
Ode a Caleb Ewan, australiano che in bicicletta se ne sta tutto appallottolato per diventare esplosivo negli ultimi metri prima del traguardo, quando una corsa diventa più semplicemente una volata, con la consapevolezza che semplice non significa facile. Caleb è alto quanto Maradona.
Ormai ha trent’anni. Ha vinto cinque tappe al Tour e cinque tappe al Giro, ma le ultime sono rispettivamente del 2020 e del 2021. Quella alla Vuelta è di dieci anni fa. Due volte ha creduto di poter vincere perfino la Sanremo, due volte secondo dietro Nibali nel 2018 e dietro Stuyven nel 2021. Caleb Ewan da un po’ andava rassegnandosi all’idea di poter primeggiare solo nei vari Giri dell’Oman e dell’Arabia Saudita. A un certo punto aveva finanche perso la certezza di voler andare avanti, non era più sicuro di sentirsi un ciclista, uno che si alza la mattina, mette la tuta, la felpa, il cappuccio, esce sotto la pioggia e si fa 200 km in strada in mezzo al traffico per allenarsi. Ha cambiato tre squadre in tre anni e non gli andava più di continuare a correre per il gusto di correre, sentiva di non avere altro da dimostrare e di avere una famiglia a casa a cui doversi dedicare.
La INEOS gli ha dato un posto e ieri sul traguardo della seconda tappa del Giro dei Paesi Baschi, Caleb Ewan ha fatto il Caleb Ewan, alla fine di una giornata di corsa su lunghi rettilinei attraverso campi di fiori e ulivi, tenendo a portata di mano i cinque corridori in fuga [a due minuti] per raggiungerli nel finale come i manuali spiegano che si debba fare. Ai 200 metri Luca Van Boven era convinto di arrivare primo. Questa fa Caleb Ewan. Assesta un morso alla corsa un secondo prima che sia finita, con il petto quasi appoggiato sul manubrio. Per dire che le gambe ci sono ancora, la testa c’è ancora, la sicurezza c’è ancora. È tra gli iscritti al Giro di Romandia, e che serà serà.