Van der Poel e il suo manubrio: una Roubaix vinta con la cultura del ciclocross

prima di tutto

   

Van der Poel e il suo manubrio

Una Roubaix vinta con la cultura del ciclocross

Non c’entrano la fortuna o la sfortuna. C’entra il ciclocross. Quando mancavano 37 km alla fine della corsa, quando ormai da una quarantina era partita l’azione giusta e s’era capito che la Roubaix stava per diventare il duello annunciato alla vigilia, sia Tadej Pogacar sia Mathieu Van der Poel hanno sbagliato a imboccare una curva. 

Casamandrej  deve essere stato tradito dalla traiettoria di una moto tre-quattro metri davanti, e l’olandese ingannato da lui. Sono finiti insieme su un lembo di prato ai margini del pavé, un lembo di prato dannatamente vicino alle transenne. 

Pogacar ci è finito dentro. Ha perso l’equilibrio, si è rovesciato su sé stesso, ha dovuto risollevare la bicicletta, sistemare la catena, i pedali, rimettersi in sella e farsi dare una spinta. Mathieu ha rasentato la fine della strada, ha scansato il campione del mondo davanti a lui e ha compiuto un prodigio. Ha tirato su la ruota anteriore della bicicletta con una strattonata, come fa un cavaliere col suo cavallo davanti a un ostacolo o come si potrebbe fare con l’anticavallo breriano davanti a uno scalino, in definitiva proprio come gli capita negli inverni in cui gli avversari riposano e lui va a prendersi la maglia di campione del mondo di ciclocross. 

La differenza tra il primo e il secondo posto alla Roubaix Venti-Venticinque è in questo gesto che alla fine avrebbe scavato 1 minuto e 18 secondi di differenza al traguardo. Anziché al Carrefour de l’Arbre o al velodromo, la corsa si è decisa in una curva del settore Pont-Thibault, uno dei cento e passa punti del percorso che bisogna aver conosciuto prima per non doverli maledire poi. 

Due anni fa la foratura di Van Aert interruppe il duello a cui stavamo facendo la bocca, di nuovo la Roubaix ha confermato la sua natura di corsa imprevedibile, incomparabile, “una corsa – scrive stamattina L’Équipe – che distribuisce punizioni e tende trappole a suo piacimento. A noi non resta che inginocchiarci davanti alle sue sentenze, perché questo è il fondamento della sua crudele bellezza”.

Sono parole dell’immaginifico Alexandre Roos, il quale ci restituisce la visione di due stambecchi, anzi due dahu – precisa – “tanto camminavano storti alla fine” – due stambecchi disfatti, esausti dalla “violenza della lotta che avevano appena ingaggiato, con le gambe arcuate ancora piene di tossine”.

Pogacar e Van der Poel avevano lo stesso piano, trasformare la Roubaix in una corsa a eliminazione. Hanno cominciato a farlo a 103 km dal traguardo, sul pavé di Haveluy, “con una partita di scacchi in mezzo a una valanga di watt”. Si erano isolati al comando per una foratura del terzo incomodo Mads Pedersen a Sars-et-Rosières. Era stato bravo a infilarsi nell’azione giusta. Filippo Ganna no, Filippo Ganna mai. Come mai si è visto nel cuore della domenica Van Aert, forse ormai definitivamente scollato dalla crema delle corse scandite dai “due orchi” [così li chiama Roos], in una atroce ripetizione del destino toccato da un paio d’anni a Julien Alaphilippe.  Ed è così irragionevole e così naturale che la corsa sia stata decisa da un gesto dolce e delicato, un colpetto di polso e di braccia al manubrio della bici, affinché le ruote non andassero storte in qualche solco nel prato e l’ambizione non affogasse nell’erba. 

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La delicatezza di Van der Poel e la sua bici

  Alessandra Giardini sulla Gazzetta ha scritto un pezzo definitivo, dopo il quale tutto è chiaro: quel che è successo e quel che non poteva andare diversamente. Racconta perché “non c’è nessuno al mondo capace di guidare la bici come fa Mathieu van der Poel”. 

È una combinazione “di testa e gambe, di potenza associata a un’abilità tecnica non comune”. È questione di “condizione fisica, di tenuta, ma soprattutto di equilibrio. Van der Poel sulle pietre sembra che scivoli, che galleggi leggero, nonostante i suoi 75 chili distribuiti su 184 centimetri di altezza”.

Giardini ricorda di quando una volta al Tour continuò a pedalare con una gomma a terra in attesa dell’ammiraglia e a una rotonda la gomma posteriore scivolò all’indietro. “Lui la superò lentamente sapendo esattamente quale sarebbe stata la reazione della sua bici. Ma per quel giorno non era finita: mentre pedalava sulla prima salita, sollevò e girò la ruota davanti in modo da evitare una borraccia a terra. Un livello di sicurezza inaudito, che dimostra come la bici sia parte del suo corpo”.

Come i figli dei fiumi e delle ninfe, come i miti e i mostri nati dall’accoppiamento tra una divinità e un essere umano, MvdP è per metà persona e per metà Canyon Aeroad, lo strumento che asseconda la sua aggressività e la sua sensibilità di guida. Una bici del suo colore preferito, il bianco, con una diversa posizione del bullone di fissaggio del reggisella. Bianco è il casco, bianchi i calzini, bianche le scarpe. 

La rivista Rouleur ha spiegato che “la congiuntura tra il tubo orizzontale e il tubo della sella ha una forma più rastremata all’interno della giunzione per creare spazio per il cuneo del reggisella, mentre l’angolo è molto più netto. Il bullone si trova nella parte posteriore della bicicletta. Presenta una lunghezza ridotta del fodero e tubi larghi, oltre al manubrio regolabile in larghezza che può essere regolato anche in altezza senza dover smontare il manubrio. Il reggisella si flette all’interno del telaio con l’obiettivo di migliorare il comfort. La posizione di Van der Poel è bassa e aggressiva, con il manubrio schiacciato verso il basso, anche se le sue manopole sono notevolmente dritte e non rivolte verso l’interno, un cambiamento rispetto alla tendenza che si vede regolarmente nel gruppo”.

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Il sito Bici da Strada ha spiegato che “un paio di scelte che vanno in controtendenza rispetto ai suoi principali avversari. La prima riguarda le pedivelle. Mentre in gruppo la tendenza è di accorciare in modo significativo le leve (Van Aert è passato alle 165 mm e Vingegaard pare stia addirittura testando le 150 mm), Van der Poel rimane fedele alle collaudatissime 172,5 mm. La seconda riguarda il posizionamento della sella, che non è estremo. È piuttosto arretrato, posizionata nella parte finale del carrello”

Ma soprattutto, sottolinea Giardini, “nessuno tiene il manubrio come lui: gli altri mettono i guanti, i cerotti, la gommapiuma per attutire i colpi delle pietre, lui corre a mani nude, e quando arriva al traguardo sono inaspettatamente intatte. Non è un miracolo, è la conseguenza di una scelta precisa. In bicicletta, quando arriva un tratto di pavé (ma non è diverso prima di una brutta discesa) tutti gli altri istintivamente si irrigidiscono, lui no: van der Poel rimane morbido come una carezza, regala al suo manubrio una presa leggera. Non si oppone al pavé, lo asseconda”. 

È qui che il ciclocross restituisce in primavera e su strada quanto ruba d’inverno e nel fango. Perché questa presa così alta e fluida che ti fa scansare il solco, il prato e le transenne  viene da quella pratica, dalla capacità di “pedalare seduti – ancora Giardini – con le mani basse, con il busto perfettamente parallelo al terreno. Per domare l’Inferno bisogna contrastare il caos con la massima compostezza. Sul terreno più accidentato che ci sia bisogna tenersi in equilibrio danzando sulle pietre”. 

La prospettive di Pogacar

A Pogacar non solo manca tutto questo. Pogacar è stato indotto all’errore perché “non poteva esimersi dal provare a mettere pressione a Van der Poel, incalzandolo, se voleva avere una possibilità di batterlo nella sequenza Camphin-en-Pévèle – Carrefour, sapendo che altrimenti sarebbe stato condannato a perdere al velodromo”. 

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È la lettura della corsa che dà Roos: “Ecco perché ha attaccato con tanta durezza al settore fatale di Pont-Thibault. Ma bisogna anche dire che dai 150 km al traguardo, quando il nervosismo dell’avvicinamento al pavé aveva già eliminato molti avversari, Pogacar ha dovuto arrangiarsi da solo, senza compagni. La UAE può anche essere la squadra più potente al mondo, ma non lo è ancora in strada. Florian Vermeersch è arrivato quinto, ma è stato di scarsa utilità al suo capitano”. 

Tuttavia all’inviato de L’Équipe pare che “nella sua rincorsa alle cinque Monumento, Pogacar potrebbe avere meno difficoltà a conquistare un giorno la Parigi-Roubaix che la Milano-Sanremo”. Pogacar è diventato il primo vincitore del Tour de France a salire sul podio della Roubaix dai tempi di Laurent Fignon nel 1988. È salito sul podio nelle ultime sette Monumento a cui ha preso parte. Nessun percorso gli è inadatto, non c’è gara dove non possa essere un protagonista. Anche sulle pietre dove è più utile avere un corpo da giganti. “Pogacar tornerà presto a Roubaix ed è la promessa di questo nuovo duello che portiamo con noi uscendo dal velodromo” dice Roos.

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