Dico che il mondo è una lega di birbanti
Giacomo Leopardi
#2 giorni al GP di Montréal
Il mondo prova a giocare a calcio
Se fosse un tempo diverso, se stamattina la brace sul pianeta Terra non fosse stata riattizzata ancora, si potrebbe guardare a questo viaggio del pallone negli Stati Uniti d’America in 700 giorni con tutto l’armamentario del mondo che si incontra per una festa eccetera eccetera. Ma il mondo ha scelto altri armamentari e pure l’America non sta tanto bene.
La newsletter Original Football di David Skilling ha messo in fila tutte le gigantesche preoccupazioni che gravano su “quella che doveva essere una celebrazione della portata globale del calcio in Nord America”, sia con il Mondiale dei club alle porte sia con i Mondiali dell’estate 2026. Due anni ancora e Los Angeles dovrà celebrare gli ideali olimpici, mentre organizzazioni non governative, associazioni e ambasciate chiedono chiarimenti legali al dipartimento di Stato americano sul divieto d’ingresso nel paese per i cittadini di 12 nazioni e le restrizioni per altri sette. C’è chi invita al boicottaggio, chi vede come pure il boicottaggio lascerebbe ogni cosa irrisolta.
Kevin Baxter del Los Angeles Times ricorda che tra un anno meno qualche un paio di giorni arriverà il momento per la California di aprire la Coppa del Mondo, e bisogna immaginarsela come una grande cena a cui viene invitato l’intero pianeta, ma “ancora molto c’è da sistemare prima che arrivino gli ospiti”, sei milioni di persone attese alle partite e altri sei miliardi di spettatori in televisione. L’impatto economico secondo la FIFA potrebbe superare i 40 miliardi di dollari. Ma sono 40 miliardi pure i problemi, dai trasporti alle comunicazioni, dalla biglietteria alla sicurezza e su tutto “aleggia come una nuvola nera l’incertezza sui visti d’ingresso, di cui circa la metà dei tifosi avranno bisogno per entrare”.
Il giocatore che sta decidendo la NBA senza tenere il pallone tra le mani
Fino a questo punto gli Indiana Pacers non erano arrivati mai. A due partite di distanza dall’anello. Ci sono riusciti nell’anno in cui gli Oklahoma Thunder hanno concluso una delle migliori stagioni regolari della storia, vincendo le loro partite con una media di quasi tredici punti e superando il record dei Los Angeles Lakers 1971-72. Il loro bilancio complessivo di 68 vittorie e 14 sconfitte è stato tra i migliori di sempre. Sono usciti in piedi da una serie serrata con i Denver Nuggets e a quel punto davanti avevano un tappeto rosso. Così dicevano anche i bookmaker e i bookmaker in genere ci prendono. Non è gente che vuole rimettersi, le cose le studiano per bene.
Perché alle donne non è permesso giocare a baseball
Baseball. Non softball. Baseball. Le donne hanno una loro versione del gioco, certo. Ma perché sono tenute fuori proprio dal massimo passatempo americano? Perché il baseball non ricambia tutta la devozione che gli viene riservata? Se lo è domandato Kaitlyn Tiffany, autrice di Everything I Need I Get From You: How Fangirls Created the Internet as We Know It e ne ha scritto sulla rivista The Atlantic, raccontando in prima persona l’esperienza fatta a Tampa Bay al costo di 2.500 dollari: trascorrere una giornata al Mini-Fantasy Camp dei New York Yankees, un evento annuale che viene pubblicizzato con un tocco retrò e una campagna ben pensata: “Ragazze, l’opportunità sta bussando finalmente alla vostra porta. È arrivata la vostra occasione di vivere da Yankee”. Dove la chiave di tutto è l’avverbio finalmente.
Molte squadre della Major League organizzano dei fantasy camp ma per gli uomini, solo gli Yankees e i Boston Red Sox ne offrono alle donne. L’esperienza consiste nel ricevere la divisa della squadra, l’accesso alle vasche di ghiaccio della squadra, massaggi praticati dai fisioterapisti della squadra, il catering della squadra [un arrosto: pare memorabile] e 35 inning da giocare in due giorni, cinque partite da sette, con le 87 iscritte divise in sei squadre.
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La teppe che decideranno il Delfinato
Quando Remco Evenepoel è andato giù per terra in maglia gialla negli ultimi km della tappa di Macon, il primo pensiero è stato non è possibile. È riuscito a tenere la maglia con 4 secondi di vantaggio su quel Florian Lipowitz di cui si parlava ieri e con 9 su Ivan Romeo di cui si parlava l’altro ieri. Vingegaard si è riportato sotto a 16 secondi, Tadej Pogacar a 38, in una corsa vinta allo sprint da un signore britannico con un nome che sembra uscito da un GP di Formula 1 o da un film anni Quaranta di Hollywood: Jake Stewart ha battuto alex Laurance e Soren Waerenskjold. Se Mameli vi ruggisce dentro, ditegli che Jonathan Milan si è piazzato quinto.
L’immaginifico Alexandre Roos si è scomodato solo perché da oggi a domenica ci sono tre tappe con arrivo in salita, “tre giorni a disposizione di Pogacar – dice – per ribaltare la classifica”. A Roos pare che il Critérium du Dauphiné sia “una gigantesca caccia al tesoro dove si fiuta ogni traccia, si scruta ogni gesto, alla ricerca di un indizio, di un segno per conoscere l’esito della corsa di questa settimana, ma soprattutto del Tour de France tra un mese e mezzo. La prudenza, e con essa la pazienza, non è più una virtù cardinale: vogliamo sapere, analizzare, estrapolare”.
Così a distanza di due giorni ancora ci si domanda che senso dare ai 49 secondi persi dal fenomeno sloveno a cronometro da Evenepoel, mentre lui “ha tirato fuori l’estintore” per spegnere gli allarmi. Sotto il sole di Saint-Priest, alla periferia di Lione, Pogacar ha spiegato che per seguire l’odore delle Classiche si è preparato in quota e probabilmente gli manca un po’ di allenamento specifico per la cronometro. Dice che non bisogna preoccuparsi e se non si preoccupa lui, noi teniamo altri pensieri. Niente panico e niente stress, aggiunge, ma “nulla esclude – ragiona Roos – che il suo orgoglio ferito non lo spinga in una direzione diversa da quella dichiarata, per tornare subito all’offensiva e riequilibrare rapidamente la discussione”. L’arrivo di oggi a Combloux invita ad attaccare, sebbene a Roos sia chiaro che “che la verità del Delfinato non è sempre quella degli Champs-Élysées”
Combloux è un comune francese nel dipartimento dell’Alta Savoia, regione dell’Alvernia, un villaggio turistico montano da 2 mila abitanti suppergiù. Victor Hugo lo descrisse come “la perla delle Alpi nella sua cornice di ghiacciai”. Si trova a 8 km da quella Sallanches che rappresenta un incubo per tutti i corridori, di ieri e di domani. Di ieri perché tuttora viene considerata la località del più duro Mondiale di ciclismo degli ultimi – boh – tot anni: un percorso costruito sulle caratteristiche di Bernard Hinault. Di domani perché nel 2027 si corre di nuovo là. C’è chi dice che Combloux si chiami così perché il suo nome viene da comble, cioè cima, la parte superiore, il punto più alto. Ma è più interessante la seconda versione che nasce dalla menzione di Combloux in una carta del 1284, quando il parroco – un certo Jacques – usò per la sua pergamena un sigillo che mostrava le zampe anteriori di un lupo: Le combe du loup sarebbe allora la spiegazione di tutto. Vai a sapere.
Di cosa parla il documentario su Tom Daley
«Per molto tempo mi sono nascosto, per proteggermi. Ho voluto parlare apertamente dei miei disturbi alimentari perché all’epoca quando ne soffrivo mi vergognavo, gli uomini fanno fatica a parlarne pubblicamente. Ci sono stati momenti dolorosi di introspezione. In cuor mio spero però di aiutare le persone a sentirsi meno sole nell’affrontare qualsiasi tipo di problema, non come mi sono sentito io. Quando a 10 anni ti trovi dall’altra parte del mondo, per allenarti in Australia o in America, ti senti solo, soffri di insonnia, le ombre diventano malefiche. I miei non volevano un figlio campione, erano persone semplici, mio padre a un certo punto ha lasciato il lavoro da elettricista per seguirmi. Aveva capito che dovevo essere sostenuto. Ho svelato la mia omosessualità perché volevo essere me stesso, senza preoccuparmi di niente e nessuno. Poi però è cambiato tutto, ho realizzato che dovevo assumermi questa responsabilità, difendere ciò che tutti dovrebbero avere: il diritto di essere sé stessi e liberi».
TOM DALEY intervistato da Lia Capizzi, Corriere della sera
Il giovane Mura
Il 13 giugno del 1965 è una data da cerchiare sull’agenda del giovane Mura. Il suo primo Giro d’Italia da cronista è finito con un pezzo che annuncia cosa diventerà. Il 13 giugno è da cerchiare perché per la prima volta, non ancora ventenne, un suo pezzo con la sua firma finisce in prima pagina. Mancano pochi giorni al Tour de France [lo vincerà Felice Gimondi] e Mura intervista Giorgio Albani, direttore sportivo della Molteni.
“Siamo nella sala d’attesa dell’aeroporto di Linate con Giorgio Albani; fra poco, in compagnia dell’inseparabile Fezzardi, arriverà Gianni Motta, reduce potremmo dire trionfale, abusando un po’ dell’aggettivo, dal Midi Libre: trionfale perchè Motta ha vinto una tappa (la sua prima vittoria stagionale) nella maniera che tutti sappiamo; perchè ha dominato nel G.P. della Montagna, perché ha mietuto una messe di elogi, venutigli e dai giornalisti francesi e dagli stessi corridori (Anquetil, Poulidor, il campione del mondo Janssen).
Cosa pensa Albani di questi quattro giorni del suo ragazzo nel Mezzogiorno francese?
È stata senz’altro un’esperienza molto positiva. Motta non è andato al «Midi» per vincere, non è male ripeterlo ancora una volta, visto che molti si aspettavano addirittura questo dal Gianni, dimenticando che quando si corre in due contro cento non si vincono le corse, ma solo per fare il punto sulle sue attuali condizioni di forma. Le risultanze sono state nettamente positive.
Mettendo sul piatto della bilancia anche la vittoria di Rodez…
– Bella vittoria, non c’e che dire. Anche quella ha il suo valore. Ma quel che più conta è che Motta abbia ritrovato il morale, la migliore condizione, che, dopo quel malaugurato incidente occorsogli al Giro di Romandia, sia ritornato il Motta di un tempo, in buona condizione fisica e morale.
In grado, magari, di vincere il Tour…
Questo lo escluderei a priori. Il Tour non era nei progetti di Motta: ci va per cause di forza maggiore, perché non ha potuto andare al Giro. Noi della Molteni avevamo nei nostri piani un Giro impostato su Motta e un Tour facente perno su De Rosso. Per i ben noti motivi siamo stati costretti a fare, all’incirca, il contrario. Per questo dico che non bisogna farsi illusioni su Motta.
Allora lei chi vede, come favorito al Tour?
Poulidor, che sul piano atletico è il più forte. Vero anche, però, che lo si può imbrigliare sul piano tattico …
E poi?
Immediatamente dopo Adorni, Janssen e Wolfshohl. Poi Simpson. Poi Motta. Motta, lo prevedo già, sarà un sorvegliato speciale. Una sua vittoria al Tour, dove, bene o male, parte come «outsider», farebbe precipitare le quotazioni dei vari Poulidor, Janssen eccetera, che faranno di tutto perché questo non si verifichi.
Quando a Linate si manifesta Motta, Mura passa a intervistare lui. Frase chiave: Scrivete che non vincerò il Tour. La Gazzetta ci fa il titolo.
La vida Tombola
6. È stato il miglior meeting dell’anno finora. Sei gare ieri sera a Oslo hanno avuto i primi-cinque sopra i 1.200 punti nella tabella che World Athletics adopera per valutare la qualità di tempi e misure in modo omogeneo. Sopra la soglia dell’eccellenza sono andati i 5.000 metri maschili, gli 800 maschili, i 3.000 siepi femminili, il miglio maschile, i 10.000 metri femminili, infine la disciplina non olimpica dei 300 ostacoli, dove Karsten Warholm ha battuto il suo record del mondo correndo in 32.67. È quello che Athletics Weekly definisce “il regalo di addio” per il pubblico, l’ultima gara della serata per l’edizione numero 60 dei Bislett Games.
Athletics Weekly scrive che “ci sono pochi rumori paragonabili a quelli che si sentono quando un atleta norvegese viene incoraggiato in questo stadio. Warholm ha alzato il livello dei decibel, oltre a lasciare un segno sul cronometro”. Warholm ha battuto i suoi soliti grandi rivali: Rai Benjamin ha corso in 32.22, Alison dos Santos in 33.38, tutt’e tre si ritroveranno domenica a Stoccolma e nella disciplina più convenzionale.
1308. Il parametro della qualità di Warholm ha toccato 1319 punti, solo nove di meno li ha toccati Mondo Duplantis saltando con l’asta 6 metri e 15 al secondo tentativo. Domenica sarà lui a gareggiare in casa. Se avrà voglia di battere il record del mondo, potrà aggiungere un centimetro al suo 6,27 e buonanotte. Tanto per intendersi, il 6,15 saltato ieri sera non rientra neppure fra le sue migliori-10 prestazioni personali di sempre, eppure si tratta di un’altezza superata nella storia solo da Sergej Bubka una volta nel 1993 e da Renaud Lavillenie nel 2014.
8. I primati nazionali che sono stati battuti: record norvegese per Henriette Jaeger nei 400 [49.62], record britannico per George Mills sui 5.000 [12.46.59] e record svizzero per Dominic Lobalu [12.50.87], più altri cinque nel miglio per il Portogallo con Issac Nader [3:48.25], per la Germania con Robert Farken [3:49.12], per la Svezia con Samuel Pihlstrom [3:49.70], per l’Italia con Federico Riva [3:49.72], per il Belgio con Ruben Verheyden [3.50.67]. A questi vanno aggiunti altri 20 primati personali e 37 primati stagionali.
Oh, dunque Riva. Ha tolto due secondi a un primato che resisteva da oltre trent’anni [Gennaro Di Napoli, 1992] ed è stato il solo vero lampo azzurro. Zaynab Dosso è arrivata ultima nei 100 in 11.26 “al rientro dai problemi al piede che ha dovuto fronteggiare negli ultimi mesi” [FIDAL], Filippo Tortu ha fatto quinto nel 200 [20.53], Ayomide Folorunso meglio nei 400 ostacoli [quarta in 55.03].
5.000. Faith Cherotich ha corso in 9:02.60 il miglior 5.000 al mondo nel 2025, Julien Alfred ha festeggiato il compleanno facendo 100 metri in 10.89 con i complimenti di Bolt e Nico Young sta facendo scrivere al sito Let’s Run che si tratta di un momento storico per la corsa americana. Che ha combinato? Ha vinto i 5.000 in 12.45.27 e si è lasciato alle spalle due etiopi come Biniam Mehary e Kuma Girma. Let’s Run ritiene che questa sia la prima volta in cinquant’anni che un americano viene in Europa e vince un 5.000 correndo a meno di 10 secondi dal record mondiale. Il 4 luglio 1978 Marty Liquori vinse a Stoccolma in 13:16.21 quando il primato apparteneva a Henry Rono [13:08.4]. Il tempo di Young è stato il più veloce mai stabilito da un americano all’aperto, superato solo dal primato mondiale indoor di 12:44.09 stabilito da Fisher a febbraio. Pochi secondi dietro a Young, il 23enne Graham Blanks ha corso in 12:48.20, settimo posto e terzo nella classifica di tutti i tempi degli USA.
Tutto questo a Oslo è accaduto nel giorno in cui “il Grand Slam Track di Michael Johnson ha perso la faccia” – definizione de L’Équipe, annunciando la cancellazione dell’ultima tappa a Los Angeles “e probabilmente faticherà a tornare nella prossima stagione. Sebastian Coe deve essersi sentito piuttosto potente quando sotto un bel sole estivo ha annunciato che c’era un ospite a sorpresa, a dimostrazione che il suo sport, nella versione di una volta, ha ancora vita davanti a sé.
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