Noi e gli ultimi: 100 anni di Malabrocca

Proprio stasera che riapre il Vigorelli. 
Ma non sarà stato fatto di proposito.
Proprio stasera che riapre il Vigorelli, il ciclismo  italiano celebra il centenario della nascita di Luigi Malabrocca.
L’ultimo che fu famoso più di molti primi.
L’ultimo che fu più ricco di molti secondi.
L’anti-rosa.
La maglia nera per eccellenza al Giro d’Italia. La vinse due volte di fila (1946, 1947) e una terza si fece fregare. Sapendo di non poter battere Coppi e Bartali, allora correva per perdere da tutti.
Il Vigorelli e Malabrocca insieme sono imbattibili. 

 

C’è un nuovo calendario per la pista milanese, c’è un protocollo sanitario che nella sua storia il velodromo non aveva conosciuto: ingressi contingentati, temperatura corporea presa all’ingresso, autocertificazione di buona salute, distanziamento sociale, obbligatori guanti mascherina e occhiali protettivi. Ciclisti distanti 20 metri da chi è davanti e due metri di lato per il sorpasso. Si accede per prenotazione, il noleggio bici è attivo. 

 

Campionati mondiali, record dell’ora, le bombe della guerra, match di boxe, la nevicata del 1985, i concerti rock. Proprio ieri Ricky Gianco diceva a Luigi Bolognini su Repubblica che il suo grande rimpianto continua a essere il no detto ai Beatles. «Mi invitarono a Londra a un concerto: ragazze che lanciavano i reggiseni e svenivano. Piansi di emozione davanti alla Storia. John era enigmatico, geniale, Paul aperto e musicale. Mi chiesero di aprire i concerti del Vigorelli del 1965. Io, cretino, dissi di no per paura. Uno dei tanti errori della mia vita».

 

| Un vecchio matto sospettava che gli stadi vivessero. Lo stadio deserto non appariva al mio amico come una conchiglia vuota. Gli suggeriva un’immagine surrealistica: gli offriva la sensazione che la pista e il prato osservassero le tribune. A suo avviso, rimanevano, nello stadio, nel velodromo, nell’ippodromo deserti un grado di febbre, di calore, la linea, il tono di un avvenimento vissuto. Ma si può amare uno stadio? Accade. Lo stadio più amato dai milanesi è il velodromo Vigorelli.
di mario fossati, la Repubblica, 17 luglio 2005

 

Fra la tante che ha visto, al Vigorelli una pandemia mancava. Quando l’impianto aprì nel 1935, Luigi Malabrocca aveva quindici anni e gli occhi a mandorla. Forse già lo chiamavano Cinese. Prima di diventare l’antieroe che fu, era stato portaordini dell’Ottavo Bersaglieri in Libia. Lo rimpatriarono perché altri due fratelli erano morti in guerra. Era di fede evangelica, fu sua moglie a convertirlo al cattolicesimo dopo il matrimonio. Lei si chiamava Ninfa. 

 

  Questa storia della maglia nera, Malabrocca se la mise in testa in un pomeriggio di giugno, nel quale arrivava a Prato il primo Giro dopo la fine della guerra. Quel giorno c’era un vestito come premio per l’ultimo della tappa. Un catanese, Mario Fazio, tirò il freno sotto lo striscione un attimo prima del traguardo e fece passare Malabrocca. «Allora mi sono messo di punta e alla fine l’ho battuto» raccontò il Luisin, pavese d’adozione, in una delle ultime interviste con Claudio Gregori per la Gazzetta dello sport (9 luglio 2005).
«L’ultimo riceveva premi in natura, soprattutto al Sud: la botte di vino, il salame, il maiale, il vitello. Li rivendevo oltre il traguardo e intascavo i soldi. Tanti soldi. Nel 1947, a Lugano, Bresci vinse e intascò 50 mila lire, io arrivando ultimo 80 mila. Nel ’49 il decimo della classifica finale ricevette 25 mila lire, con i miei ultimi posti ne ho messe assieme 270 mila. Ero sempre tra i primi dieci come guadagni. Senza contare che poi ti invitavano alle riunioni». 

 

Non è che gli altri non ci avessero pensato. Arrivare ultimo non era facile. C’era da far battaglia. Malabrocca aveva affinato qualche trucco. Si fermava e si nascondeva tra i cespugli, oppure una volta a Bolzano si infilò con tutta la bicicletta dentro una vasca di mattoni e chiuse il coperchio di lamiera sopra la testa. “Durante la guerra – ha raccontato Claudio Gregori – campava catturando le talpe per fare pellicce, pescando le rane o le bottine (il chiozzo di acqua dolce)”. La prima volta che qualcuno gli portò via la maglia, Sante Carollo – al Giro del 49 – smise di cercarla. «È arrivato ultimo con 2 ore di ritardo da me, che ne avevo già 7 da Coppi. Gli avevo fatto la proposta di dividere, ma non l’ha accettata» raccontò. 

 

Quando qualche mese fa cadde il centenario della nascita di Coppi, il sindaco di Castellania mi fece notare l’esistenza in zona di un triangolo contro-industriale, del tutto sentimentale, in opposizione a Milano-Torino-Genova, e ai cui vertici stavano tre luoghi con tre simboli dell’Italia popolare: il suo paese con il campionissimo Fausto, Tortona con l’ultimissimo Malabrocca, Voghera con la medietà della casalinga di Arbasino. 
Ora, campionissimi e casalinghe hanno un profilo chiaro. È su gli ultimi che a questo punto nascono dei dubbi. Perché gli ultimi sono sempre stati gli schiavi in Egitto del Dio dell’Esodo, sono stati i poveri, gli storpi e i peccatori di Gesù. Sono stati i pescatori di Verga e i cafoni di Silone, le spigolatrici di Millet e lo spaccapietre di Courbet. Sono state le puttane, i rom e i travestiti di De André. Gli ultimi sono sempre stati quelli che al massimo – oggi e quando capita – possiedono una dose di umana compassione. Quando gli va bene – e per il futuro – sono proprietari di una promessa. Saranno le anime salve, sono gli ultimi che saranno i primi. 

 

| discussioni | 
Ma è davvero un ultimo, Malabrocca?

 

Nell’elogio degli ultimi, che cosa c’entra Malabrocca? Degli anti eroi sportivi è diventato il portabandiera. Eppure si tratta di una bandiera mezza usurpata. Malabrocca la maglia nera la voleva. La cercava. Con ogni mezzo. Malabrocca la maglia nera (con il suo montepremi) la vinceva. Arrivava ultimo solo al Giro d’Italia, le altre corse provava a vincerle, spesso gli riusciva, raccontava di quando da dilettante aveva battuto anche Fausto Coppi. Che ultimo è un ultimo così? 
Andrebbe celebrato casomai come il più bizzarro degli uomini di successo, il più creativo, il più moderno addirittura, perché trasformò la sconfitta in un motivo di marketing. Ma non è un romantico sconfitto. Non è umiliato e offeso. Non appartiene “alle genti meccaniche e di piccolo affare”. Malabrocca non è Eric Moussambani, il nuotatore guineano che quasi annega in piscina ai Giochi di Sydney e impiega 2 minuti per fare 100 metri. Non è Bocca di Rosa. Non è il lebbroso di Galilea. Malabrocca è uno che perde quando a un certo punto deve essere diventato fico perdere. Ma quando diventa fico, lo sconfitto non ha perso più. 

 

Valeriano Zanazzi è un ultimo. Come sarebbe: chi è Zanazzi? È il primo che nel ciclismo perde per davvero. È il vero ultimo. È il penultimo quando nasce il premio per l’ultimo. Arriva davanti a Malabrocca (cioè dietro) al Giro del 46. È un mantovano, un gregario di Fausto Coppi, viene da una famiglia di ciclisti. Suo fratello Renzo era stato maglia rosa, a lui non riuscì di prendere nemmeno la nera. Non c’è mai Valeriano Zanazzi nelle canzoni, non c’è lui nello spettacolo teatrale di Luca Argentero: È questa la vita che sognavo da bambino. C’è Malabrocca. Malabrocca non è un indiano. Malabrocca è John Wayne con un cavallo di un altro colore. 

 

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