formazione così offensiva, è andato a sbattere sulla sua volontà di difendere in avanti”.
È una mezza resa della Francia a Yamal, stamattina incoronato da L’Équipe come talent d’or, coinvolto in tre dei cinque gol, così dominante che a un certo punto il ragazzo è andato a mettere il sedere su un cartellone pubblicitario intorno al campo e ha guardato la folla con le braccia incrociate, come a dire Whate else?. “Il George Clooney della Stuttgart Arena” scrive il giornale francese.
L’esordio di Ancelotti sulla panchina del Brasile
Sarebbe facile guardarsi appena e scivolare via, come diceva Anna Oxa non senza ragione negli anni Novanta [Anna Oxa aveva sempre ragione negli anni Novanta]. Così come sarebbe facile stamattina fare stand-up comedy sul debutto di Carlo Ancelotti detto Carlinho sulla panchina del Brasile contro l’Ecuador. Risultato: 0-0. Il più italiano dei risultati nella percezione do mundo global e figuriamoci dei brasiliani.
Sarebbe facile ma non si fa, e poi si correrebbe il rischio di incorrere nelle sanzioni degli ulema dell’italianismo, esponendosi a una reazione tipo Vicky-Caterina Guzzanti: e allora Bielsa? [L’Uruguay ha perso in Paraguay]. Comunque le prime reazioni dal Brasile non sono inclini all’entusiasmo. Uol dice che “il Brasile non emoziona e crea poco. La partita di Guayaquil ha mostrato una squadra con un approccio diverso a centrocampo, ma ha anche reso chiaro che l’italiano dovrà lavorare per riorganizzarsi in attacco. Come attenuante, Ancelotti ha allenato solo due volte il gruppo al completo da quando la squadra è arrivata a San Paolo”.
L’esordio di Ancelotti sulla panchina del Brasile
Con il contratto scaduto al Real Madrid e al Manchester City, Luka Modrić e Kevin De Bruyne devono aver fatto lo stesso ragionamento. Uno è il Pallone d’oro del 2018, l’altro il terzo classificato del 2022. Potevano e possono avere qualunque cifra in un paio di campionati mondiali alla periferia dell’impero, ma Mondiali dev’essere stata la parola-chiave, il pensiero che l’estate prossima c’è un ultimo ballo – si dice così – al quale imbucarsi. La serie A deve essere parsa allora come il compromesso migliore tra la ricerca di un ritmo adeguato all’anagrafe e la necessità di conservare una condizione atletica adeguata alla Coppa.
Potevano andare a sentire il canto delle sirene del Golfo Persico o del Golfo d’America [ops], invece metteranno la maglia del Milan e del Napoli, tenendo insieme la migliore decisione privata, la migliore decisione familiare e la migliore decisione sul lavoro. Basta che funzioni, direbbe Woody Allen – ed è questa la scommessa nient’affatto banale di tutte le parti in causa.
Bisogna fare lo sforzo di immaginare la faccia di Rudi Garcia nello spogliatoio della nazionale belga. Oggi debutta in una partita con tre punti in palio dopo il disarmante passaggio a Napoli [disarmante per tutt’e due] e questa nuova esperienza sta già prendendo una piega che darebbe una certa eccitazione professionale a uno psicanalista freudiano. Garcia è arrivato a gennaio sulla panchina del Belgio e per prima cosa si è inflitto da solo la pena di richiamare Romelu Lukaku, nel frattempo in testa al campionato dal quale lui era stato cacciato. Con quella maglia là e sotto Ora, poverino, gli tocca pure vedere KDB entrare nello stanzone e sentirgli dire che sta preparando i documenti per trasferirsi a Napoli, da quel tipo che «voleva mettere bocca nella formazione», quel tipo che «capisce di cinema ma non di calcio», a dirla tutta «un po’ coglione». Se Rudi Garcia mette il rancore al centro del villaggio, a Kevin De Bruyne gliene racconta un paio che gli fanno passare la voglia di definire la questione dei diritti d’immagine e di presentarsi alle visite mediche dopo la finestra per le nazionali.
Perché tutti questi ritiri dalla Nazionale inglese femminile
A un mese esatto dalla prima partita agli Europei contro la Francia, la Nazionale inglese femminile ha mandato in rete un messaggio in bottiglia, un video “con una miriade di celebrità, parole che motivano, un ritmo musicale martellante. La migliore presentazione per entrare nell’atmosfera di un grande torneo” scrive Suzanne Wrack sul Guardian. Lo slogan dice: È ora di ripartire – con le voci di Maisie Adam, Daisy May Cooper, Keely Hodgkinson, David Beckham, Alex Scott, Bukayo Saka, Harry Kane. Ma la difesa del titolo è davvero in buone mani? Quanto sono forti queste mani? – si domanda l’editorialista del Guardian alla fine di 10 giorni caotici come pochi altri. Caotici e inquietanti. La portiera Mary Earps ha lasciato il suo ambiente a bocca aperta quando ha informato che lasciava la Nazionale quattro giorni prima della partita contro il Portogallo. Fran Kirby ha fatto lo stesso un’ora dopo la sconfitta di martedì sera con la Spagna, e c’era mezza squadra ancora sul volo di ritorno quando si è sparsa la notizia che lasciava la Nazionale anche Millie Bright per «ragioni personali» non meglio precisate. Così, sottolinea la BBC, non si può fare a meno di pensare a “cosa stia accadendo all’interno della squadra e quali saranno le ripercussioni in un torneo nel quale dal 2 luglio bisognerà affrontare nel girone l’Olanda, la Francia e il Galles”.
La cittì Sarina Wiegman ha dato la lista delle 23 giocatrici e sono le 23 che più o meno in Inghilterra si aspettavano. È stata meno convincente quando ha detto che non ci sono attriti e quando ha riso a ogni accenno fatto a una possibile crisi. Scrive allora Suzanne Wrack che “crisi potrebbe essere un termine troppo forte, ma il cielo è decisamente un po’ meno azzurro e un po’ più nuvoloso sull’Inghilterra. Perché Earps non è restata almeno per accompagnare la prossima generazione a un torneo così importante? Come siamo arrivati a un punto in cui la salute mentale e fisica di Bright è stata così compromessa da costringerla a fare un passo indietro? La preoccupazione per il benessere delle giocatrici deve essere una priorità. Wiegman è stata spesso elogiata dalle giocatrici per il suo approccio diretto e per la chiarezza su ruoli e strategie sin dal suo debutto come agli Europei 2022. È inevitabile, tuttavia, che questo approccio possa rivelarsi controverso quando i risultati sono meno positivi”.
Molly Hudson sul Times ha scritto che “la schiettezza di Sarina Wiegman ha reso grande l’Inghilterra: non cambierà. I tre ritiri a sorpresa prima degli Europei hanno messo in discussione i suoi metodi, ma lo stesso approccio pragmatico ha aperto la strada alla gloria tre anni fa. Come ha ammesso questa settimana, non può controllare la reazione delle giocatrici al suo metodo. Ma la sua filosofia prevede che sia meglio affrontare le conversazioni difficili prima di un torneo che avere giocatrici scontente in ritiro durante. Chiunque salga sull’aereo per la Svizzera – continua il Times – avrà ben chiaro il proprio ruolo e le proprie responsabilità. Forse è per questo che ieri pomeriggio a St George’s Park la cittì aveva un’aria rilassata e gioviale: le conversazioni difficili da gestire sono finite”.
Il Times dice che Mary Earps si è ritirata perché ha saputo che non sarebbe stata la titolare. In un passaggio della sua autobiografia, qualche anno fa aveva elogiato la sincerità della cittì, scrivendo che in passato aveva trovato difficile fidarsi delle persone a causa della loro mancanza di onestà nella comunicazione. Secondo il Times anche Fran Kirby si è ritirata quando ha saputo che sarebbe stata convocata per fare la riserva: voleva lasciare dopo il torneo e ha anticipato la decisione. Più o meno lo stesso con Millie Bright. “Non si può negare – dice il Times – che ascoltare delle verità scomode sia difficile, ed è facile elogiarle quando sono rivolte ad altre persone. In ogni caso, non aspettatevi che questa esperienza abbia cambiato l’approccio di Wiegman: senza questo modo di fare non sarebbe l’allenatrice di maggior successo in Europa”.
I parastinchi sono diventati minuscoli
I giovani erano più affamati, ascoltavano i consigli degli anziani negli spogliatoi, in Italia non nascono i numeri 10 perché non si gioca più per la strada e non ci sono nemmeno quei bei difensori di un tempo. Ma adesso è troppo, adesso finanche i parastinchi non sono più quelli di una volta. Lo dice il Times, e chi siamo noi per non fidarci di quel che dice il Times. Hanno la grandezza di una carta di credito o di un Nokia 8210.
“Cosa direbbero gli arbitri se un calciatore decidesse davvero di infilarsi uno di questi oggetti nei calzini al posto dei micro parastinchi che molti scelgono di indossare di questi tempi?”. Se lo domanda Gregor Robertson, e come di fronte a ogni punto interrogativo che appare su un foglio di giornale, noi che leggiamo cosa ne possiamo sapere.
C’è questa tendenza in giro. Sotto i calzini arrotolati ai polpacci mettono una cosina dall’ingombro paragonabile alla ragazza di Fred Buscaglione: piccola così. Dominic Calvert-Lewin dell’Everton dice che hanno la grandezza di una crema pasticcera. I parastinchi sono obbligatori dal 1990, ma il regolamento dell’Ifab è vago su tutto il resto. Chiede che sia adatto e appropriato a contenere i colpi, ma dinanzi alla nuova tendenza i legislatori del pallone sostengono che sia responsabilità dei giocatori, e non dell’arbitro, decidere cosa possa costituire una protezione ragionevole.
Jack Grealish è uno di quelli che coltiva una passione per i calzini bassi, così fa ricorso a questi mini parastinchi. La leggenda vuole che il suo look sua nato durante gli anni trascorsi nelle giovanili dell’Aston Villa, quando metteva i calzettoni in lavatrice e quelli continuavano a restringersi. La superstizione ha fatto il resto. Anche Kvicha Kvaratskhelia gioca con i calzettoni che un tempo venivano detti alla cacaiola, quelli che nel calcio fra amici al campo Astroni indicavano prima ancora di battere la palla al centro quale fosse l’avversario più sfacciato da tenere d’occhio, il tipo che alla prima occasione ti avrebbe puntato uno contro uno, e se ne sarebbe andato, sicuro, quelli con i calzettoni abbassati puntualmente se ne andavano.
I poveri difensori di quel tempo casomai facevano l’esatto opposto, il calzettone lo raddoppiavano, mettevano le ghette perché così facevano Rudy Krol, Ubaldo Righetti e Sebino Nela. I pugili portavano le frange agli scarpini come Muhammad Ali, i turzoni mettevano le ghette. Per fermare le ali sguscianti e con le tibie libere, due calzettoni is megl’ che one.
La faccenda, una quarantina d’anni fa, riguardava solo gli anticonformisti. Ci vogliono un carattere e un atteggiamento di un certo tipo per rinunciare ai parastinchi, ma quando ne fanno a meno pure il centrale dell’Inghilterra e il nuovo acquisto in difesa del Real Madrid è chiaro che la tendenza sta andando oltre l’inclinazione a dissipare il talento: sta diventando fashion [Oltre che un imperdonabile tradimento delle ghette].
Dean Huijsen li porta così, sebbene il suo mestiere sia chiamare il fuorigioco, chiedere ai compagni di uscire e non tenere il piede flaccido nei contrasti [come agli Astroni faceva Sepacchione]. Pure Huijsen svolazza per il campo portando parastinchi non più grandi di una barretta di Mars. Lo stesso vale per Illia Zabarnyi, 22 anni, altro ragazzo che non è pagato per imitare Sivori. Marc Guéhi, capitano del Crystal Palace, ha guidato la difesa inglese agli Europei della scorsa estate mettendo un paio di maglie spesse come un pezzo di cartone: questo fanno quei bei difensori tenebrosi col testosterone di una volta, mica come Aleix Vidal che si è tagliato lo stinco destro mentre giocava per l’Espanyol contro il Real Betis, gli hanno dovuto dare 15 punti di sutura perché si è scoperto si proteggeva con un pezzo di tessuto floscio dentro i calzini sudati.
Ci sono alcuni giocatori che ci infilano un’imbottitura di schiuma per rispettare il regolamento. Michael Olise a novembre si è spinto oltre, rifiutandosi del tutto di metterli. Stava per entrare dalla panchina contro il PSG, il quarto uomo se n’è accorto – che razza di mestiere deve essere controllare se un essere umano ha messo dei parastinchi – e gli ha imposto di tornare indietro. Olise li ha infilati a malincuore nei calzini e alla prima occasione se li è tolti di nascosto, li ha lanciati verso la panchina e via, libero e bello.
Ora, tutto questo flusso di coscienza forse non ha importanza. Quel che conta è chiedersi se i parastinchi alla Fred Buscaglione sono pericolosi.
I parastinchi esistono nel calcio da 150 anni. Pare che li abbia inventati un certo Sam Weller Widdowson, giocatore di cricket del Nottinghamshire e calciatore del Nottingham Forest nel 1874. [Hanno inventato prima il parastinchi e poi la torcia]. Widdowson iniziò a produrli e metterli in commercio insieme al co-fondatore del Notts County, Richard Daft, ma avevano un antenato nel gambale che gli antichi guerrieri usavano per proteggere la tibia dalle lance fin dall’età del bronzo.
I parastinchi del calcio erano una specie di arma impropria fino a qualche decennio fa, quando certe gigantesche protezioni in plastica potevano arrivare fino al ginocchio. Finivano prima certe minigonne. I cinturini in velcro erano un attentato alla corretta circolazione venosa. Eppure non c’è dubbio che la moda moderna di portarli sotto i polpacci sia l’estremo opposto. Lo fa uno, lo fanno tutti. Alcuni club stanno cominciano a imporre dei divieti. Il Penistone Church di Barnsley ha preso per le orecchie un suo giocatore quindicenne, un certo Alfie, perché si è fratturato la gamba nella partita in cui ne indossava un paio da tre centimetri per nove. Come gli anziani genitori dei Boomer, Alfie è tornato a casa e ha avuto pure il resto. Alla BBC ha detto che non vale la pena essere più leggeri e più veloci se poi devi stare fuori per mesi e mesi.
Quando a Jack Hinshelwood è caduto il suo durante la partita del Brighton contro l’Arsenal, l’arbitro glielo ha restituito e pareva che gli stesse offrendo una patatina. Ce ne sono anche da 195 sterline e possono raccogliere una montagna di dati sulle prestazioni. Si chiamano XSEED, sono stati creati dalla società di analisi italiana Soccerment, e dicono tutto su passaggi, tiri, distanza, velocità, geolocalizzazione. Tutte le informazioni vengono raccolte da una app per smartphone, utilizzata dagli allenatori o caricata sulle piattaforme di scouting [ma poi non si possono andare a vedere gli allenamenti]. Il guaio è che bisogna metterli sotto carica ogni poche partite. Le ghette no. Le ghette al massimo riempivano di più la lavatrice.
Americhe
Il divieto di ingresso negli USA firmato da Donald Trump per i cittadini di 19 paesi [totale per Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen; parziale per Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela] contiene un’esenzione per i giocatori, gli staff e i familiari delle squadre partecipanti ai Mondiali per club del prossimo mese, alla Coppa del mondo del 2026 e alle Olimpiadi del 2028. È scritto al punto 4 dell’ordinanza. Il Guardian riferisce che un portavoce della FIFA ha rifiutato di commentare quando gli è stato chiesto se la federazione avesse fatto pressioni per l’inserimento dell’esenzione. Gianni Infantino si è dato da fare nelle scorse settimane per apparire pubblicamente di fianco a Trump. È arrivato in ritardo al Congresso della FIFA pur di accompagnare il presidente americano in tour in Medio Oriente.
Le semifinali di Parigi
È un piatto sontuoso, dice L’Équipe guardando queste due semifinali con i primi due del mondo, il giocatore che ha vinto più Slam nella storia e il coltivatore di un gioco diverso, il gioco a una mano, “l’eleganza come punto cardinale”. Lorenzo Musetti ha dato un’intervista al giornale francese, dicendo che “quando ero bambino mi piaceva giocare la smorzata e lo slice. Non è stato Federer a farmi scegliere il rovescio a una mano, ma sono stato affascinato dalla sua eleganza, dal suo senso estetico, dalla sua facilità di gioco. In campo faceva sembrare tutto facile. La cosa più difficile con il rovescio a una mano è rispondere al servizio. È un colpo retro e qui ormai battono tutti a 200 km/h. Mi piace quando la gente mi chiama un artista del tennis, ma sono un agonista, metto la competizione davanti a tutto. Prima del bel colpo voglio vincere. Ma spero di aver ispirato qualche ragazzino a giocare il rovescio a una mano. Sarebbe bello tra qualche anno essere avversario di qualche giovane e scoprire che in giro c’è ancora qualcuno che lo gioca”.
Todo cambia. Così a distanza di un anno e mezzo, stamattina i giornali raccontano come Djokovic può battere Sinner, e non più il contrario. L’Équipe ha scritto che “cercherà di cucinarselo con slice, palle corte e cross negli angoli. Djokovic ha un QI tennistico sufficientemente sviluppato per cercare soluzioni e cuocere l’italiano in una serie di varianti per spostarlo da dietro in avanti, da destra a sinistra. Ha dimostrato contro Zverev di avere il tocco e la consistenza per mettere in scena un piano anti-metronomo”. Dove il metronomo è Sinner.
Julien Varlet, consulente di Canal+, dice che Sinner è uno scivolatore sublime, con una stabilità degli appoggi sulla terra notevoli, tanto che Djokovic su questa superficie lo ha battuto solo una volta, a Monaco, quattro anni fa. Sinner lo trascinerà dentro un match fisico, cosa che Zverev non ha fatto. Lo attaccherà subito e terrà il ritmo alto dal primo punto all’ultimo. «Non ne farà una questione di tecnica – dice – non ne farà una questione di tattica. Non ha l’urgenza di far finire in fretta la partita». È il semifinalista che ha trascorso meno tempo in campo. Ha quindici anni in meno del suo avversario. Sa di poter vincere anche al quinto set e sa che per vincere al quinto, forse pure al quarto, l’altro dovrà fare un’impresa monumentale [come se poi vincere in tre set fosse invece una bevuta d’acqua minerale].
Tumaini Carayol, firma del tennis per il Guardian, sostiene che “il problema di affrontare Sinner oggigiorno è che non c’è modo di nascondersi. Il suo dritto distruttivo è completato da quello che è probabilmente il miglior rovescio a due mani in circolazione. Il suo servizio è migliorato significativamente, diventando un fattore chiave del suo successo, ma è anche un ribattitore d’élite che mette costantemente sotto pressione gli avversari sul loro servizio. Sebbene Sinner sia uno dei migliori attaccanti del circuito, si è anche evoluto in uno dei migliori difensori. I suoi avversari sono così inefficaci nel perforare la sua difesa quanto nell’assorbire il ritmo che genera. Da agosto ha vinto 46 delle sue 48 partite, solo Alcaraz lo ha sconfitto. Sebbene possa ancora competere ai massimi livelli, nemmeno Djokovic conosce il suo livello con Sinner e il limite massimo a cui può spingere oggi la sua carriera, né se riuscirà a mantenere la qualità e la fisicità necessarie per cinque set contro il numero 1 al mondo. Per Djokovic è un tuffo nell’ignoto, alla scoperta di cosa gli riserverà quel momento”.
Guida allo sport in tv di oggi
Le gare del Golden Gala di stasera
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