Lo Slalom del 29 maggio | Cosa leggere, sapere e vedere

    

     

Guardiamo una volta il mondo da piccoli. Il resto è memoria

Louise Glück

     

►  IL CHELSEA ha vinto l’Europa League rimontando un gol di svantaggio al Betis Siviglia e chiudendo la finale sul 3-1. È diventata la prima squadra di sempre ad aver vinto tutti i tornei UEFA, compresa la vecchia Coppa delle Coppe. 

◇  Raffaele Palladino si è dimesso dalla Fiorentina e ora esiste la straordinaria ipotesi che tutte le prime otto dell’ultima serie A possano avere un allenatore nuovo all’inizio del prossimo campionato. Allegri, sorpasso Milan titola il Corriere della sera. Il sorpasso sarebbe sul Napoli che lo aveva cercato per sostituire Conte, il cui improvviso addio si è altrettanto improvvisamente congelato dinanzi all’ipotesi che arrivino De Bruyne e David [Verso il sì titola Repubblica]

◇  Isaac Del Toro ha ribaltato la sua condizione al Giro d’Italia. Nella tappa di martedì sembrava in crisi e in difficoltà è andato anche ieri sul Mortirolo sotto l’attacco di Carapaz. Ma sulla salita successiva ha attaccato e ha vinto in solitudine con un pugno di secondi di vantaggio. Adesso ne ha 41 di vantaggio su l’ecuadoriano e 51 su Simon Yates. Caruso è quinto, Pellizzari settimo. 

◇  Luca Marini ha avuto un incidente in moto durante un test a Suzuka. Si è fratturato lo sterno, la clavicola sinistra, si è rotto i legamenti del ginocchio sinistro, ha uno pneumotorace e una lussazione all’anca sinistra. Non ha il permesso dei medici per tornare in Italia. Per lui un lungo stop. 

◇  Ginevra Taddeucci ha vinto l’argento agli Europei di nuoto di fondo di Hvar nella 10 km, battuta dall’ungherese Mihalyvari. Gregorio Paltrinieri ha perso il bronzo al fotofinish. Oro all’ungherese Rasovzsky

◇  La NBA ha una prima finalista per l’anello. È Oklahoma City Thunder che ha vinto la partita decisiva nella notte contro i Minnesota T’Wolves [124-94]. Un ritorno in finale a 13 anni di distanza dalla precedente. Shai Gilgeous-Alexander, MVP in carica, ha segnato 34 punti e 8 assist. Anthony Edwards si è fermato a 19.

 

 

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#2 giorni alla finale di Champions

 

La mattina che l’Heysel

La mattina dell’Heysel l’ambasciatore d’Italia in Belgio era in apprensione. Giovanni Saragat, figlio dell’ex presidente della Repubblica, aveva visto giocare la Juventus solo una volta, l’aveva vista vincere a Tampere, in Finlandia, e dal suo ufficio in Rue Emile Claus raccontava a Manlio Fantini sulla Gazzetta di Cannavò che per me non si tratta soltanto di una squadra italiana, ma anche della squadra di famiglia. Non sono un grande intenditore, la mia debolezza sportiva è il pugilato, ma quando si tratta della Juve, capite….

Saragat jr si affacciò alla finestra, guardò la città oltre il vetro e si disse certo che i tifosi italiani daranno una grande prova di civiltà, come è sempre accaduto in circostanze del genere. Tanto colore, tanta vivacità, nessuna violenza.

Al comando di Rue Toussaint, il maggiore Marchoul era l’incaricato del coordinamento delle misure di sicurezza intorno alla finale. Anche lui disse chiaro e tondo che non lo preoccupavano gli italiani ma gli inglesi, seguiti passo passo da bateau a bateau, da traghetto a traghetto, Ostenda-Bruxelles-Ostenda, da quando cioè mettono piede sul suolo belga a quando lo tolgono

Il maggiore Marchoul aveva trascorso alcune vacanze in Italia, a Minori sulla costa amalfitana e sul lago d’Orta, così disse che non siete certo gente pericolosa. Le comitive italiane, raccontava la Gazzetta, saranno in pratica lasciate libere: i pullman non avranno alcun obbligo di posteggio prestabilito. L’Heysel è stato interamente circondato da due barriere metalliche alte più di due metri: tra l’una e l’altra ci sarà un cordone di agenti. Ogni spettatore all’ingresso sarà perquisito manualmente e con i metal-detector. Una curva per gli italiani e una per gli inglesi, separati con rigidità massima. Gendarmi a cavallo stazioneranno a tutti i varchi, pronti a lanciarsi. È una guerra?, si domandava Manlio Fantini, certamente no, ma la prudenza, ribadiscono i belgi, gente saggia, non è mai troppa

 |   La mattina dell’Heysel si diceva che fossero stati messi in vendita solo 54 mila biglietti dei 60 mila disponibili proprio per quello, a titolo di prevenzione, 40 mila per posti a sedere e 14mila in piedi. I tifosi viaggianti, per così dire, sono in maggioranza inglesi ma bisogna mettere nel conto gli italiani residenti, che con i circa 13 mila juventini appena arrivati dovrebbero rovesciare la situazione. I contatti tra l’una e l’altra schiera sono per il momento molto tranquilli.  

Su La Stampa Angelo Conti raccontava che i biglietti in mano ai bagarini, acquistati alle biglietterie di Bruxelles per 9600 lire, venivano ceduti in Galleria San Federico ad un prezzo oscillante fra le 40 e le 50.000 lire. Il mercato era, comunque, fiacco: «C’è troppa paura dei falsi — spiegava il napoletano, uno fra i più noti bagarini della città — e cosi molti tifosi preferiscono andare direttamente a cercare il biglietto a Bruxelles, dove le garanzie dovrebbero essere maggiori. Autentiche rarità i numerati, che vengono agevolmente collocati fra le 300 e le 400 mila lire (anche perché non risultano falsificati). A Torino è finito inoltre un buon quantitativo di tagliandi dei settori popolari X, Y e Z, che sarebbero riservati ai tifosi del Liverpool. Chi li ha acquistati dovrà cercare, stasera, di passare in incognito

In Rue de Tabora, presso il Boulevard d’Anspach di Bruxelles, il giovane Lucio Fantauzzi, emigrato da Frosinone, juventino da sempre, aveva intanto parcheggiato il suo pullmino trasformato in una gelateria ambulante. Nome: Sorrento. Aveva da una parte del parabrezza un adesivo bianconero con tutti gli scudetti e il sorriso di Platini, dall’altra parte il volto severo di padre Pio. 

Trapattoni stava ripetendo da giorni che la Juventus non avrebbe ripetuto gli errori di Atene, la finale persa l’altra volta con l’Amburgo. Aveva quattro soluzioni per marcare Dalglish: Favero, Tardelli, Cabrini e Bonini, ma aveva altre preoccupazioni Wilfried Martens, capo del governo belga dal 1979. La Gazzetta di Cannavò andò a sentire anche lui alla vigilia della partita, un tipo che veniva da una famiglia assai sportiva, «noi Martens – disse – pratichiamo molto il nuoto, mia figlia adora l’equitazione e tutti insieme facciamo lunghe passeggiate. Vado molto in bicicletta, Percorro in inverno dai 30 ai 50 chilometri sul lungomare. D’estate cambio tragitto: là c’è troppa gente e allora scelgo le strade lungo il canale di Gand»

E poi la sera accadde quel che accadde.

I commenti

 | Candido Cannavò sulla Gazzetta scrisse che si trattava di una grande tragedia della follia. Tremano le mani a scrivere queste parole che sono il macabro mosaico di quella che avrebbe dovuto essere la finalissima della coppa dei Campioni. Bruxelles, dinanzi agli occhi di tutta Europa, è diventata una specie di Beirut, assurda, fanatica. barbara. Una macchia incancellabile. Ci sono, sullo sfondo di questa tragedia, immense responsabilità da parte di chi non ha saputo minimamente gestire, neanche con le misure più normali, un avvenimento che andava rigorosamente disciplinato nel suo contorno, perché aveva tutte le caratteristiche per risultare esplosivo. Bruxelles e gli organizzatori dell’UEFA non hanno nessuna giustificazione, né meritano alcuna solidarietà. La gente ha visto con i propri occhi quei pochi e poveri poliziotti, travolti sin dall’inizio dalla guerra scatenata dalla teppaglia britannica. Facevano pena. Non c’era nulla da scoprire, non esiste l’attenuante del «fattore-sorpresa». Da almeno un decennio, i commandos delinquenziali del Liverpool o del Manchester terrorizzano l’Europa. Abbiamo anche noi le nostre frange di tifosi-delinquenti (e molti magari erano a Bruxelles), ma non c’è nessuna violenza organizzata nel mondo che possa reggere il confronto con quella inglese

 | Due giorni dopo furono più chiari i contorni della tragedia, il bilancio delle vittime, il peso delle responsabilità. Candido Cannavò pubblicò allora in prima pagina un commento che rimane ancora oggi un caso di scuola, un’ispirazione, un insuperabile manifesto dell’indipendenza del giornalismo rispetto alle ragioni e dagli interessi del proprio editore. Da un anno il primo azionista della Gazzetta con il 46% era diventata Gemina, holding posseduta dalla famiglia Agnelli. Cannavò scrisse un fondo dal titolo: Juve, nascondi la tua coppa

Faceva così: Mentre ancora si contavano i morti, la Juve è tornata a casa con la sua coppa sospirata e maledetta. Qualcuno l’ha sollevata al cielo. Scirea, il capitano, la reggeva invece come fosse un bidone, scendendo dall’aereo. Era decisamente questo l’atteggiamento giusto, anzi sarebbe stato molto meglio se quel trofeo fosse rimasto là, nella tragica Bruxelles, dimenticato, seppellito nelle scorie della follia. Cara Juve, non vogliamo togliere nulla ai tuoi meriti, sei da parecchi anni una delle squadre più forti di Europa, avresti meritato prima di diventare la regina del continente. Ma questa coppa nascondila, non ce la mostrare mai, non metterla nelle tue ricche vetrine. Essa non ha il minimo fascino, è il più triste trofeo della storia del calcio. Noi, attaccati alla Tv a seguire quella tragedia in diretta, abbiamo considerato un insulto l’ordine di far scendere in campo le due squadre. Ma cerchiamo di capire: è stata una resa, senz’altro stomachevole ma forse giustificata, all’emergenza, al panico che ormai aveva preso le forze dell’ordine. Bisognava trattenere la gente allo stadio per aver tempo di organizzare un autentico stato d’assedio a Bruxelles. Ma, pur subendo la presunta necessità di quella macabra recitazione a pochi metri dai gemiti della carneficina, non potremo mai capirne, ne giustificarne, certi risvolti di squallida passionalità, certi grotteschi momenti di gioia, certe esultanze che facevano soltanto rabbrividire. Abbiamo molto apprezzato il coraggio di alcuni giocatori juventini che hanno cercato, prima della partita, di far sbollire le rabbie di quella tribuna che era stata falciata dalle orde dei teppisti inglesi. Abbiamo apprezzato anche la disciplina – forse anche il sacrificio – con la quale hanno accettato di giocare una partita ormai vuota di tutto. Ma in campo, no: là non avremmo voluto vedere ne braccia sollevate al cielo, né gesti di trionfo, né passerelle. Quella partita, quella vittoria andavano interpretate soltanto come un doloroso dovere, estraneo a ogni partecipazione emotiva. E non parliamo poi di quei miserabili cortei – non molti per fortuna – che hanno fatto da assurdo e crudele controcanto alla notte della tragedia

Gianni Rocca su Repubblica scrisse che la Coppa era da restituire, quel dramma ci ha cambiati. Non potremo più essere quelli di prima. Gianni Brera parlò di nostalgia di uno sport nobile e di caro ma obsoleto Heysel, come gravato da una cappa di angoscia. È inevitabile pensare a quello che incombe su tutti buoni e malvagi, che si erano illusi di celebrare una festa.

L’Arancia meccanica del calcio

 | Il Corriere della sera chiese un commento ad Anthony Burgess, scrittore britannico, autore vent’anni prima del libro Arancia meccanica da cui Kubrick aveva tratto il film. 

Perche questo? Uomini più intelligenti di me – scrisse Burgess – non sono riusciti a spiegare che cosa è andato storto nella razza conosciuta un tempo per la sua gentilezza, il suo buon senso, lo humour e la tolleranza. Ci dicono che i britannici «non pensanti» non sopportano di appartenere all’Europa e dimostrano il loro risentimento tirando fuori coltelli e manganelli improvvisati contro gli innocui europei. Ma ciò non spiega l’aggressione che è un aspetto normale della reazione degli spettatori sul suolo britannico. Il gioco stesso, ovunque abbia luogo, è diventato una scusa per spaccare crani. I sociologi della sinistra potrebbero interpretare la violenza negli stadi come un’espressione di risentimento verso il governo Thatcher e l’acquiescenza dei conservatori alla crescente disoccupazione. I giovani, essi dicono, sono frustrati e devono sfogare in qualche modo la loro rabbia. La rabbia si sfoga meglio diventando parte di una folla: così si sfugge alla responsabilità personale e si ha la deliziosa sensazione di spogliarsi delle inibizioni e della moralità non completamente assorbita, appresa dalla mam- ma. La rabbia diventa al tempo stesso astratta e personalmente soddisfacente. Non credo che si debba farci entrare la sociologia. La violenza delle folle ha sempre fatto parte della cultura mondiale. La sua repressione fu un successo britannico. Una volta, c’erano le risse nelle strade. Poi, c’e stato il calcio. Ora, il calcio serve a favorire le risse. Ci accorgiamo che è il calcio che fa emergere la bestia nei giovani spettatori. Né il cricket né il rugby hanno questo effetto. Gli antropologi ci dicono che la palla rotonda è in realtà una testa umana che viene presa a calci: ancora nel 1660, la testa di Cromwell fu dissotterrata e presa a calci finché non venne ridotta a una massa informe di ossa e carne. Ma io non credo che nel gioco in sé vi sia qualcosa che predispone alla violenza di parte. Ciò che abbiamo visto è stato una lugubre stupidità. E contro di essa, come sapevano gli antichi, non possono lottare nemmeno gli dei.

 


  

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|  testimoni   La versione del portiere Grobbelaar

➣  Il vostro spogliatoio era il più vicino al settore Z. Sentiste un tonfo. E poi?

«Mancavano cinque minuti al riscaldamento, capimmo che era successo qualcosa: arrivava gente nella nostra zona. Quattro o cinque di noi s’affannarono a dare una mano. Passammo dall’interno dei secchi d’acqua, prendemmo degli asciugamani dalle docce e li lanciammo fuori. Riuscimmo a fare solo questo, ma ormai sapevamo abbastanza per non voler giocare»  

➣  L’Uefa lo impose. Com’era il clima in campo?

«Uscimmo, e nella mia area di rigore c’erano tre coltelli a terra. Li avevano lanciati dal settore alle spalle. Questo era il clima. Eravamo là ma con la testa altrove. Sia noi sia loro. Dall’inizio alla fine per me è stato un istante. Un flash. Fino al silenzio totale in hotel, dopo la partita»  

➣  Si è chiesto cosa sarebbe accaduto se avesse vinto il Liverpool?

«Eravamo andati in Belgio per alzare il trofeo, credo che lo avremmo fatto. Alla Juve è stato rimproverato di non aver restituito la Coppa. Perché avrebbe dovuto? L’errore quella sera fu giocare, la Juve fece un gol, la Coppa è sua»  

➣  Cosa è stato dopo l’Heysel per lei?

«Ho cercato la verità. Non furono autentici tifosi del Liverpool a causare la tragedia. Molti avevano trascorso la mattina con quelli della Juve, giocando a calcio per le strade, andando a bere una birra insieme. Non posso credere che l’atmosfera sia cambiata allo stadio. Io credo a un’altra cosa»  

➣  A cosa?

«C’era gente di Londra all’Heysel. Venuta apposta per fare quel che fece. Scatenarono l’assalto e andarono subito via. Perciò non li hanno mai trovati»  

➣  È la tesi dei suoi dirigenti dell’epoca. Il motivo?

«Liverpool era odiata, c’era invidia per i suoi successi nel calcio. Mia suocera era venuta alla partita, si era imbarcata con un traghetto. Anche mia madre era lì, per la prima volta si muoveva dal Sudafrica per la finale: la chiami, confermerà tutto. Mia suocera mi raccontò che all’imbarco c’erano dei tipi che distribuivano volantini su cui era scritto che sarebbe stata l’ultima partita in Europa del Liverpool. Avevano le braccia tatuate con gli stemmi di alcune squadre di Londra. Erano del National Front, l’estrema destra. Ho provato a indagare»  

➣  In che modo?

«Sono stato diverse volte a Londra, nei locali del National Front, cercando di agganciare qualcuno che sapesse qualcosa. Ho provato a prendere informazioni, avevo un amico poliziotto. Ma non sono riuscito ad arrivare alle prove. Né io né altri»  

➣  Bruce, è mai tornato all’Heysel?

«Ogni uomo dovrebbe tornare nei luoghi dei suoi orrori, fare i conti con i demoni, liberarsene. Sono tornato nei posti in cui ho fatto la guerra, in Mozambico, in Zimbabwe, in Sudafrica. E sono tornato all’Heysel. C’è una targa, una data, i nomi delle vittime. Non mi pare abbastanza, forse il Belgio potrebbe fare qualcosa in più per le famiglie degli italiani. Così come sarebbe splendido se Juve e Liverpool giocassero una partita ogni anno, per sempre. Per sentirsi uniti da quella tragedia. Sono passati trent’anni, all’epoca la nascita di mia figlia mi aiutò, ora ho questo bel lavoro in Canada. Gli incubi sono finiti. Adesso sono in pace» [intervista a Repubblica, 29 maggio 2015]

|  parole  Lo scrittore Mario Desiati era bambino

«Fu quello il momento in cui mi ritrovai a fare i conti con la realtà. Fino ad allora avevo subìto un solo lutto in famiglia, fu quella la prima volta che feci una riflessione sulla morte. Davanti alla tv. Mi sentivo vicino alle persone che pensavano di andare solo allo stadio e che invece non sarebbero più tornate a casa». 

  Ci può raccontare quei momenti? 

«Ricordo la voce di Bruno Pizzul, sommessa e commossa. E pure quella dello speaker dello stadio. La sintesi di una tragedia vissuta in mondovisione, l’attesa e l’allegria venivano sostituite da momenti più drammaticamente umani. Ma ricordo anche il modo in cui i miei genitori mi protessero da un qualcosa che forse non sarei riuscito a capire a otto anni». 

➣  Fu giusto giocarla? 

«Ecco, studiando la cronaca di quegli anni, sono rimasto stupito dal dibattito successivo. Ci si è interrogati troppo secondo me sul fatto che si dovesse o meno celebrare la Coppa dei Campioni vinta, quando il cuore della vicenda era che fosse stata organizzata una partita in uno stadio fatiscente con quell’alone di inattaccabilità sempre concesso alla Uefa. Ai giocatori fu imposto di giocare, una farsa per evitare ulteriori scontri con la premiazione necessaria per consentire un regolare deflusso del pubblico. E invece sembrava quasi che i responsabili fossero i calciatori. C’è una dichiarazione di Platini emblematica di quegli anni». 

➣  Quale? 

«In un’intervista a Marguerite Duras, un paio d’anni dopo, lui cercò di far capire che in campo c’erano sostanzialmente dei ragazzini che solo nel rettangolo verde possono sentirsi o essere identificati come eroi. Fuori, invece, hanno paura anche di andare al cinema. Questo paradosso è emblematico, in campo si è solo calciatori, fuori è necessario essere persona e allora cambia tutto». intervista di nicola balice, La Stampa

  L’Heysel oggi 

▥   Repubblica: Heysel, 40 anni dopo: cercavo mio figlio tra i corpi schiacciati” ➔  Maurizio Crosetti intervista Carlo Ricci, 82 anni, medico pediatra in pensione. «I biglietti li avevamo trovati mediante un’agenzia di viaggi romana: non sapevamo che il settore Z fosse misto, e non la curva bianconera che stava invece dall’altra parte dello stadio. Prima del riscaldamento, un calciatore del Liverpool venne sotto la gradinata a incitare la folla, aveva gli occhi spiritati e feroci, e i capelli rossi». «Ci fu una partitella di ragazzini, e verso le sette di sera gli hooligans cominciarono a lanciare lattine vuote verso di noi. Poi, anche pezzi di cemento. Ci spostammo verso destra, in massa, la curva ondeggiò e gli inglesi ci assaltarono. Ero ancora vicino a Fabio. Corremmo, per quel poco che si poteva. Poi, ogni cosa si rovesciò». «Mi ritrovai come sospeso per aria, ma schiacciato dagli altri corpi. Mi spostai, centimetro dopo centimetro, respirando con enorme fatica. Avevo il gomito di un’altra persona contro la trachea, ed ero sicuro di morire: sono un medico, so come funziona. Poi, non riesco a dire come, mi ritrovai a strisciare sugli altri corpi, passando sui vivi e sui morti, però non capivo chi lo fosse e chi no. Scavalcai quasi per forza d’inerzia la massa umana, e mi ritrovai sul prato. Mi spostai verso il centro del campo, e mi dissi: dov’è Fabio? Lo avevo perso, e con lui tutti gli altri».

▥   Il Giornale: Il calcio ricorda l’Heysel per lavarsi la coscienza  ➔  Tony Damascelli: Lo stadio Heysel non esiste più come era ma quella terra, quella zona si porta appresso l’odore acre di una sera spaventosa di quella curva nera di morti, Z il settore, ultima lettera dell’alfabeto, ultimo respiro di trentanove vittime nel nome del calcio a tutti i costi. L’Uefa se la cavò scaricando addosso ai calciatori ogni responsabilità ma nello spogliatoio entrarono dieci, venti, troppe persone a spiegare, a suggerire, a spingere i calciatori a giocare comunque la partita e Jacques George fu proprio lui a consegnare la coppa al compatriota Michel Platini, la cui colpa fu quella di non fermarsi, cosa che nessun altro seppe o volle fare, nel caos generale. Il capitano di quella Juventus non ama tornare a quella sera, la ferita è rimasta aperta, mai cicatrizzata non soltanto per la strage di chi ama il calcio ed era partito con il sogno di vivere una festa ma per tutto quello che si disse e si scrisse sulla pelle dei calciatori, come complici di quella tragedia, ipocriti e codardi, mentre in tribuna nessuno osò alzarsi per imporre il silenzio

▥   La Gazzetta dello sport: Errori e orrori a catena. La tragedia dell’Heysel non si deve dimenticare  ➔  Franco Arturi: Un miserevole spettacolo di sottovalutazione dei rischi connessi alla partita. I club inglesi furono esclusi dalle coppe per cinque anni, al termine dei quali si cominciò a capire che gli impianti fatiscenti o comunque inadatti ai grandi flussi di spettatori erano all’origine degli incidenti, in aggiunta alla furia dei cosiddetti “hooligans”. Ma sono le storie umane delle vittime e dei loro parenti ad averci riempito di dolore dopo l’Heysel. Continuano a farlo dopo decenni

▥   La Stampa Gli orchi di Liverpool e il sorriso del piccolo Andrea. ➔  Antonio Barillà: Quando Andrea perse la mano del papà Giovanni, morto pure lui nella calca assassina, cadde e perse il respiro, calpestato dalla gente impazzita. Roberto, giovane medico, era già in salvo però lo vide e tornò indietro: l’onda violenta era passata e lui, chino, lottava per rianimarlo, quando arrivò la seconda e rimase travolto, anche la sua vita si fermò quella notte, non ha più rivisto i figlioletti

▥   Corriere dello sport-stadio: Heysel, nel nome del ricordo. Cristiano Gatti scrive. Nelle case e nelle redazioni era come stare davanti a una specie di Vermicino, quell’atroce calvario per salvare il piccolo in fondo al pozzo, tremenda altalena tra speranza e rassegnazione. In questo caso, il macabro show era tutto a c ielo aperto. Si assisteva in diretta attonita al tentativo di strappare – letteralmente – qualcuno alla spaventosa compressione, nell’angolo della curva.

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Il documentario definitivo sull’Heysel

Un lavoro di cronaca asciutta, senza voce narrante, senza aggettivi, con la potenza delle immagini d’archivio, la folla, la calca, la massa, su cui appaiono ogni tanto dei cerchietti colorati intorno al capo dei testimoni che nel frattempo parlano, e così li seguiamo, li vediamo travolti, soffocati, impegnati a soccorrere oppure a gridare.  Il primo episodio racconta l’attesa, la preparazione, i presagi. Il secondo è sul crollo del muro del settore Z di uno stadio inadeguato. Gli altri quattro, anticipa Leclaire alla fine della proiezione fermandosi a scambiare due chiacchiere con i presenti, sono sulla partita, sulla tragedia gemella di Hillsborough, sul processo e sul ritorno degli hooligans oggi in Europa. Dice di aver visto qualche anno fa il lavoro fatto da Emanuela Audisio per Repubblica e di essere rimasto colpito dal passaggio in cui la giornalista Licia Granello racconta del ritorno in aereo, quando Platini s’accosta per chiederle: «Licia, secondo te il rigore c’era?».«Vaffanculo, Platini»  |  Segue qui

Dopo tre anni senza una distribuzione in Italia, Sky Sport ha acquistato i diritti per la trasmissione della docu-serie, 6 puntate da 60 minuti, in programmazione da oggi sui canali Calcio e Documentaries, ma anche on demand. 

 

|  parole  L’autore del documentario Leclaire

➣  Cosa ricorda di quella sera? 

Avevo diciotto anni e ricordo tutto. Volevo vedere la finale tra Juventus e Liverpool perché giocava Michel Platini. Era stato al Saint-Étienne per tre stagioni, mia nonna era di Villafranca, vicino Verona, quindi si era creata una connessione speciale, tanto che ero stato a vedere la Juve a Torino con mio padre e mio fratello. Ma apprezzavo anche il Liverpool, la sua storia, la sua tradizione, i canti dei suoi tifosi. Una squadra contro la quale il Saint-Étienne aveva perso uno storico quarto di finale di Coppa dei Campioni nel 1977, dopo essere stato battuto in finale l’anno prima dal Bayern. Mi piacevano il calcio inglese e quello italiano, ricordo bene il commento della televisione francese. Quella tragedia è stato un grande trauma per me, come se i miei amici avessero ucciso i miei cugini. 

➣  Michel Platini era il suo giocatore preferito, lo è ancora? 

Il mio preferito era Dominique Rocheteau, bandiera del Saint-Étienne. Platini per me era come Johan Cruijff, e ancora oggi quel calcio lo preferisco all’età di Messi e Cristiano Ronaldo. Ho scritto due biografie su Michel, e l’Heysel ha cambiato il mio punto di vista su di lui, non tanto per quello che ha fatto la sera della partita, con tutte le criticità di quelle ore concitate, quanto per tutto ciò che non ha fatto dopo: non ha mai voluto incontrare e parlare con i familiari delle vittime francesi, per esempio, e nemmeno con quelle italiane, persone arrivate fino a Bruxelles per vederlo giocare e vederlo vincere. Ripeto, non lo giudico per quello che è accaduto prima, durante e dopo la partita, ma per ciò che poteva fare dal giorno dopo.

➣  Cosa resta dell’Heysel quarant’anni dopo? 

«Per le giovani generazioni l’Heysel equivale alla battaglia di Waterloo, difficile da spiegare e da raccontare – intervista di francesco caremani, Domani

  I giornali inglesi

▥   BBC: Il disastro dell’Heysel è una macchia indelebile, dice il sindaco di Liverpool” [QUI]

▥   Guardian: Il Liverpool svela i piani per un nuovo memoriale in occasione del quarantesimo anniversario della tragedia dell’Heysel. L’attuale posizione viene considerata inadatta [QUI]

▥   Daily Mail: Questo piccolo, insignificante memoriale è una vergogna, un insulto ai tifosi che hanno perso la vita all’Heysel – Ian Herbert racconta: La guardia di sicurezza all’ingresso di quello che un tempo era lo stadio Heysel si rifiuta di lasciarmi accedere al luogo in cui si commemora la morte di 39 tifosi di calcio. È dopo aver trovato un cancello aperto altrove che raggiungo la pietra commemorativa, una vergogna e un insulto alla loro memoria. Basta un battito di ciglia e ci si perde la piccola e insignificante targa di granito affissa su uno dei grandi muri esterni in mattoni rossi dello stadio, dove vengono cancellati dal tempo i nomi di coloro che furono schiacciati a morte durante il disastro dell’Heysel [QUI].

▥   Telegraph: La tragedia dimenticata dal calcio – Trent’anni dopo la morte di 39 tifosi nella finale della Coppa dei Campioni a Bruxelles, il dolore è impossibile da cancellare, in parte per colpa di una risposta silenziosa e goffa [QUI – Pubblicato dieci anni fa]

▥   Guardian: Ho visto file di cadaveri ammucchiati. Ed Vulliamy, presente sugli spalti, racconta 30 anni di sofferenza [QUI – Pubblicato dieci anni fa]

▥   Guardian: Le vite perdute dell’Heysel hanno salvato uno sport – Andrew Hussey spiega perché la strage dell’Heysel fu l’inevitabile risultato di un’epoca di brutalità e racconta come uno sport si è ricostruito dalle sue macerie [QUI – Pubblicato vent’anni fa]

 

   

Eurogol

Ora che la Coppa è vinta, ora che il Chelsea è la sola squadra europea con quattro trofei UEFA diversi nelle sue vetrine, Nick Ames scrive sul Guardian che il compito più grande affrontato da Enzo Maresca nella sua prima stagione al Chelsea è stato convincere la sua squadra dell’importanza della Conference League: ragazzi da un miliardo di sterline hanno preso il sopravvento su una squadra valutata poco più di un decimo di quella cifra. L’espansione delle competizioni europee per club, che la prossima stagione saranno più piene che mai di squadre inglesi e delle loro ricchezze, rischia di mettere a dura prova il resto del continente. Forse solo le tre retrocesse dalla Premier non avrebbero avuto la possibilità di arrivare in finale contro il Betis. Tutto ciò non sminuisce la soddisfazione del Chelsea per un lavoro ben fatto; per una stagione strana, a tratti cupa, che ha raggiunto i due obiettivi che contavano a 76 ore di distanza l’uno dall’altro.

Eppure una squadra inglese non batteva una spagnola in finale da nove partite e una ventina d’anni. Sam Dean sul Telegraph scrive che sono serviti il miliardo di sterline del consorzio Todd Boehly-Clearlake Capital ma anche le magie di Cole Palmer, questa sarà ricordata come la sua finale. Due assist favolosi – uno con il sinistro, uno con il destro – hanno trasformato la sconfitta in una vittoria

   

L’inchino di Del Toro

Sul Mortirolo dove per la prima volta Pantani fece Pantani, e dove non riuscì ad arrampicarsi la mattina in cui venne fermato a Madonna di Campiglio, la maglia rosa di Del Toro è stata a un passo dal tracollo. O forse era calcolo, come avrebbe detto Davide Cassani in telecronaca una trentina d’anni fa andava su del suo passo. Lo faceva sempre Abraham Olano, non si dannava per tenere le ruote degli scalatori se la montagna era a 90 km dal traguardo. L’obiettivo era risparmiare le gambe e spremerle poi verso il traguardo. 

Del Toro ha scalato il Mortirolo alla Olano e sull’ultima salita aveva gambe migliori di tutti. Ha strappato e staccato il gruppo. Ora che Cassani non è più in telecronaca, dalla sua pagina Facebook si legge: Non lo so se Isaac Del Toro vincerà questo Giro d’Italia ma oggi ha vinto lui e le difficoltà di ieri sono ormai alle spalle. Oggi il messicano è stato superlativo perché  ha corso come un professionista navigato. Per due settimane sempre all’arrembaggio, oggi impeccabile. Sul Mortirolo si sono mossi prima Pellizzari poi Carapaz, Del Toro lo abbiamo visto staccarsi leggermente, quasi come se fosse in difficoltà. Ma a 500 metri dal gran premio della montagna si è alzato sui pedali e in un batter d’occhio si è riportato sotto. Oggi abbiamo visto un Del Toro diverso, più razionale, meno impulsivo, sempre spumeggiante. Non ci sono dubbi, su salite brevi ha un cambio di ritmo straordinario.  Ed è sorprendente come in così poco tempo abbia modificato e migliorato la tattica di gara. Il Del Toro della prima settimana avrebbe reagito immediatamente alla sparata di Carapaz sul Mortirolo, oggi invece ha atteso, per fare lo sforzo quando necessario. Un grande

 

Stamattina la Gazzetta dello sport ha strappato il presidente e ad di Rcs Mediagroup Urbano Cairo alla sua riservatezza, convincendolo a dare un’intervista dopo la giornata di ieri trascorsa in ammiraglia sul Mortirolo. Del resto adesso anche la maglia rosa è Del Toro [Cuore Del Toro ammicca il giornale a pagina 2] e forse sedotto da questo messaggio subliminale, Cairo dice una cosa bella, dice già nel titolo che il Giro d’Italia è una «festa popolare che appassiona», non so se sapete questo fatto della festa popolare che appassiona. Nella foto, spettinato dal vento, Cairo tradisce una certa somiglianza con Flavio Insinna. 

 

 

Nei luoghi di Alessandro Manzoni

Nel suo Il tempo degli imprevisti, Helena Janeczek scrive con chiarezza che al tempo del Manzoni non esistevano le biciclette che Abigaille si era procurata alla fiera di Sinigallia

Fu in un giovedì di fine primavera del 1817 che il figlio del giudice di Baden uscì di casa con il peso dei suoi quattro nomi, un titolo di barone che non vedeva l’ora di ripudiare e per la prima volta con un attrezzo di legno che fece ridere i passanti. Aveva due ruote, otto raggi, un sellino e l’ambizione di proporsi come alternativa al calesse. Tra il Reno e il Neckar, a Mannheim, si mosse Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn dal blocco M4, dove a poche centinaia di metri aveva abitato la signorina Constanze Weber, andata in moglie a un ventunenne musicista di un certo talento, di nome Wolfgang e di cognome Mozart. Più o meno in quel momento Alessandro Manzoni era in preda a una crisi spirituale e politica per l’appoggio della Chiesa alla Restaurazione. Interruppe la stesura del Conte di Carmagnola, si ritirò in campagna a leggere filosofia e si fece prendere dalla tentazione di tornare a vivere a Parigi. Andò, sentì nostalgia di casa, tornò e avviò i Promessi Sposi. 

La tappa di oggi ne attraversa i luoghi, come racconta dettagliatamente sul Corriere della sera Daniela Monti. La discesa dalla Valsassina su Lecco porterà i ciclisti a sfilare davanti a sua maestà Alessandro Manzoni: nella piazza omonima, il vero centro della città, dove lo scrittore campeggia nella statua dello scultore brianzolo Francesco Confalonieri inaugurata nel 1891 davanti al Carducci, ma prima ancora in via Amendola, dove si affaccia la sua villa lecchese. Sarà un attimo, lì il nastro d’asfalto è velocissimo, la residenza si mostrerà tutta impacchettata per via di un restauro che promette però meraviglie: a fine lavori (marzo 2026) si potrà visitare non solo il piano terra ma, salendo la bella scala Liberty, anche il primo piano del corpo nobile dove Manzoni passò parte dell’infanzia e della giovinezza, pronto a ospitare il nuovo Museo multimediale della lingua italiana, in collaborazione con Treccani, per valorizzare l’attualità del pensiero e dell’opera di Manzoni

     

 KM 66   Lecco

“Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione –. È un torrente a pochi passi da Pescarenico. – Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà [Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi]

Manzoni riporta con precisione assoluta il luogo in cui Renzo e Lucia si imbarcano: allo sbocco del Bione. Esso è il terzo torrente per importanza della città di Lecco. La portata degli altri due, il Caldone e il Gerenzone, è nettamente maggiore, ma il Bione è reso celebre dal fatto che è Manzoni stesso a nominarlo. La foce di cui parla l’autore, però, è diversa da quella attuale: esso, attraversando la città di Lecco, si getta nel lago di Garlate. Ciò avviene in quanto il corso del torrente fu deviato nel 1846. Precedentemente esso era un affluente del fiume Adda [Alessandro Di Mattia, Parchi letterari].

Scrive allora Daniela Monti sul Corriere: L’uscita da Lecco attraverso il Ponte Nuovo — così chiamato dai lecchesi anche se risale al 1955 e già sono state poste le basi per la costruzione di un quarto ponte sull’Adda, parente di quello «nuovissimo», dove corre la Superstrada, aperto nel 1985 — porterà i ciclisti sull’altra sponda, quella di Pescate, da dove in un solo colpo d’occhio si abbraccia il Resegone e, ai suoi piedi, il rione di Pescarenico, con le casette e le nasse dei pescatori descritte ne I promessi sposi . È qui che si consuma la struggente scena dell’«Addio ai monti». Renzo e Lucia, per fuggire da don Rodrigo, prendono la barca che li porterà lungo l’Adda e lei, guardando i suoi monti, si commuove

Lo scherzo clamoroso venne giocato al buon arlecchino bergamasco un giorno che s’era recato a fare la spesa a Lecco, in bicicletta. Angelo usava una bella bicicletta da donna di mia madre e a quell’epoca le biciclette erano più preziose d’una automobile oggi. Io e Ferlini ci trovavamo a Lecco, per caso, a piedi. Vedemmo Angelo, già con la sporta piena di roba, infilarsi dal panettiere, dopo aver appoggiato la bicicletta in strada, con la ruota sporgente a metà oltre la porta della bottega, in modo che fosse possibile sorvegliarla con la coda dell’occhio. Ferlini fu fulmineo. [Gianluigi Melega, Tempo lungo. Autobiografia del boom, Marsilio 2014]

Non era la NextGen, era la Generazione Sandwich

Nelle sue ultime parole prima del torneo, Stefanos Tsitsipas ha detto alcune cose che il magazine Tennis giudica una condanna a morte per la sua generazione. Tsitsipas è quel ragazzone greco arrivato due volte in finale di Slam, con il nome nell’albo d’oro del Masters alla riga 2019 e oggi 17 posizioni sotto la sua migliore classifica di numero #3 toccata nell’agosto del 2021. Stefanos ha 26 anni. Erano pochi quando Borg si ritirò figuriamoci adesso. Eppure prima di cominciare il Roland-Garros ha detto che rispetto a cinque stagioni fa il tennis è molto più difficile, «i giocatori sono molto più maturi, i colpi sono cambiati, molti giocano con due dritti»

Tsitsipas dice che quando va a riguardarsi le immagini delle due finali Slam perse, capisce che non c’entrano la tattica, la strategia o la forma fisica. Viene preso dalla sensazione che il tennis sia diventato molto più intenso con l’ascesa di Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Per giunta, dice, «ci sono un sacco di ragazzi che stanno seguendo le loro orme e mostrano lo stesso tipo di potenziale. Devo prendere in considerazione alcune cose per il futuro, perché il tennis sta cambiando». 

Sta cambiando per lui – eliminato ieri da Matteo Gigante. Sta cambiando per Daniil Medvedev – uscito al primo turno. Sta cambiando per Alexander Zverev – smarrito dopo la sconfitta in finale a Melbourne. Sta cambiando per tutti quei giocatori che hanno portato sulla pelle il marchio di Next Gen. Quelli che sarebbero venuti dopo i Tre Re Maghi: Djokovic, Federer e Nadal. Oggi possiamo dire: quelli che sarebbero dovuti venire

Il magazine Tennis ora la chiama Generazione Sandwich, perché è rimasta schiacciata fra i Tre che si sono spartiti 66 titoli dello Slam e i Due che si sono divisi gli ultimi cinque. Sia Tsitispas sia Zverev hanno perso finali dopo essere stati avanti di due set. Medvedev è uscito dai primi-10 con una rapidità sconvolgente: tre anni fa era al numero #1 e secondo Tennis bisogna rivedere certe convinzioni radicate con i Tre Re Maghi, bisogna cominciare a considerare il fatto che siamo in un’epoca che ha demolito la convinzione diffusa sulla longevità di una carriera

Non è un tennis per giovani perché in fretta diventano vecchi. 

▥   Victoria Mboko è diventata la seconda adolescente in grado di qualificarsi al terzo turno del Roland Garros negli ultimi dieci anni. Prima di lei c’era riuscita solo Mirra Andreeva nel 2023.

 ▥   Al quarto giorno del torneo abbiamo finalmente avuto il pathos di un tie-break decisivo. L’ha conquistato Bernarda Pera eliminando così la testa di serie numero #18 Donna Vekic.

▥   Lo shock del giorno è stato prodotto da Casper Ruud, due volte finalista al Roland-Garros, vincitore un mesetto fa sulla terra di Madrid, eppure eliminato da Nuno Gomes, primo portoghese nella storia capace di battere uno dei primi-10 al mondo 10 in un torneo dello Slam. Anche di Le teste di serie eliminate sono diventate 9 su 32. Non è record. Nel 2020 furono undici

 

▥   Carlos Alcaraz è diventato il secondo giocatore degli anni Duemila a raggiungere più in fretta le 20 vittorie al Roland Garros. Ha impiegato 23 partite. Solo Nadal fece prima (20 su 20). Fabian Marozsan gli ha creato problemi e gli ha tolto un set. Lo aveva battuto sulla terra rossa a Roma nel 2023 in tre set. Ora Carlitos ha l’83.8% di partite vinte in carriera, alle spalle dei soli Rafael Nadal (90.5%) e Bjorn Borg (86.1%)

 

L’esperienza necessaria per guidare il CONI

    L’Italia, diceva Silvio, è il paese che amo. Franco Carraro sta riflettendo sull’ipotesi di candidarsi alla presidenza del CONI. Non è un omonimo. È proprio lui. Quel Franco Carraro. Sta considerando di fare un regalo al Paese, di sacrificare il suo tempo, le sue letture, i suoi tè delle cinque e i suoi after eight alla menta per bere l’amaro calice e assumere su di sé l’ingrato ruolo del pacificatore dello sport italiano. 

Così scrive Daniele Dallera sul Corriere della sera stamattina dando un corpo definitivo  alle indiscrezioni dei giorni scorsi, quando in realtà girava tra i candidati anche il nome di suo figlio Luigi. 

Che meravigliosa occasione sarebbe stata, avere un Carraro II al CONI, fondere la successione dinastica al trono con l’ordine numerale che usano i papi. Una straordinaria circostanza a cui lo sport volta le spalle. Tuttavia c’è speranza. Carraro I, dice il Corriere, “potrebbe anche dare la sua disponibilità, dall’alto dei suoi 85 anni e della sua infinita esperienza. L’eventuale candidatura di Carraro – leggiamo – potrebbe avere un’enorme valenza di tipo diplomatico tra sport e politica, essere il classico pacificatore, ruolo ben visto dalla maggioranza. Carraro potrebbe raccogliere consenso e molti voti e superare l’ostilità di chi, anche giustamente, si aspetta e reclama un rinnovamento da parte dello sport. Nell’emergenza che sia più utile l’esperienza?”. 

Si direbbe un apprezzamento, come si direbbe un apprezzamento quello che Fulvio Bianchi gli riserva nella sua rubrica online su Repubblica: “Cala l’asso” scrive. La cosa curiosa è che pure Bianchi adopera la parola “pacificatore”, la stessa che si legge sul Corriere. 

È buffo. Succede in politica quando si muovono gli spin doctor, quando cioè da dizionario entra in scena quella “pratica comunicativa che intende modificare, selezionare, utilizzare alcune informazioni per costituire un pattern, un paradigma prefissato per la propaganda di un candidato, di un governo, di una lobby o di un gruppo di influenza”. Ma non sarà questo il caso. 

Il Corriere riferisce che “era stato sensibilizzato anche Gianni Petrucci, gli è stata prospettata e richiesta da più parti l’eventuale candidatura al Coni, ma ha preferito restare al basket”. Giusto così. Petrucci compie ottant’anni a luglio, ne ha cinque d’esperienza in meno rispetto a Carraro, ma si farà, avrà altre occasioni. 

L’enorme valenza diplomatica di Carraro, la sua riconosciuta arte da pacificatore, la sua esperienza non gli ha tuttavia impedito di ritrovarsi in passato spesso e di certo malvolentieri nel posto sbagliato al momento sbagliato. Era il presidente della Lega e il vicepresidente della federazione quando Chinaglia mandò affanculo il cittì della Nazionale in mondovisione ai Mondiali del ‘74: Carraro gli diede più o meno del disadattato e dovettero chiamare Maestrelli dall’Italia per calmare Giorgione. 

Era il presidente della Federcalcio quando scoppiò Calciopoli nel 2006. Era il presidente del CONI quando Francesco Conconi diventò consulente scientifico. Era sindaco di Roma quando la seconda giunta fu sconvolta da arresti e incriminazioni dei suoi assessori, mentre la terza giunta durò lo spazio di 24 ore per le dimissioni di mezzo consiglio comunale. Una vasta carriera di divani e poltrone che Roberto Beccantini una volta ha definito “occhio per occhio, ente per ente”. Forse al posto dell’esperienza a volte servono idee nuove. 

Ora non è chiara quale sia la portata dell’emergenza in atto al CONI da richiedere l’urgente discesa in campo di Franco Carraro. Lo sport italiano viene da due edizioni ai Giochi parecchio brillanti. Non sembra una barca alla deriva. È nel cuore del presidente Mattarella. Ci sono le Olimpiadi invernali a Milano-Cortina nel febbraio prossimo. 

È un quadro di entusiasmo, non di depressione. Casomai c’è una battaglia elettorale in corso, questo sì, magari sarà dura, forse sarà scorretta, ma nulla che un paese democratico non possa permettersi senza avvertire la necessità di un casco blu. Un pacificatore. Ottantacinquenne. Perfino in Vaticano i papi se li scelgono più giovani. 

A meno che lo sport italiano non abbia smesso definitivamente di considerare il confronto come una pratica virtuosa, abituato a presidenti federali in carica da trent’anni e a un sistema costruito per favorire il plebiscito, non il ricambio. 

A meno che non sia diventato più facile – che so – diventare sindaco di Genova che presidente del CONI.

 

     

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