Il primo giorno di Enzo Bearzot da cittì [22 giugno 1975]

   

Oggi che possiamo tracciare in tempo reale il volo di un aereo o il ritardo di un treno, davvero pare un altro mondo quello di mezzo secolo fa, quando andare in edicola al mattino era il solo modo di venire a conoscenza di cose avvenute il giorno prima.

Certe amichevoli estive di calcio, per esempio. Non c’era un altro modo di sapere come fosse finita Prato-Napoli alle 21 del 16 agosto 1980. 

Qualche volta si poteva azzardare una telefonata al centralino del Mattino, qualche altra volta dal Mattino rispondevano: «Guaglio’, accàttate ‘o giurnale». 

Così quando il 22 giugno del 1975 i lettori italiani andarono in edicola, scoprirono che diavolo stava succedendo sulla panchina della Nazionale. Fulvio Bernardini non era più il commissario tecnico. Era stato chiamato dopo il fallimento ai Mondiali dell’estate precedente. Era detto il Dottore e aveva vinto a distanza di otto anni due scudetti storici, il primo della Fiorentina e l’ultimo del Bologna. La lingua rimasticata di oggi lo definirebbe un giochista. All’epoca si diceva il cittì dei piedi buoni. 

Bernardini pensava questa cosa rivoluzionaria: per poter giocare a calcio bisogna saper giocare bene a calcio. Ogni tanto emergono dei tipi singolari. 

Non ebbe fortuna. I risultati immediatamente successivi ai Mondiali del ‘74 non furono felici. L’Italia continuò a prendere qualche schiaffone, ma Bernardini in Nazionale stava lanciando un’ampia operazione di setaccio dentro una nuova generazione di calciatori, quella generazione fiorita nell’età del poco come l’ha chiamata Mario Sconcerti nei suoi libri. Era il calcio nell’Italia al tempo dell’austerity, senza stranieri, con i club costretti a far giocare i ventenni. Qualcuno esplose, qualcun altro si bruciò. Bernardini aveva dato la maglia azzurra a molti sotto le 40-50 presenze in serie A. Era andato a convocare giocatori in serie B e anche in serie C. Ma un anno dopo non c’era verso ancora di immaginare dove stesse portando tutto quel lavoro.

Succede. Ai contemporanei non tocca il privilegio di poter decidere a posteriori chi è un campione e chi no. Oggi sappiamo che la generazione del 2006 è stata la Generazione del 2006, ma quell’estate l’Italia partì per i Mondiali in Germania fra le perplessità e qualche pernacchia di chi l’accompagnava. L’avventura del 1982 è fin troppo nota. Eugenio Fascetti disse che si vergognava del gioco dell’Italia, Carmelo Bene scrisse sull’Unità che al Mundial del 1982 andava portato tutto il Bari di Catuzzi con Castellini in porta, e non i 22 che erano stati convocati. 

Il lavoro di Bernardini è visibile solo a noi oggi e fu la base di una piramide su cui poté costruire Enzo Bearzot, questo signore mezzo sconosciuto che il 22 giugno del 1975 i giornali accoglievano come il nuovo cittì della Nazionale. Il giorno prima la Federcalcio aveva annunciato la svolta. Ma con una formula ambigua. Bernardini restava con il ruolo di direttore tecnico.

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Gianni De Felice sul Corriere della sera scrisse che “la svolta era inevitabile. Nei dieci mesi trascorsi alla guida della nazionale, Bernardini ha avuto soltanto il coraggio di mettere alla porta certi assi che facevano ormai avvertire con troppa invadenza il peso della loro popolarità e di elevare al rango di titolari alcuni fra i più promettenti giovani emersi dalla generale mediocrità del campionato. Troppo poco. Fra una polemica e una sconfitta, un’intervista incauta e un fischiato pareggio, Bernardini non è riuscito a costruire neanche quel tantino che il nostro calcio, pur in questi grami tempi, avrebbe comunque consentito. Per più di mezza stagione si è corso dietro a una fantomatica nazionale dei piedi buoni, fallita penosamente contro i dilettanti finlandesi, e alla fine si è salvata in qualche modo la faccia con una formazione di rincalzo improvvisata a Mosca. Il 2 agosto dell’anno scorso, all’indomani dell’investitura di Bernardini, commentammo la decisione della Federcalcio con un articolo che recava questo titolo: “Una scelta illogica”. E scrivevamo fra l’altro: “Fulvio Bernardini è stato ed è un grande allenatore, ha talento, prestigio, è persona di indiscutibile dirittura morale; è un galantuomo nel senso più completo di questa vecchia e ormai dimenticata parola. Ma ci sembra troppo lontano dai problemi del calcio internazionale, poco aggiornato, poco “moderno” per poter diventare l’uomo di un programma di rilancio, che dovrebbe avere come obiettivo i “mondiali” del 1978 in Argentina”.

La federazione di Artemio Franchi si era dunque inventata una formula di compromesso per salvare le apparenze. Nasceva la Nazionale del lavoro d’équipe. Una formula che salvava la faccia di Bernardini e allo stesso tempo dava a Bearzot una copertura di fronte all’opinione pubblica. Alla conferenza stampa di presentazione, assente Franchi, Bernardini si impossessò del microfono e trasformò l’appuntamento in uno show personale. Non era previsto. La federazione rimase spiazzata anche dall’affermazione che sarebbe spettata a lui l’ultima parola su ogni decisione. Fu il momento dell’epifania di Bearzot e del suo smisurato orgoglio. Prese il microfono e disse che i giornali non avrebbero mai saputo chi quell’ultima parola l’aveva pronunciata. “Non è stata una sfida al vecchio tecnico – scrisse Franco Mentana sulla Gazzetta – ma soltanto un’affermazione di chiarezza”.

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De Felice sul Corriere scrisse che “Bearzot rivendicherà quell’autonomia decisionale che spetta al tecnico incaricato di dirigere la squadra dal bordo del campo. Le convocazioni, come è stato già precisato, verranno decise collegialmente. Si rassegnerà un personaggio vivace e imprevedibile come Fulvio Bernardini a un ruolo che rischia di essere puramente rappresentativo? In questa domanda sta il futuro immediato della conduzione azzurra, la fortuna di una formula evidentemente suggerita più da considerazioni politiche e psicologiche, che da vere esigenze tecniche. Ma in questo momento non si poteva scegliere alcun’altra strada. Bearzot è troppo nuovo a certe esperienze per poter affrontare da solo l’avventura, per non aver bisogno di tutto un complesso apparato che ne sfumi – almeno per i primi tempi – le responsabilità. Nessuno sa quanto valga Bearzot come allenatore di una squadra, perché nessuno gli ha mai affidato finora tale Incarico, Ma c’è da chiedersi se per guidare la nazionale occorra un tecnico lungamente collaudato nelle società. In realtà, il lavoro di commissario tecnico è profondamente diverso da quello di allenatore di club. Il c.t. non deve essere un mago: non avrebbe il tempo per distillare agli allievi la sua scienza, Il. c.t. deve essere un personaggio competente ma tranquillo, buon conoscitore del calcio straniero, poco popolare. Cosi era Valcareggi, quando nel 1967 venne svezzato dalla balia Herrera. E cosi è Bearzot, che viene ora formalmente affidato alla balia Bernardini. Speriamo che abbia la stessa fortuna”. 

Con il passare dei giorni, la posizione del Corriere della sera si sarebbe fatta più critica. “Una commedia azzurra”, si legge tre giorni dopo. E ancora: “Chi piloterà il Jumbo azzurro? Anche i giocatori vogliono saperlo” c’è scritto a proposito di “grotteschi equivoci da chiarire”. 

Un parere venne chiesto al predecessore Ferruccio Valcareggi. Sulla coppia che si insediava alla guida della Nazionale disse: «Li conosco bene e il loro carattere è esattamente quello espresso sul campo, da calciatori. Bernardini è un grosso competente tecnico e vede il calcio esattamente come lo vedo io; Bearzot si è formato e completato con me, ha assimilato il mio modo di lavorare e ha una grinta eccezionale. La teoria di Bernardini e il temperamento di Bearzot: teoricamente un cocktail perfetto ma, come sapete, sono i giocatori sul campo a far grande una nazionale, non la sola strategia e un lavoro approfondito e serio. lo avrei cercato forse un ricambio meno traumatico, più graduale. Non avrei rinunciato a cuor leggero a Mazzola o Rivera se fossero stati in ottima condizione. Sono meglio le polemiche in una grossa squadra che la calma in una formazione senza fuoriclasse. I ricambi sarebbero venuti automaticamente attraverso le esperienze della Under 23. Ma sarei stato accusato di sentimentalismo verso i messicani, anche perché pochi si sono accorti che dal 1970 in poi avevo portato in nazionale diciannove nuovi giocatori. A Bearzot – chiuse mandando un messaggio chiaro – auguro di trovare presto un altro Riva». Voleva dire che quello gli era mancato ai Mondiali in Germania, e il Riva di Bearzot tre anni dopo si chiamava Rossi. 

 

In linea con il suo carattere battagliero del tempo, il Guerin Sportivo fu molto critico con la guida della federazione. Artemio Franchi venne rappresentato in copertina come un vecchio faraone che tiene sott’occhio i suoi schiavi e il loro lavoro. L’ultimo è Bearzot che spinge un blocco di pietra per la costruzione della piramide. 

Italo Cucci sarebbe diventato in Spagna con il Guerino uno dei pochi a credere in Bearzot, dopo una fase di critiche e di strappi nelle relazioni, una fase chiusa da una storica intervista di Darwin Pastorin al cittì, piena di umanità: per il disgelo. 

Nella settimana della svolta, il Guerino pubblicò l’esito di un sondaggio: i lettori volevano sulla panchina della Nazionale Gigi Radice. Stava per cominciare il campionato che avrebbe portato allo scudetto del Torino. Al secondo posto: Gustavo Giagnoni. 

Cucci scrisse: “Sono stanco di parlare della Nazionale. Sono stanco di parlare di Bernardini. Sono stanco, stanchissimo, all’idea di dover parlare di Bearzot. Sono stanco di pensare a quello che pensa Franchi. Sono stanco, stanchissimo, all’idea di pensare a quel che non pensa Carraro”.

Carraro è Franco Carraro. Questo Franco Carraro – che corre fra pochi giorni per ridiventare presidente del CONI a 86 anni. 

“Sono stanco fino al deliquio di leggere quello che i colleghi giornalisti pensano della Nazionale, di Bernardini, di Bearzot, di Franchi e di Carraro”. 

Una posizione di rigore critico in difesa del lavoro di Bernardini, e decisamente dura verso la Gazzetta dello sport. Cucci riportò un brano dell’editoriale scritto dal neo direttore Remo Grigliè [“Questi secondo una moda corrente che porta al vertice dei fogli sportivi giornalisti non addetti ai lavori – si è rivolto ai suoi esperti (fra i quali due ex-direttori del giornale medesimo, Giorgio Mottana e Gualtiero Zanetti) e quindi ha dato alle stampe questi aurei pensieri sulla Nazionale”]:

Griglie aveva scritto: “È indispensabile che le pochissime persone poste al vertice della Federazione, dopo aver dibattuto nelle imminenti sedute del Consiglio gli estremi dubbi, si risolvano per la scelta di un nuovo commissario della Nazionale e di un programma metodologico scalato nel tempo. Dopodiché, basta! Dopodiché i giornali e i tifosi, com’è loro pieno diritto, continueranno a fare critiche, osservazioni o ad esternare plausi; ma i responsabili dovranno restare impassibili, irremovibili sul programma fissato per un periodo bi o triennale. Se in quei due o tre anni vinceremo qualche incontro prestigioso (le farse finniche non contano), benissimo; se i risultati saranno negativi, pazienza: serviranno per le rettifiche. Essenziale è che i reggitori della Federazione non diano l’impressione di balbettare, di non volersi compromettere, di ricercare risultati illusori (vedasi l’allenamento ridicolmente storico con la squadra degli Stati Uniti). Confidiamo moltissimo che il nuovo commissario della Nazionale sia attendibile come tecnico e selezionatore, ma soprattutto che NON sappia parlare, che si esprima a grugniti, magari bergamaschi. Oltre tutto, in questo mondo di ciarloni logorroici, un muto otterrebbe un grande successo di originalità”.

Una evidente presa di posizione contro Bernardini, neppure così tanto in controluce: con un riferimento alla sua dialettica forbita che ha qualche eco con l’attualità e con Luciano Spalletti. 

Cucci chiuse così il suo editoriale: “Grigliè non s’e accorto – dando alle stampe il suo aulico «pezzo» certo scritto di getto, con tutto il cuore – che i critici hanno già trovato gli antagonisti ideali da opporre ad un Commissario Unico «che NON sappia parlare»: dei giornalisti «che NON sappiano scrivere». Ma forse ha ragione. Anche questi atteggiamenti ridicoli, questo svilire una professione in altri tempi definita «missione», fanno parte del gioco, sono sintomi della grave malattia che ha colto il calcio italiano con annessi e connessi. Quale malattia? – vi chiederete. L’Artemiosclerosi”.

La grande avventura di Enzo Bearzot cittì cominciava così.

 

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