I nuovi padroni del racconto sportivo

I nuovi padroni del racconto sportivo

La partita è mia, e me la racconto io. L’abbiamo chiamata l’età della disintermediazione, l’inizio della fine del potere per i detentori della narrazione. Se un cittadino può accedere direttamente alla fonte di informazione, il lavoro dei tradizionali intermediari – giornalisti e altri professionisti della comunicazione – svanisce o evapora. Non tutto è avvenuto ovunque alla stessa velocità o seguendo lo stesso percorso, non in tutti i paesi [ci sono differenze tra mondo libero e regimi], non in tutti gli ambiti e settori, non a parità di tecnologia. Le primavere arabe nell’area del Mediterraneo innescarono una serie di ragionamenti sulle grandi potenzialità emancipatrici della rete, gli studiosi parlarono della Rivoluzione di Facebook, erano ancora giorni di ottimismo intorno a Internet, al netto del solito tono apocalittico che accompagna ogni innovazione. Ma insomma erano ancora giorni in cui la telefonia mobile era considerato uno strumento di mobilitazione e di partecipazione politica, offriva quello che Paolo Mancini nell’Atlante geo-politico Treccani definisce maggior pluralismo, maggiori possibilità di sfuggire a quel controllo che si può invece esercitare quando si è in presenza di un mercato accentrato della comunicazione

E poi cos’è successo?  Il pluralismo promesso si è rattrappito. È successo quel che Manuel Castells aveva intuito sui nuovi media quando faceva notare che «negli Stati Uniti la radio ha impiegato trent’anni per raggiungere sessanta milioni di persone, la televisione ha raggiunto questo livello di diffusione in quindici anni; internet lo ha fatto in soli tre anni dalla nascita del world wide web». È successo che la storia dei mezzi di comunicazione è passata dall’età della scarsità all’età dell’abbondanza – lo scatto che nel campo del giornalismo sportivo Gian Paolo Ormezzano ha descritto come il passaggio dall’età dell’amore all’età della pornografia [I Cantaglorie, 66thand2nd]. 

La partita è mia, e me la racconto io. Il gol è mio, e me lo racconto io. Con una storia o un reel su Instagram, con un podcast, con un posto dove vengo a prendermi il tuo clic. Deutschlandfunk, la radio pubblica tedesca, ha dedicato un programma all’argomento, chiedendosi tra messa in scena, intrattenimento e analisi: in che modo i media influenzano lo sport?

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio stamattina nel suo editoriale dice che l’informazione sportiva è immersa dentro un eterno primo aprile, nel senso che le numerose fonti di rumore che attraversano la nostra strada ogni giorno non sono tutte autorevoli e attendibili. Scrive: Ci sono ancora tanti lettori che credono a quello che leggono sui giornali o ascoltano in tv: nel preciso momento in cui si diffonde deliberatamente qualcosa di falso, li si froda. Sarà anche un dettaglio, ma per noi è ancora fondamentale rispettare chi spende un euro e mezzo per un quotidiano, sempre che riesca a trovare un’edicola nel raggio di 10 chilometri.  Il punto è questo: se affermo che il Milan non ha cercato Allegri e la Roma l’ha sondato soltanto prima di Ranieri, mai dopo – ed è la verità – risulto meno attrattivo di chi dà Klopp al Milan o Xabi Alonso alla Roma. Così come quando ricordo che Guardiola ha rinnovato col City a 30 milioni l’anno e per questo non è praticabile per l’Italia, e che Ancelotti spera di restare un altro anno al Real o, in caso di rottura con Florentino, chiudere come ct del Brasile.   Più la balla è grossa e più è social. Ma senza la credibilità è solo una bocca che parla ma non dice niente.

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Il tema è gigantesco, potenzialmente senza confini. Il giornale accademico dell’Athens Institute si è occupato con Christoph Bertling di come il movimento olimpico stia rispondendo alla decadenza del mercato del giornalismo sportivo e all’ascesa della digitalizzazione. Bertling è il responsabile dell’Istituto di comunicazione e ricerca sui media presso l’Università tedesca dello Sport di Colonia e nell’introduzione al suo studio si legge che “il giornalismo sportivo è in profonda crisi. Se ne possono osservare carenze funzionali, strutturali e organizzative in tutto il mondo. Le redazioni vengono esternalizzate, il personale tagliato, i costi di viaggio ridotti al minimo. Queste profonde rotture col passato stanno causando una copertura inferiore di numerosi eventi. Le conseguenze sono di vasta portata per organizzatori e atleti. Informazioni importanti non vengono più diffuse oppure alcune vengono trasmesse in modo errato e inadeguato. Queste tendenze possono essere osservate anche ai Giochi olimpici

La risposta del Comitato olimpico internazionale è nel documento di Bertling, mosso a dimostrare come il movimento abbia costruito delle proprie strutture mediatiche per posizionarsi intelligentemente e strategicamente nelle cosiddette strutture mediatiche verticali. Più o meno significa quella cosa che nella musica ha un corrispettivo in Brunori Sas: adesso mi racconto io. Così è finito in tutti i feed, in tutti i reel, in tutti i posti dove c’è un Jackal o Tintoria, ma soprattutto in tutti i posti dove lui da solo può dire di sé. 

Il CIO – spiega allora Bertling – è riuscito a rendersi ampiamente indipendente dal giornalismo sportivo e a fornire ai propri stakeholder un reporting di alta qualità attraverso il proprio lavoro di pubbliche relazioni e media, proteggendo allo stesso tempo l’idea del movimento olimpico. La prossima sfida è facile da intuire: La crescente integrazione delle tecnologie AI rafforzerà molto probabilmente la tendenza delle organizzazioni sportive a darsi delle proprie case mediatiche e a perfezionare sempre di più le proprie strutture

Lo studio cita 52 lavori nella bibliografia per giungere alla conclusione che con la sua commercializzazione, lo sport si è sempre più allineato alla logica dei media. A causa della mancanza di qualità nel giornalismo sportivo e delle crescenti possibilità offerte dalla digitalizzazione – dice Bertling – il secondo passo è stato quello di darsi delle proprie strutture mediatiche. La riduzione dei costi per la produzione e la distribuzione dei contenuti vanno di pari passo con la possibilità di avere una politica del proprio brand e un’immagine particolarmente efficace ed efficiente. La moderna gestione sportiva richiede anche e sempre più spesso una gestione strategica dei media, anche per le organizzazioni sportive più piccole.

Non solo organizzazioni sportive, lo vediamo ogni giorno: anche per i singoli atleti. Proprio in queste ore il circo[lo] mediatico della NBA è scosso dalla polemica che Lebron James sta conducendo contro la narrazione ammalata di negatività. LeBron è avanti. Non parla solo di media tradizionali e mainstream. LeBron ci mette dentro pure i vecchi campioni che si sono aperti una newsletter su Substack o un podcast su qualche piattaforma. L’età dell’abbondanza ha moltiplicato le fonti di rumore e spesso il rumore è tossico, sostiene LeBron, mentre a lui pare che la NBA non abbia mai vissuto un periodo migliore di questo. 

Presto capiremo la sincerità della posizione di LeBron, o se ne è convinto perché di quel mondo fa ancora parte. Lo capiremo appena toglierà la canottiera e continuerà a dire la sua in qualche maniera.

Già oggi con il podcast Mind the Game si propone come un’alternativa alla copertura della NBA. È un podcast che ha cominciato a realizzare l’anno scorso con JJ Redick: si sono trovati così bene assieme che LeBron ha fatto in modo di fargli avere la panchina dei Lakers. Con un intervento al The Pat Mcafee Show LeBron ha rilanciato le sue idee, suscitando la reazione dell’establishment. Brian Windhorst di ESPN ha detto che pur comprendendo la prospettiva di James, ritiene che le cose non siano così nette come lui le percepisce, mentre Kendrick Perkins sulla stessa rete ha detto che LeBron deve smetterla, «sono stanco delle sue lezioni su come viene coperta la Lega solo perché lui vuole una copertura di un certo tipo. Tutto ciò che esce dalla bocca di LeBron James non è il vangelo».  

Il canestro è mio, e me lo racconto io. Del tema si è occupato anche Flavio Tranquillo per Sky Sport Insider dove ha scritto che se si partecipa alla media coverage di cui sopra, dichiararsi superiori o alieni è puerile. Essa è infatti un effetto, scontato, del passaggio dall’informazione di una volta (top-bottom) a quella di oggi (peer-to-peer). Laddove per top-bottom intendo ‘io sacerdote mediatico scrivo/parlo e tu fruitore leggi/ascolti’, e per peer-to-peer l’applicazione del concetto di ‘uno vale uno’ alla capacità di informare su un dato tema. Sia ben chiaro che non c’è nulla del passato da mitizzare e nulla dell’attualità da demonizzare, anzi. Allo stesso tempo, però, neppure si possono ignorare cambiamenti di questa portata

Nel citare Italo Calvino e la sua definizione di esattezza, Tranquillo dice che il punto, per chiudere, è semplice: per informarci, abbiamo tutti bisogno di punti di riferimento. Solo che siamo in mezzo a una lotta sempre più generalizzata (e anche abbastanza selvaggia) per assicurarci il ruolo di punto di riferimento (assumendo che esso porti con sé egemonia, superiorità, potere, fama o altro). La tentazione alla prova di forza che ne nasce, alimenta una media coverage sempre più impegnata a ritoccare le foto di una realtà che già di suo è difficilissimo mettere a fuoco.

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