Chissà se la maratona è di destra o di sinistra

 

Liberale o solidale: un dibattito su L’Equipe

Questa piacerebbe a Gaber, il quale a un certo punto del suo percorso si fece prendere da una punta di indifferenza ideologica dopo tanta militanza, fino a risultare insofferente alla necessità di tirare una riga e separare quel che vive a destra da quel che sta a sinistra. “La gente è poco seria quando parla di sinistra o destra” cantava nel 1994 notando che “i collant son quasi sempre di sinistra, il reggicalze è più che mai di destra”. Era l’anno in cui dentro casa sua Ombretta Colli veniva eletta eurodeputata nelle liste di Forza Italia. 

E sia. Questa piacerebbe a Gaber. In Francia L’Équipe si domanda se la maratona, se la corsa, sia di sinistra o destra. “Poiché accoglie sulla sua linea di partenza tutte le corporature, tutte le origini geografiche, culturali e sociali – ha scritto Jean-Christophe Collin – possiamo considerare, da un certo punto di vista, che la maratona corrisponda a una visione liberale della società. Ogni persona si distingue in base alle sue qualità, alle sue capacità, alla sua volontà, al suo merito. Ma possiamo pure considerare che si tratti della disciplina più democratica, quella che non richiede né materiali né mezzi, e dunque sarebbe piuttosto di sinistra. Non ci sono vantaggi legati alla nascita, nessun capitale sociale. La prova è che si tratta dell’unica attività umana dominata dai dannati della terra, le popolazioni del Corno d’Africa”.

Ecco. Queste sono le posizioni ai blocchi di partenza, e già si potrebbe eccepire sul tipo di destra che ha in mente Collin, o sul tipo di sinistra, si potrebbe in verità pure eccepire su quel passaggio sui materiali e i mezzi, se le scarpe ai piedi di chi corre costano adesso quel che costano, accessoriate come sono di suole in carbonio e schiuma anti-acido lattico. 

Ma non siamo venuti qui per seppellire il dibattito. Il dibattito sì. 

Poiché a L’Équipe si volevano divertire fino in fondo sono andati a porre la domanda a due politici di schieramenti contrari. Uno è François Ruffin, 49 anni, deputato della Somme del gruppo Écologiste et Social, l’altro è David Lisnard, 56 anni, sindaco di Cannes per i Républicains e presidente dell’Associazione sindaci di Francia. Due politiche che corrono e che hanno dato risposte, dice Collin, “più profonde della domanda stessa”.

Ruffin dice che «la maggior parte delle persone che corrono la maratona, vanno per sentieri, fanno 10 km nel fango, in definitiva non corrono l’uno contro l’altro come i campioni, ma l’uno con l’altro. La maratona è una corsa contro sé stessi e insieme agli altri. Quando percorro il sentiero Vidames, quando vado a Picquigny e devo farmi una salita impossibile nei campi di patate, la gente vede che faccio fatica, mi incoraggia, tiriamo avanti insieme. I più eroici spesso non sono necessariamente i primi ma gli ultimi, coloro che nonostante la sofferenza arrivano fino in fondo. Quindi non dico che la maratona sia di sinistra, non voglio appropriarmi di una disciplina praticata da molte persone. È un’attività solitaria, certo, ma altruistica e piena di solidarietà. Per me è di sinistra il senso dello sforzo. Quando sei di sinistra, sei abituato a combattere contro molte forze, finanziarie e internazionali. Tutto ciò richiede resistenza. Il sentiero è lungo e la pendenza è ripida. Sono un sostenitore dell’idea che il lavoro e il senso dell’impegno siano valori di sinistra». 

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D’altra parte – e dall’altra parte – David Lisnard dice di correre quattro volte a settimana tra mezzogiorno e le due, fa due maratone all’anno dopo aver praticato la boxe e il tennis, e ammette di non essersi mai posto la domanda. Prima si rifugia in una metafora [«Quando metto le scarpe da runner, le metto sia sul piede destro sia su quello sinistro»] e poi abbraccia l’idea che la maratona metta in evidenza le disuguaglianze fondamentali che esistono tra gli individui. “La maratona ci ricorda anche l’uguaglianza dei diritti: abbiamo tutti il ​​diritto di essere sulla linea di partenza. Queste disuguaglianze fondamentali vengono compensate da una nozione che io difendo: il merito. La maratona è una sofferenza. Attraverso l’impegno possiamo migliorare e crescere. Una maratona è la combinazione della disuguaglianza iniziale con la possibilità di progredire attraverso lo sforzo. È un errore fondamentale credere che i dannati della Terra siano di sinistra e siano difesi dalla sinistra. È stata la società liberale a far uscire dalla povertà la maggior parte delle persone, un miliardo di persone negli ultimi 150 anni. Gli sventurati della Terra dominano anche altri sport. I keniani e gli etiopi non hanno successo perché sono dannati, altrimenti anche i latinoamericani vincerebbero nella corsa. Dominano perché vivono sugli altipiani, dove corrono fin da bambini su lunghe distanze per andare a scuola, a un’altitudine di 2.000 metri, e dove da sempre sviluppano la loro resistenza. Poi hanno sviluppato una cultura con modelli di successo come Eliud Kipchoge, Haile Gebreselassie, Kenenisa Bekele. I giovani li ammirano, vogliono imitarli, c’è una motivazione sociale molto forte. Infine hanno campi di addestramento rigorosi in cui si allenano insieme». 

Insomma boh, vedete voi. Una trentina d’anni fa questo giochino attraversò l’Italia avendo per oggetto la difesa a zona e la marcatura a uomo: qual è di destra, qual è di sinistra. A un certo punto del dibattito, il principio della divisione del campo in porzioni eguali e la consapevolezza che Gentile su Zico e su Maradona aveva fatto réclame alla sopraffazione fisica stava facendo slittare la zona verso l’emiciclo di sinistra. Solo che la faccenda rischiava di essere imbarazzante per l’appartenenza di Arrigo Sacchi e venne trovata una formula più rassicurante, ma adesso chi se la ricorda, sono passati troppi anni, e forse aveva finanche ragione Gaber. 

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