# 5 giorni al Tour de France
► MARC MARQUEZ ha eguagliato Giacomo Agostini arrivando a 68 vittorie nella classe regina del motomondiale con il 1° posto in Assen. Ha 68 punti di vantaggio su suo fratello Alex che si è fratturato la mano cadendo.
◇ In Austria doppietta per le McLaren con Lando Norris primo e Oscar Piastri secondo, Charles Leclerc sul podio, a punti le due Sauber. Antonelli è stato sanzionato per un contatto con Verstappen che al primo giro ha messo fuori gioco tutt’e due. Domenica prossima si corre a Silverstone.
◇ La Nazionale femminile di basket ha chiuso i suoi Europei con una medaglia di bronzo e un podio che mancavano da trent’anni battendo 69-54 la Francia, seconda e terza alle ultime due Olimpiadi. Venti punti per Cecilia Zandalasini, 11 per Costanza Verona e 10 per Lorela Cubaj. A marzo giocheranno il torneo per la qualificazione ai Mondiali. Il Belgio ha rivinto il titolo [67-65 sulla Spagna]
◇ La Nazionale di atletica leggera ha vinto per il secondo anno consecutivo la Coppa Europa. Nell’ultima giornata sono stati decisivi i primi-posti di Leonardo Fabbri nel getto del peso e di Larissa Iapichino nel salto in lungo.
◇ Ai Mondiali dei club il PSG si è qualificato per i quarti di finale segnando quattro gol all’Inter Miami di Messi.
◇ All’età di 26 anni, senza aver mai vinto una corsa prima e con un piazzamento oltre la millesima posizione nel ranking mondiale, Filippo Conca è diventato a sorpresa il campione italiano di ciclismo. Porterà la maglia tricolore per aver battuto allo sprint quattro compagni di fuga. A dicembre pensava di lasciare perché non aveva ancora una squadra. Milan settimo 11 secondi, Ganna è arrivato a 6 minuti e 45. Il titolo femminile è andato per la sesta volta a Elisa Longo Borghini.
◇ Il francese Saddier ha vinto l’Open d’Italia di golf e con questo primo posto si è qualificato all’Open Championship che comincia il 17 luglio.
E le fragole lo sa, col limone lei lo sa, fanno male male male senza amore
Luca Carboni
Come cadono i baluardi della tradizione a WImbledon
Se questo è il posto delle fragole vendute in 10 pezzi ancora a 2 sterline e mezza, se questo è il posto dove dalla fine dell’Ottocento i giardinieri continuano a tagliare l’erba alla stessa altezza di 8 millimetri, se questo è il posto dove il bianco è tutto e gli altri colori quasi niente, se questo è il posto dove un membro della famiglia reale si ferma a chiacchierare con i raccattapalle dopo due settimane di tennis, non ci aspetteremmo di scoprirlo uguale a tanti altri nel rimpiazzare i giudici di linea con una macchina. E invece.
Dietro i Doherty Gates che tanto hanno resistito a introdurre il tie-break e poi il tie-break al quinto set, accade esattamente questo da oggi per la prima volta e la direttrice generale dell’All England Lawn Tennis Club, la signora Sally Bolton, dice che era una cosa inevitabile. Centoquarantotto anni di storia sospesi, senza quei bei signori e quelle donne eleganti accovacciati su sé stessi, con le mani tese verso il basso a dire che sì, la palla è dentro. Anche nel regno dove quasi nulla cambia è arrivato ELC, il sistema di chiamata elettronica delle righe, come quello usato a Melbourne e a New York, non al Roland-Garros, dove adesso si vantano di essere rimasti duri e puri.
I trecento che facevano questo lavoro fino all’estate scorsa sono stati ridotti a 80. Saranno di supporto agli arbitri nella gestione di quanto accade, saranno in due su ogni campo e saranno pronti a entrare di nuovo in scena se la macchina dovesse guastarsi.
Bolton ha detto che i giudici di linea erano consapevoli dell’inevitabilità della loro sostituzione. L’ELC è obbligatorio in tutti gli eventi ATP e nei tornei misti. L’anno scorso si tennero degli esperimenti assai discreti. Nel 2007 Wimbledon aveva accettato per la prima volta di far entrare Hawk-Eye, l’occhio di falco che consente ai giocatori di contestare le chiamate. L’ELC elimina la necessità di chiamarle perché lo fa in tempo reale. I giocatori possono solo chiedere casomai di vedere le immagini. Segue dibattito sull’umanità dell’errore, la tirannide dell’intelligenza artificiale e su dove andremo a finire di questo passo.
I giocatori e le giocatrici sono felici. Senza l’occhio artificiale ci sono state discussioni finanche sulla terra rossa, dove la palla in fondo lascia il segno. Ora vengono qui e sanno che a Wimbledon non succede. Non hanno più bisogno di fidarsi della bravura di questo o di quel giudice di sedia che avalla o corregge la buona o cattiva chiamata dal fondo del campo.
L’ultimo mistero di Sinner
Bisogna fidarsi anche di Jannik Sinner – che qui non ha ancora raggiunto la finale dopo le due vinte a Melbourne e una a New York, pià una persa al Roland-Garros. L’anno scorso uscì ai quarti con Medvedev, due anni fa fece la semifinale. Bisogna fidarsi di quel poco che ogni tanto ci racconta – spesso male – sulle molte cose che gli succedono.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera ha scritto ieri che “ormai sta diventando un’abitudine: ogni Slam, una piccola-grande bomba. Lo svelamento del caso Clostebol all’Open Usa 2024, la prossima pensione di Cahill all’Australian Open di gennaio (chissà che questo ennesimo sconvolgimento non induca il coach a ripensarci), la sparizione nel nulla di Panichi e Badio a Wimbledon”.
Billie Jean King vuole meno bianco e i nomi con i numeri dietro le maglie
Dall’ultimo piano di un hotel londinese, con lo sguardo sullo skyline della città “attraverso i suoi occhiali fucsia con l’aria di una donna d’affari che perfeziona un discorso di vendita”, Billie Jean King ha detto al Telegraph che l’abolizione dei giudici di linea è ancora poco.
La tennista che ha trascorso la vita a far progredire lo sport femminile dice che quelle meravigliose petunie sempre uguali a sé stesse dentro il circolo sono gradevoli, le ricordano quand’era giovane. Ma è l’ora di farla finita con tutto questo bianco.
King ritiene che la regola sull’abbigliamento sia stata un errore totale. Prima che entrasse in vigore la regola sul dress code, lei ricamava gli abiti di blu e di rosa, ma la restrizione delle norme ha reso impossibile agli spettatori distinguere le giocatrici.
▥ Il racket delle wild card
Ci sono tre teenager inglesi nel tabellone dello Slam inglese grazie a una wild card. Hannah Klugman ha 16 anni, viene da una famiglia benestante di Wimbledon, è stata allenata da Alison Taylor, moglie di Roger Taylor, semifinalista nel 1973. Ha fatto notizia nel dicembre 2023, quando ha vinto l’Orange Bowl in Florida a 14 anni. Nessuna ragazza britannica c’era mai riuscita prima. Mika Stojsavljevic ha 17 anni, vive ad Acton nella zona ovest di Londra e Maria Sharapova è il suo idolo. Agli US Open di settembre è diventata la prima ragazza britannica a vincere uno Slam jr dopo quindici stagioni. Suo padre è un serbo nato a Londra, sua madre è polacca. Mingge Xu ha 18 anni e ha iniziato a giocare a Swansea prima di trasferirsi alla National Tennis Academy di Loughborough. È allenata dal gallese Matthew James, ex coach di Emma Raducanu. È diventata la più giovane giocatrice a partecipare a Wimbledon jr nel 2021.
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Perché Wimbledon è un’ossessione
Wimbledon è lo scherzo più crudele che il tennis moderno abbia fatto a tutti. Il torneo più prestigioso al mondo, quello che tutti i giocatori veramente forti credono di dover vincere per consolidare la propria grandezza, si tiene sulla superficie più bizzarra e trascurata, l’erba a cui fondamentalmente ci si dedica per un mese dell’anno su dodici. Segue qui
CARRELLATA FIlippo Volandri ha parlato con Libero e si dice certo che sull’erba Sinner esorcizzerà Alcaraz e fa una certa impressione immaginare lo spagnolo posseduto come in quel film di cinquant’anni fa. Federica Cocchi sulla Gazzetta racconta di come Jannik si faccia aiutare dal medico della F1, il dottor Riccardo Ceccarelli, che con Formula Medicine si occupa da anni della preparazione mentale dei campioni.
“Wimbledon è un rebus” titola Repubblica riferendosi alle condizioni incerte di Musetti e Berrettini, mentre La Stampa dedica una colonna a Fabio Fognini, avversario di Alcaraz, qui al suo ultimo torneo sull’erba, “il lungo addio di un artista”. Il Messaggero con Vincenzo Martucci parla di “magia infinita” mentre Tuttosport ipotizza che “tifosi e tv vogliono un’altra finale tra Sinner e Alcaraz. E la vogliono super”.
Che cosa stanno leggendo in Europa
🟨 In Inghilterra l’attesa per Wimbledon – In Spagna i successi di Ilia Topuria nelle arti marziali mister – In Francia le meraviglie del PSG – In Italia il calciomercato
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I temi del giorno
Il ruolo delle donne nello sport italiano
7. Le cose dovrebbero stare più o meno così. L’estate scorsa ai Giochi di Parigi per la prima volta nella storia le donne hanno pesato sul medagliere italiano più degli uomini: sette ori contro tre. Tre anni prima a Tokyo erano state 7-2 per gli uomini, e sempre in favore degli uomini 7-1 a Rio 2016, 5-3 a Londra 2012, 8-2 ad Atene 2004. Un margine più ridotto s’era visto a Sydney 2000 [7-6] e c’era scappato un pareggio a Pechino 2008 [4-4]. Ma una quarantina d’anni fa a Seul furono 6-0 e nell’edizione record di Los Angeles 1984 furono 13-1.
Il sorpasso c’era già stato sulla neve a Pyeongchang nel 2018 [3-0] e a Pechino 2022 l’oro non è arrivato da nessuna gara maschile. Ma d’estate certe cose si vedono meglio. Così Parigi aveva provato a metterci sotto gli occhi una clamorosa verità. Lo sport in Italia è diventato più femminile che maschile.
Le immagini della giornata di ieri
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I canestri nel deserto della Nazionale italiana
Solo un’estate fa la Virtus Bologna, Ragusa e l’Oxygen Roma si sono sfilate dalla serie A1 nel silenzio diffuso, lasciando il campionato a 11 squadre. Dispari. Come al calcetto quando uno telefona all’ultimo momento e dice che la bambina a casa ha la febbre, o la macchina si è rotta, oppure s’è fatto tardi al lavoro, scusate, ragazzi, stasera non posso. Segue qui
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Storia delle donne del Belgio nello sport. E non solo
Non vincono il Tour de France dal ‘76 e il Giro d’Italia dal ‘78, eppure sono i signori dei muri e del pavé, abitano la terra del ciclismo, “i cubi di porfido, un acciottolato unto dalla geografia e arrotondato dalla storia“ [Marco Pastonesi]. Hanno avuto il bacio del cielo sui piedi di una intera generazione. Hanno imparato l’arte di tirar fuori gioielli dalle scuole calcio, sono saliti al numero 1 della classifica Fifa, ma non sono riusciti a vincere un Mondiale, un Europeo, nemmeno una Nations League. Aspettavano De Bruyne e hanno trovato Emma Meesseman, la stella delle stelle della pallacanestro femminile del Belgio. Le ragazze del Belgio han quel passo di pianura che è bello da incontrare, impossibile da contrastare, se ne sono accorte prima la Francia e poi la Spagna, due potenze dei canestri, soppiantate nella stessa sequenza di due anni fa da questo vento nuovo che soffia dalle Fiandre e dalla Vallonia, dove ogni squadra nazionale deve fare i conti con due popoli e due lingue mescolate dentro un solo confine. Segue qui
27 GIUGNO 2023
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Dai campi
Inter, fulmini e saette
Per tutti i diavoli, si potrebbe aggiungere se di mezzo ci fosse il Milan. Ma per restare dalle parti di Tex Willer e Kit Carson bastano già fulmini e saette. Questi Mondiali dei club vanno avanti tra inferno e dannazione, per le corna di tutti i dannati dell’inferno. Il meteo ha fatto durare Chelsea-Benfica cinque ore, Enzo Maresca ha detto che è uno scherzo, Ivan Zazzaroni nel suo editoriale per il Corriere dello sport-stadio equipara Gianni Infantino a Fantozzi.
“Se intervistassimo altri dieci uomini di sport sull’evento voluto da Infantino, tutti e dieci darebbero la risposta del ragionier Fantozzi a Guidobaldo Maria Riccardelli sulla Corazzata Potemkin. E allora perché monsieur Gianni continua a parlare delle prossime edizioni? «Mi consulterò con altri», dice. Ma altri chi? I parenti in Svizzera? Domanda innocente: agli arabi che gli hanno elargito 2 miliardi per farlo – il Mondiale club – cosa avrà promesso?”.
Per le corna di Belzebù e per Gran Matusalemme ballerino, anche Inter-Fluminense di stasera rischia di essere condizionata da fulmini e saette.
Tuttavia, Paolo Tomaselli sul Corriere della sera fa notare che l’Inter si gioca la qualificazione in uno stadio intitolato alla Bank of America, “in mezzo ai grattacieli del secondo distretto finanziario più importante degli Usa dopo New York” e dunque la prima cosa a cui viene da pensare è il surplus sull’assegno, i 12,2 milioni di dollari in più per il passaggio ai quarti di finale. Quanto un quarto di Champions — “anche se per la prima volta il tema forte per i nerazzurri, rimasti due settimane nella costa Ovest, è soprattutto quello del caldo umido, unito all’allerta per i fulmini: l’esempio di Chelsea-Benfica sospesa qui a Charlotte sabato per due ore a 4’ dalla fine per una tempesta che non è mai arrivata, fa capire che in questo faraonico Monopoli gli imprevisti sono tanti”.
Per le budella di satanasso, non potrà dirsi invece affatto imprevisto il peso che le squadre si porteranno dietro nella prossima stagione. Al massimo – al minimo – è un’incognita che scopriremo più in là, ma stamattina l’impressione è che questo torneo chiederà un conto. Paolo Condò sul Corriere della sera ha scritto che “chi esce adesso può ancora organizzarsi un’estate tradizionale: tre settimane al mare, il ritrovo a fine luglio, altre tre settimane di lavoro e poi c’è il campionato. Dagli ottavi in poi, ogni vittoria vale tanto ma non poco costa in termini di programmazione, ed è anche per questo che Chivu e Tudor devono fare tesoro delle indicazioni ricevute in questo insolito limbo, perché la partita stagionale numero 63 dell’Inter sarà anche la quarta apparizione dell’interessante Sucic, mentre quella numero 55 della Juve finirà di spiegare a Tudor il poco che ancora lo lascia indeciso della sua squadra”.
Per la barba di Giosafatte.
| parole Le mucche di Sucic
➣ Lei è cresciuto in Bosnia a Kandija, 300 abitanti. Che effetto le ha fatto vedere Los Angeles?
«Non sono rimasto affascinato, né impressionato. Ero lì per giocare a calcio, non per fare giretti in città».
➣ Lei come se la cava nella vita di fattoria?
«So fare tutto: il latte, il formaggio, le salsicce. Quando sono a casa, do una mano a mio papà e a mio fratello». – intervista di franco vanni, Repubblica
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L’EVOLUZIONE DELLA MAGLIA: SUDATA NON BASTA
«Sono stato in Slovenia e mi chiedevo come potessero nascere tanti campioni in uno stato così piccolo. Un allenatore di lì mi ha detto: perché qui i ragazzini giocano per ore e ore e si sporcano col fango. Da voi no. Le maglie restano pulite. Forse ha ragione lui».
[Alessandro Costacurta intervistato da Il Giornale]
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I GIOVANI NON SONO COME PRIMA
«Noi – e quelli prima di noi – eravamo modesti; sapevamo di avere sempre qualcosa da imparare. Quelli di oggi, invece, si considerano già arrivati anche quando la loro carriera è appena iniziata. Senza sacrifici non si ottiene niente anche se oggi è più semplice avere un grosso titolo sui giornali».
[Beppe Savoldi, Guerin Sportivo, giugno 1975]
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Interpreti
Gli Imprendibili
Ora davanti a Lando Norris ci sono quaranta corridori, quaranta in tutta la storia della F1 che hanno vinto più di lui. Non sono tantissimi per un pilota accompagnato a lungo dalla fama di non saper stringere il tanto che vuole. Con il settimo GP vinto in carriera, il terzo della stagione, ha raggiunto Arnoux e Montoya, oltre il compagno di scuderie Piastri. Come numero di podi è salito a 35 e qui siamo al livello di Fangio e Fittipaldi. Ha vinto una corsa su cinque e ha chiuso il week-end perfetto, primo in tutte le sessioni a cui ha preso parte: nella prima di prove libere aveva ceduto la macchina a Dunne.
Il secondo posto di Piastri è il podio numero 19 in carriera, quanti Mario Andretti, Patrick Depailler e Giancarlo Fisichella. È la prima volta che Norris arriva primo davanti a Piastri. È un elemento di riflessione, se non proprio di clamorosa novità. Leclerc ha chiuso con il quarto podio dell’anno e il 47esimo da quando siede su una Ferrari: Raikkonen ha cinque più di lui.
Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera lo definisce un risultato positivo ma quasi inevitabile, considerate le disgrazie altrui, e quelle di Verstappen più di tutti. La sua uscita di scena al primo giro per il contatto con Antonelli ha chiuso dopo 77 GP la sequenza di una Red Bull sempre a punti. È stata la seconda striscia più felice di tutti i tempi, dietro gli 81 GP della Ferrari andati dalla corsa in Germania del 2010 a quella di Singapore 2014.
Terruzzi sottolinea allora che Leclerc non è mai stato in linea con l’ipotesi di una vittoria. “In aggiunta – si legge sul Corriere – abbiamo insistite raccomandazioni a non esagerare con la guida, con i freni, con le gomme, rivolte ai piloti, durante e addirittura prima di cominciare una sfida, il che vale paradosso perché si tratterebbe di darci dentro col gas giro dopo giro. È un po’ come fissare sul volante di Leclerc una di quelle antiche targhette in ottone con la scritta «Non correre, pensa a me», accompagnata dalla foto di un meccanico, di un aerodinamico, della fidanzata. Niente a che vedere con un gran premio. Quello austriaco, peraltro, più facile di altri per la Ferrari considerato che la comitiva, ad esclusione della McLaren, è sembrata poca cosa”.
Quando aveva 4 anni i Re Magi gli portarono la prima motocicletta elettrica. Da allora, Marc Marquez non ha mai smesso di correre. Lo ha fatto inseguendo e poi superando il suo mito, Valentino Rossi. Lo ha fatto portando sulla scena una nuova maniera di guidare, sfidando ogni limite e riempiendosi di cicatrici: quattro interventi chirurgici, un viaggio negli abissi del motociclismo e di sé stesso. Un viaggio che Marquez non vuole che finisca.
25 MARZO 2023
La gentilezza è sottovalutata
➣ Lei, ex ginnasta, madre di una ginnasta, allenatrice di una campionessa del mondo, come definirebbe la ginnastica ritmica?
«Una passione, per la quale vale la pena di lottare e di fare fatica. Vivo una condizione doppia, quella di madre e quella di allenatrice. Unire le due cose è complesso. La scuola, lo studio, il tempo che manca sempre. E la ginnastica pretende disciplina, impegno totale. Dalle 4 alle 8 ore in palestra. Ma c’è anche la vita, oltre quella porta».
➣ Qual è il limite tra performance e rispetto della persona?
«Raggiungere e non superare quel punto di equilibrio non è facile. L’allenatore deve avere un’abilità maieutica, avere dialogo, essere tanto psicologo. E deve lavorare molto anche su sé stesso. Nella nostra società la gentilezza viene spesso confusa con il non avere polso. Ma un allenatore deve sapere qual è il limite».
[Claudia Mancinelli, allenatrice di Sofia Raffaeli, intervistata da Cosimo Cito, Repubblica]
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La Macchina del tempo
Giorgio Chinaglia, un italiano provvisorio
L’estate del ‘75 è l’estate di Giorgio Chinaglia. Raggiunge negli Stati Uniti la famiglia, moglie e figli riparati nel paese di lei perché la vita a Roma sta diventando pesante, tra contestazioni, minacce e intimidazioni: Long John è considerato in tutti gli stadi il colpevole del clima butterato in cui s’è giocato il Mondiale in Germania, dove ha mandato pure a quel paese l’allora c.t. Valcareggi. Il presidente Lenzini dice che Chinaglia non vuol tornare e che dopo un’amichevole giocata con i Cosmos vuole fermarsi là.
Nella settimana finale di giugno, Chinaglia prende carta e penna e scrive un lungo intervento a sua firma per il Guerin Sportivo, titolato in modo memorabile, con una definizione che fotografa a meraviglia una condizione umana: “Sono un italiano provvisorio”. Ecco stralci di quell’intervento di cinquant’anni fa. Datato eppure modernissimo, pieno di echi di contemporaneità slittati dalla sua vicenda personale a una condizione diffusa.
“Da dove debbo cominciare? Da quando sono arrivato alla Lazio ed ero un illustre sconosciuto con pochi soldi? O da quando lgente e i giornali mi hanno scoperto? O da quando con la Lazio fummo promossi in serie A ed io, insieme a Mastrelli ed a promozione acquisita, da Bari raggiungemmo la Nazionale in Bulgaria dove esordii con la maglia azzurra? O da quando è iniziata questa idiota ed assurda persecuzione nei miei confronti?
… Faccio bene a sfogarmi? O non sarebbe meglio stare zitti? Appena apro bocca, c’è sempre chi equivoca e la cosa non mi diverte. Sono arrivato in Italia come un emigrante, non mi vergogno ad ammetterlo. Nel Galles vivevo con i miei genitori, ma ci stavo male, avevo un mucchio di complessi, solo giocando al calcio mi tranquililzzavo e dimenticavo i guai, le scarpe rotte, un modo di vivere che non mi piaceva. Ricordo che appena John Charles veniva nel ristorante di mio padre, a Cardiff, subito gli chiedevo di raccontarmi le sue esperienze italiane e lui lo faceva prontamente, (anche per lui era una specie di evasione), citava nomi e date, riviveva soprattutto le partite con il Milan e l’Inter, era avvincente.
… In Italia ho dovuto soffrire, dapprima non volevano tesserarmi come italiano quasi che non fossi nato a Massa Carrara ma nel Congo, poi c’erano perplessità sul mio conto e se mi mettevo, per burla, un pantalone strano mi dicevano che ero pazzo, che non avevo tutte le rotelline a posto. Chiedete a Wilson quello che ho sofferto!
… Dunque vinciamo lo scudettoe siamo al settimo cielo, magari troppo, sicché perdiamo il senso della realtà e non teniamo conto che nel calcio, se si ha la fortuna di raggiungere un traguardo, bisogna partire da quello per migliorare, non certo fermarsi ed adagiarsi sugli allori. Maestrelli, dopo la prima ventata di euforia, queste cose le disse chiaramente, ma nessuno lo stava ad ascoltare, o se lo facevano, era solo per convenienza, magari sotto sotto attacandolo, cosa indegna! Io avevo per la testa i mondiali e non immaginavo certo che per me sarebbero stati così amari, sissignori per me più che per la Nazionale e per gli altri azzurri che li hanno disputati. Del resto tutti sanno come sono andate le cose, tutti conoscono le mie peripezie tra Stoccarda e Monaco. Ho sbagliato, non discuto, ma certo non supponevo lontanamente di trovarmi al centro di una contestazione così massicca, oggetto di un odio che non sono mai riuscito a spiegarmi e che mai mi spiegherò. Pure nella stagione dello scudetto su molti campi ricevevo fischi, ma i limiti non erano stati passati, mi rendevo conto che la Lazio, siccome vinceva, era diventata antipatica, insomma era una contestazione accettabile, mentre quando l’ultima stagione è cominicata, sin dal ritiro di Pievepelago, ho capito che le cose per me si mettevano male e mi sono preoccupato.
… A Pievepelago, dove eravamo stati sempre accolti bene, ci trovammo intorno gente prevenuta e mal disposta. Ne parlai con il presidente Lenzini e con Maestrelli. Il presidente mi rassicurò, invece Maestrelli era pure lui preoccupato anche se preferiva non drammatizzare. Purtroppo avevo ragione io ad essere pessimista. Il «dalli a Chinaglia» è diventato di moda, tutti si sono passati la voce, ho sofferto le pene dell’inferno. Dice: ma ti saresti dovuto abituare! Balle, a certe cose non ci si abitua. Uno si sente insultare ma non può reagire, migliaia di voci anonime che ce l’hanno con te, che ti urlano le cose più cattive e tu puoi solo guardare verso le tribune, avere una voglia matta di alzare i pugni, e di minacciare, ma poi non lo fai perché tanto non servirebbe a nulla. Non c’e forma di maggior vigliaccheria che quella di nascondersi dietro l’anonimato per insultare un tuo simile. Perché se chi ti insulta ha un volto, come è accaduto a Mosca, allora puoi reagire e poco male se c’è chi ti fa notare che hai torto, che devi subire in silenzio, che hai giocato in Nazionale per cui sei obbligato a beccarti gli insulti. Cose dell’altro mondo!
… Spesso la mia amarezza è stata tanto grande da farmi esaminare l’eventualità di lasciare l’Italia. Però ho sempre ragionato. È pure esatto che ho deciso di vendere tutto quello che avevo in Italia e di mettere casa nel New Jersey. Ma l’ho fatto perché mia moglie Connie è americana e perché suo padre ha la possibilità di iniziare, per mio conto, delle attività che poi tra qualche anno, allorché lascerò il calcio, mi permetteranno di vivere bene. A Roma avevo una casa, una boutique, un circolo da tennis ed altre cosette, in più avevo una villa a Castelvolturno. Ho venduto tutto ed abiterò in albergo, mentre mia moglie verrà spesso a Roma, insomma non rimarrò solo, come si è detto. La casa però ce l’ho negli Stati Uniti ed i miei figli Cinthia e Giorgio cresceranno negli Stati Uniti anche se, ripeto, verranno pure loro spesso con la madre a Roma.
Prima di prendere una decisione del genere ci ho pensato bene e non è stata quindi una decisione avventata. Confesso pure di aver seriamente esaminato, un paio di mesi fa l’eventualità di giocare al calcio negli Stati Uniti, dove ovviamente di squadre disposte a ingaggiarmi e per un discreto gruzzolo di milioni ne troverei parecchie. Ma non lo farò, intendo giocare nella Lazio, solo nella Lazio sia chiaro, anche perché non avrei il coraggio di guardarmi nello specchio se dovessi accettare di giocare, poniamo, a Milano o a Torino dove i tifosi mi hanno messo in croce e mi hanno atrocemente insultato. In Italia il mio destino di calciatore è legato alla Lazio, anche se Maestrelli è ancora malato, anche se i dirigenti continuano a fare solo chiacchiere, anche se, purtroppo, non sono ottimista per il futuro. Si dovrebbe rinforzare la squadra, mentre invece Lenzini è indeciso, ritiene che tutto sommato sia meglio non toccare la squadra.
… So bene che se non si rinnova questa Lazio, lo scudetto si allontana sempre di più per cui rischio di prendermi ancora un mucchio di arrabbiature. Nemmeno m’illudo che le contestazioni possano finire e del resto in campo ci s’impegna alla morte, come ho fatto io a Mosca, ma trovi sempre l’imbecille che mentre scendi dal pullman ti insulta senza motivo. Queste cose le so bene, ma la Lazio ce l’ho nel sangue, non pianterò in asso la mia società e la mia squadra, come qualcuno ha voluto farmi dire. Il fatto è che voi giornalisti siete buoni e cari, ma siete pure pronti a prendere al volo ogni parola che uno dice in un momento di debolezza ed a farne un romanzo.
Io a Mosca ad esempio parlavo con Graziani e mi lamentavo: sono stufo, dicevo, sono stanco e ne ho le scatole piene. Ed ecco che da questo a farmi dire che mi accingevo a fuggire negli Stati Uniti, il passo è stato breve. E si tirano fuori cose che per cronisti romani non sono nuove, mentre al nord sembrano nuove e vengono strumentalizzate. Chinaglia fa cronaca, Chinaglia fa questo o quest’altro. È la solita storia e nemmeno mi arrabbio più, non ne vale la pena.
Dal giorno in cui arrivai in Italia come emigrante è trascorso parecchio tempo. Oggi sono un ex emigrante e penso al mio futuro di uomo più che a quello di calciatore. Nemmeno voglio troppo insistere sulle contestazioni, perché non mi va di fare la vittima, non è nel mio carattere. Io continuerò a giocare nella Lazio e se i tifosi vorranno fischiarmi ed insultarmi facciano pure, non posso far proprio nulla per impedirlo. Mi spiace solo per mio padre che a Cardiff legge il Corriere della Sera ed appena se la prendono con me ci fa una malattia: però pure a lui ho spiegato come stanno le cose e gli ho detto di essere tranquillo, di guardare i lati buoni della faccenda.
Ora sono in vacanza, New Jersey è lontana, per quaranta giorni non voglio pensare al calcio, intendo passare il tempo nella maniera più banale e borghese, giocando con i miei figli, passeggiando con mia moglie, occupandomi di affari, andando al cinema. Negli Stati Uniti non sono uno che fa sensazione e titoli sui giornali, sono un tipo qualsiasi in mezzo a milioni di persone. Ad agosto tornerò e temo di dover ricominciare ad arrabbiarmi, ma si sbaglia chi crede che non sarò pronto a fare di nuovo proclami oppure a spronare duramente chi batterà la fiacca. E, modestamente, penso pure di essermi guadagnata la conferma in Nazionale anche se non ci sarebbe da stupirsi se accadesse il contrario. È stato per me un anno terribile, i mondiali, le contestazioni, lo scudetto perduto, la malattia del mister, le chiacchiere sul mio conto. Ma ogni volta sono tornato sulla breccia e sarà così pure ad ottobre. A meno che negli Stati Uniti non mi venga comunicato che la Lazio mi ha ceduto. Allora, mi spiace, ma in agosto il signor Chinaglia non lo rivedrete.
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Oggi
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