Lo Slalom del 10 febbraio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

 

lunedì 10 febbraio 2025

|   I tifosi di Philadelphia non fanno distinzioni. Fischiano tutti

Dick Stuart

 

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

La festa di Philadelphia per il Super Bowl

  L’egemonia è finita, andate pure in pace. Non c’è mai stata in NFL una squadra capace di vincere tre volte di fila e non c’è neppure adesso. Kansas City si è fermata sulla soglia e Philadelphia sta bevendo tutte le bottiglie che riesce a stappare solo quando c’è il football di mezzo. Non vince un titolo nel baseball dal 2008, non vince un titolo nel basket dal 1983, non vince un titolo nell’hockey dal 1975. Eppure c’è il Super Bowl, non sarà The Process, ma è il secondo del nuovo secolo che le Eagles afferrano. 

Una squadra più fragile si sarebbe arresa, ha scritto Zak Keefer su The Athletic, ricordando la sconfitta di due anni fa, stessa avversaria, stessa finale. Non sarebbe tornata qui perché non sarebbe stata in grado di superare la serie di tempeste che questa franchigia ha dovuto affrontare lungo il cammino. E non avrebbe fermato la storia sul palcoscenico più importante di questo sport.

Le Aquile hanno vinto 40-22 al Caesars Superdome di New Orleans per vendicare la sconfitta subita all’ultimo secondo nel 2023. La città dell’Amore Fraterno è in cima al mondo del football. Choose Love c’era scritto in fondo a bordo campo. 

La difesa Eagles è stata così dominante che Patrick Mahomes, tre volte MVP del Super Bowl prima dei trent’anni, ha giocato una delle peggiori partite della sua carriera. Jalen Hurts ha convinto tutti. Il premio di migliore in campo è andato a lui. Mahomes è stato tenuto sotto pressione per tutto il tempo. È stato placcato sei volte e fermato 11. Ha concluso 21 passaggi su 32 per 257 yard, con tre touchdown e due intercetti, ma la maggior parte delle giocate efficaci e migliori sono arrivate quando il risultato era chiuso a chiave in una cassaforte della Pennsylvania. arrivata ben dopo che la partita era stata decisa. Quando i Chiefs hanno passato la metà campo, erano già sotto 0-34. È stato uno spettacolo raro – dice The Athletic – uno dei più grandi giocatori di sempre sembrava mortale: ovviamente Mahomes. Kansas City diventa la nona squadra di sempre a tentare il tris e a mancarlo. Per Mahomes è la quarta sconfitta in una partita di play-off in sette anni di carriera.

Hurts ha sbagliato solo cinque passaggi, con 221 yard e un record di corsa nel Super Bowl per i quarterback [72 yard], oltre a tre touchdown. Il trionfo di Phialdelphia ha chiuso anche una delle migliori stagioni di sempre per un running back: con 57 yard Saquon Barkley ha superato Terrell Davis per numero di yard corse in una singola stagione nella storia della NFL, inclusi i playoff. Sono 2.504: il suo ingaggio a marzo è stata la mossa che ha cambiato la storia del campionato. Alibay Barkley, giovane pugile del Bronx, aveva deciso di chiamare suo figlio con un nome italiano, Niccolò, da Niccolò Machiavelli, vai a sapere se l’attrazione era dovuta al titolo di Principe o alla fraintesa convinzione secondo cui il fine giustifica i mezzi. La madre si oppose, ma quale Niccolò, ‘sto bambino si chiama Saquon, tu pensa a combattere. 

Come tutti i figli che devono uscire dal cono d’ombra del padre, Saquon nel cono ha dovuto prima passarci. È salito su qualche ring e poi ha scelto il football. È andato al liceo di Whitehall, si è fermato là al college, adesso diventa grandissimo a Philadelphia. I Giants lo avevano scelto al Draft del 2018 col numero #2. Era stato rookie dell’anno, ma a NY aveva cominciato a rompersi: caviglie, gomiti, cosce, fino al crociato del ginocchio destro. Stanotte non ha mai perso il controllo della partita. 

Nel cammino di Philadelphia verso il titolo, c’è anche il ricambio totale dello staff tecnico. Entrambi i coordinatori della scorsa stagione, Brian Johnson e Sean Desai, sono stati licenziati. Kellen Moore è diventato sarebbe responsabile dell’unità d’attacco, un mezzo commissariamento del coach Sirianni. Vic Fangio è stato chiamato a stravolgere il pacchetto difensivo quando le Eagles sono state al 30esimo posto per punti concessi la scorsa stagione. Jason Kelce si è ritirato. La pressione su Sirianni è stata altissima per tutto l’anno. Il campionato è cominciato con le domande a Jalen Hurts sulla tenuta del suo rapporto con l’allenatore. I due non sono sempre stati sulla stessa linea. Un inizio incerto di due sconfitte nelle prime 4 partite ha aggiunto tensione. I bookmaker hanno cominciato a darlo tra i cinque coach che sarebbero saltati durante la stagione.

Poi qualcosa è cambiato. Su insistenza di alcuni dei migliori giocatori della linea offensiva, Sirianni e Moore sono andati a prendersi la firma di Barkley. Philadelphia ha vinto 10 partite consecutive, il titolo a Est, il Super Bowl. La difesa di Fangio è salita dal 26esimo posto per yard concesse al primo. DeJean e Quinyon Mitchell hanno avuto una stellare stagione da rookie. Baun è stata una rivelazione come linebacker. Jalen Carter uno dei migliori distruttori della lega. Ora c’è un nuovo campione e in maniera molto americana Jerry Brewer ha scritto sul Washington Post che si tratta di un sollievo per coloro che erano stanchi di guardare i Chiefs girovagare indisturbati per il loro regno. È stata una partita che ha sancito il ritorno dell’equilibrio. La storia non si è inchinata ai Chiefs, i Chiefs sono stati bastonati dalla storia. Può darsi che adesso vadano in stand-by pure i discorsi che attribuiscono il calo degli ascolti tv della NBA alla mancanza di una dinastia. Non ce l’ha neppure la NFL. 

LO SHOW  The Athletic ha affidato la pagella dello show di Kendrick Lamar a Levi Weaver, suo editorialista di baseball ma pure musicista, compositore, 1.000 concerti tenuti in 43 stati del paese e 10 nazioni all’estero. A quale posto nella classifica di tutti i tempi si piazza Lamar? Risultato: quarto posto. Come Ghali a Sanremo. Davanti al Lamar del 2025 ci sono il Prince del 2007 – migliore di tutti i tempi: irraggiungibile; la crew Dr. Dre, Snoop Dogg, 50 Cent, Mary J. Blige, Kendrick Lamar, Eminem del 2022; gli U2 del 2022. Una delle grandi questioni della vigilia è stata l’esecuzione di Not Like Us. La fa, non la fa, chi lo sa. Il dissing con Drake gli ha portato una causa per diffamazione. Nel pezzo gli dà del pedofilo. Lamar non ha usato la parola incriminata, ma ha sorriso mentre guardava dritto nella telecamera e ha detto: Hey, Drake – mentre la folla del Caesars Superdome intonava la frase che parla del La minore. Lamar stesso portava una catena con una A minuscola, il simbolo della nota La nei paesi anglosassoni. 

Dice The Athletic che fin dall’inizio è stato chiaro che Lamar non avrebbe annacquato il suo show. «La rivoluzione sta per essere trasmessa in televisione» ha detto appena prima di eseguire Squabble Up. Durante Humble i ballerini vestiti di rosso, bianco e blu hanno formato una bandiera americana mentre circondavano il rapper, ricreando la coreografia del videoclip. Il set dello show aveva come tema un videogioco, Samuel L. Jackson nei panni di Zio Sam ogni tanto consigliava Lamar su cosa l’America volesse o non volesse da lui. Lamar ha stuzzicato dicendo: «Voglio suonare la loro canzone preferita, ma sai che amano fare causa»

Si è preso un minuto per rallentare il ritmo con Luther e poi con All the Stars prima di dare al pubblico ciò che il pubblico in fondo si aspettava. Con un gigantesco coup de theatre. Quando è partita Not Like Us sulla scena è arrivata per un cameo Serena Williams, che come Lamar ha origini a Compton, Los Angeles, California. Tredici minuti e 26 secondi di show che con i potenti mezzi di Slalom potete vedere qui

  EFFETTO DOLLY

 Ogni  benedetto 10 febbraio

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    EUROGOL

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La ripartenza di Marcus Rashford

Mezz’ora di calcio. Marcus Rashford ha ricominciato a essere Rashford entrando dalla panchina al posto di Malen nella partita di Coppa vinta dall’Aston Villa sul Tottenham [2-1]. C’è grande curiosità intorno a lui, a questo nuovo segmento di carriera dopo tutto quel che gli è capitato negli ultimi cinque anni. È stato un simbolo dell’impegno in pandemia. Ha spinto il governo di Boris Johnson ad allargare la platea delle mense gratuite nelle scuole. Ma letamente è scivolato fuori dalle luci del gioco. 

Barney Ronay ne ha scritto sul Guardian dicendo che Rashford è probabilmente il miglior esempio di calciatore post-verità, una superstar senza risultati da superstar, numeri da superstar né – diciamocelo – talento da superstar. Ma è comunque una superstar. La sua esistenza pubblica è una cosa straordinaria in un’epoca straordinaria, un’epoca in cui ogni atto, ogni primo piano, ogni tic viene elaborato, esaminato, gli viene dato un significato, visto e rivisto su ogni piattaforma. Non c’è da stupirsi che sia difficile, in questo contesto, valutare esattamente cosa significhi il suo prestito all’Aston Villa o come possa funzionare

Rashford è finito sotto l’occhio di Unai Emery, e Unai Emery passa per essere un signore pragmatico. La concretezza è il suo spettacolo ha scritto Ronay, un epicureo che si lascia confondere dalla mitologia di una superstar nostrana. A Rashford verrà chiesto di allenarsi e giocare con dei buoni calciatori come compagni sotto un sistema di allenamento preciso, in un contesto definito. I prestito per un club comportano rischi relativamente bassi. Così come le potenziali ricompense. L’Aston Villa ha ingaggiato un giocatore che ha fatto tre assist nelle ultime 48 partite di Premier League, un giocatore le cui statistiche care a Emery – palloni intercettati, contrasti, fatica, gioco di squadra – sono tutte al ribasso. Ma anche questo fa parte del fascino. Così torniamo alla domanda più basilare di tutte. Rashford è davvero bravo?  Rashford è così popolare [ma anche impopolare] tra i tifosi del Manchester United; perché ha un meccanismo di celebrità alle spalle e per le inevitabili sensibilità politiche che si sono concentrate intorno alle sue battaglie vitali. Una cosa si è confusa con l’altra, ma adesso merita la possibilità di scoprire quanto è bravo; e soprattutto merita la possibilità di essere felice, dopo anni di una delle vite sportive più strane.

figurine

Il piano paziente di Slot su Federico Chiesa

Meriterebbe un po’ di nuova felicità pure Federico Chiesa al Liverpool. Ieri ha giocato finalmente da titolare la partita di Coppa d’Inghilterra contro il Plymouth, la squadra che occupa l’ultimo posto in Serie B, con quattro punti di disatacco dalla zona salvezza. Solo che. Ecco. Come dirlo. Il Plymouth ha battuto 1-0 il Liverpool e lo ha eliminato. 

Jonathan Liew sul Guardian si è occupato di Chiesa e del contesto nel quale è finito. Non è lo stesso Liverpool governato da Jürgen Klopp, il Liverpool nel quale Andy Robertson ricorda di aver vomitato la prima volta che ha fatto il test del lattato. Aveva 23 anni, era appena arrivato da Hull e si considerava in ottima forma. Finché non gli fecero affrontare la sadica sfida che Jürgen Klopp propone in ritiro. Fai dei giri del campo in allenamento, il ritmo aumenta gradualmente e a intervalli regolari un medico viene a bucarti il lobo dell’orecchio per leggere cosa sta succedendo nel sangue. Robertson ebbe conati di vomito, James Milner ha vinto il test del lattato di Melwood per otto anni di fila. 

Ecco. Quei test al Liverpool non si fanno più. Ma Arne Slot e il suo preparatore atletico Ruben Peeters lo hanno sostituito con un esercizio altrettanto estenuante: il test di corsa di sei minuti. Sei minuti sui campi, sotto un caldo torrido, senza pause. Sei minuti in cui bisogna dare tutto. Pare che Mohamed Salah abbia distrutto tutti i compagni. A 32 anni. Dominik Szoboszlai si è lamentato dicendo di non aver mai provato una tale sensazione di bestialità fisica. Slot fa correre questi sei minuti in gruppo perché pensa che la fatica unisca i giocatori in questa specie di agonia condivisa

Federico Chiesa si è perso tutto questo. Non per colpa sua né per volontà. Ha firmato alla fine della finestra di agosto, si è perso il ritiro, si è perso il tour amichevole, il team building, le partite a carte sull’aereo, la visita ai gradini di Rocky a Philadelphia, gli esercizi tattici e si è perso il test di gara di sei minuti. Secondo Liew è il motivo per il quale Slot lo ha tenuto a lungo fuori. Slot ha istituito anche la colazione di gruppo obbligatoria. Le riunioni di squadra si tengono quasi ogni giorno, anziché settimanalmente come con Klopp. 

Chiesa è stato considerato a lungo un granello di sabbia marginale e sembrava destinato – scrive il Guardian – a unirsi a una lunga lista di giocatori italiani che misteriosamente a Liverpool non ce la fanno: Alberto Aquilani, Fabio Borini, Mario Balotelli, Andrea Dossena. Ha giocato solo 25 minuti di Premier League in tre presenza da riserva. Ci sono state le voci di un trasferimento in Arabia e pure quelle che Liew definisce “chiacchiere oziose su un prestito. I giornali italiani sfornano pezzi lamentosi che deplorano il suo destino. I tifosi della Juventus sotto i suoi post su Instagram lo pregano di tornare a casa. Il CT della nazionale, Luciano Spalletti, lo ha esortato a tornare in Serie A – un po’ in modo minaccioso – così può tenerlo sotto osservazione. A prima vista, la prolungata assenza di Chiesa è sembrata un po’ strana”. In effetti è durata cinque mesi in un Liverpool che ha quattro competizioni nelle quali si può ruotare. Oddio. Quattro le aveva. Adesso non più.

Ma Chiesa agli occhi di Slot era indietro. Eppure, dice Liew, il tema distintivo di questo primo periodo di Slot al Liverpool è la pazienza. La pazienza di chiudere un solo acquisto estivo, tenerlo fuori dalla squadra per cinque mesi in modo da liberarlo fresco per la corsa finale. Uno stratagemma astuto o semplicemente un felice allineamento di circostanze?.  

in cento parole

La frenata del Napoli 

Paolo Condò sul Corriere della sera analizza l’1-1 con l’Udinese, risultato che consentirebbe all’Inter di riportarsi a -1 battendo la Fiorentina stasera. 

La squadra di Conte resta candidata forte al titolo, ma quel 39 alla voce gol realizzati è appena il sesto in graduatoria, e non basta la miglior difesa per sentirsi tranquilli. Un confronto con le ultime dieci stagioni dice che il dato dei gol subiti è all’altezza degli anni migliori (i due Spalletti, l’ultimo Sarri e il primo Ancelotti) mentre quello dei gol segnati vale la rovinosa stagione scorsa (38) e quella del cambio Ancelotti/Gattuso (37). Mancano 15-20 reti, se Okafor non ne porterà un po’ i rimpianti per gennaio si accentueranno. La prima giornata dopo la chiusura del mercato ha confermato infatti che altre squadre, Juve e Milan per esempio, davanti hanno aggiunto tanto.

   SLALOM VINTAGE 

Il saluto di Dino Buzzati a Gino Bartali

    La mattina del 10 febbraio 1955 il ciclismo italiano aveva appena perso una rivalità. Fausto Coppi era rimasto senza la sua ombra, senza la sua immagine nello specchio, Gino Bartali si era ritirato scrivendo il giorno prima un articolo a sua firma su un settimanale milanese. Nel mese di gennaio c’era stata qualche indiscrezione, ma Bartali l’aveva smentita, si era anche imbruttito con i giornalisti che la riferivano. Il fatto che non si tratti di un’intervista ma di dichiarazioni sottoscritte direttamente dall’interessato – scrisse La Stampa – fa ritenere che il momento del ritiro di Bartali sia davvero arrivato

Abbandono il ciclismo. La notizia questa volta è vera. Non correrò più e niente mi farà ritornare sulla mia decisione aveva scritto Gino, riservando la parte finale della sua lettera al grande avversario. A te, Fausto, un abbraccio fraterno, senza rancore. Che tu possa vincere tutte le gare alle quali partecipi. Avessimo trovato l’accordo, tu ed io, certamente avremmo regalato maggiori vittorie al nostro ciclismo. Bartali disse che se ne andava per dedicarsi ai suoi affari, di ciclismo non vorrò mai più saperne.

Vittorio Varale scrisse su La Stampa che anche gl’indifferenti alle comuni vicende sportive si sono accorti quanto posto occupasse nel cuore, o almeno nella curiosità della gente, questa singolare figura, mentre Nicola Adelfi ancora su La Stampa calcolava che avesse fatto sedici volte il giro del mondo. Bartali, non Adelfi. Una volta che gli domandarono quale fosse il segreto della sua efficienza atletica, Bartali rispose: – Non si devono perdere troppi minuti sulla strada, ma nemmeno troppi a letto. Qualche volta – scriveva La Stampa –  nella furia più che fretta di sottrarsi all’isteria sportiva, finiva anche con l’apparire sgarbato se non proprio inurbano; ed era quando si metteva a brontolare in toscano contro i più insistenti, oppure minacciava di passare a vie di fatto. Diceva ch’è più facile digerire il Tourmalet o il Galibier che una tavoletta da cento grammi di cioccolato. Eppure, questo Bartali così arido, cosi alieno dagli atteggiamenti che di solito si accompagnano agli atleti divinizzati dalla folla; questo Bartali che sempre ha molto fatto per dispiacere alle moltitudini, ha forse mosso la fantasia degli italiani e degli stranieri come nessun altro corridore. Se sono possibili gli accostamenti fra professioni così lontane come lo sport e il cinema, si può dire che a spiegarsi questo fascino esercitato da Bartali su decine e decine di milioni di fanatici il paragone più vicino bisogna trovarlo in Greta Garbo, anche lei una professionista coscienziosa e meticolosa, anche lei aliena da tutte le infatuazioni del divismo; e anche lei amatissima da immense moltitudini.

Nel rileggere quelle pagine di settant’anni fa è curioso notare che nel giorno del suo ritiro non ci sono cenni da parte dei contemporanei alle due vicende che di Bartali ci siamo invece tramandati: il suo impegno durante la persecuzione nazista degli ebrei e il suo ruolo di pompiere in maglia gialla al Tour de France di una guerra civile sul punto di esplodere in Italia nei giorni dell’attentato a Palmiro Togliatti. Niente. Non se ne parla. 

Parlò invece Fausto Coppi, e disse: «Qualcosa cambia anche per me». Non vinse più. Fu secondo al Giro d’Italia, 63esimo all’ultima Sanremo, secondo alla Roubaix, secondo l’anno dopo al Lombardia, mai più fra i primi 10 al Mondiale. Il 10 dicembre del 1959 avrebbe firmato per la San Pellegrino Sport, la squadra appena fondata da Bartali. Ventitré giorni dopo sarebbe morto. 

Non v’è dubbio – scrisse Giuseppe Ambrosini sulla Gazzetta – che al di sopra di ogni artificioso confronto tecnico, il nome di Bartali sia tuttora quello più largamente e profondamente inserito nell’anima popolare. A che cosa egli ha dovuto questo suo fascino incantatore, queste onde d’ammirazione, questo plebiscito d’affetto?

La mattina del 10 febbraio 1955 il ciclismo italiano aveva appena perso una rivalità e Dino Buzzati provò a rispondere alla domanda sul Corriere della sera. Aveva già pubblicato Il deserto dei tartari, ma non aveva ancora vinto lo Strega. Scrisse: 

Bartali si ritira dalle corse? È un ciclista, vero? E a me che me ne importa? dice il signore che non legge mai le cronache sportive, che non entra mai nei velodromi e negli stadi, che non ha mai parteggiato per un campione, che non gioca mai neppure al totocalcio. No, se Bartali appende la bicicletta a un chiodo, questo importa anche a te, scettico signore. Anche per te è un’ora malinconica ed amara, pur se non ti sei mai fermato sul bordo di una strada di montagna ad aspettare che su per la diabolica salita comparisse lui, solo in testa a tutti, con la sua grinta dura e umana. Cupo è il silenzio dopo il rimbombo degli applausi, patetico è sempre il tramonto di chi ebbe la gloria, soprattutto commovente è la fine della parabola per i vittoriosi dello sport che hanno una carriera così breve. Ma Gino Bartali per tutti noi rappresenta qualcosa in più che un asso, un campione, un grande atleta. Se fosse solo per questo le folle di tutta Italia non gli vorrebbero il bene che gli vogliono, né si sarebbero esaltate per le sue vittorie al punto da dimenticare la politica, ne si sarebbero ostinate caparbiamente a proclamarlo il primo, l’imbattibile, l’intramontabile pur quando il fatale peso dell’eta cominciava a farsi sentire e le classifiche d’arrivo portavano progressive delusioni

Buzzati scrisse che il ritiro di Bartali suona come una brutta notizia, come una scadenza dolorosa che in cuor nostro speravamo tutti, contro ogni logica, di poter rinviare d’anno in anno, fidando su una specie di miracolo. Bartali non rappresenta solo l’eccezione fisica, la potenza atletica, la inusitata perfezione di quel singolare muscolo che si chiama comunemente cuore. Bartali non è un fenomeno vivente, come tanti altri bravissimi routiers vincitori di grandi corse in linea o a tappe. Bartali, anche se la gente non se ne rende conto, è qualcosa di più. Bartali, ecco il fatto, è stato il vivo simbolo del lavoro umano”.

Buzzati trovava che il suo volto corrispondesse a una figura di fatica, anche se lo avevano chiamato l’astro, il re della montagna, il sovrano degli asfalti. Era il lavoratore invece, l’uomo che con tutte le forze concessegli da Dio, quale che sia il premio o la probabilità, sempre ce la mette tutta per un solenne impegno con se stesso. Personificazione della coscienza, della tenacia, dell’onore, della buona volontà. A cavalcioni del sellino non era il divo. Quanti italiani che sgobbano sui campi, in officina o in ufficio si riconoscevano in lui senza saperlo. Ora che se ne va, registrando l’impossibilità di tenere alta la bandiera per la legge inesorabile degli anni, ora che si chiude in casa (dopo un ultimo accigliato sguardo alla grande strada che si perde nei perduti orizzonti della gloria), ora che cessa d’essere il protagonista alla ribalta per sedersi in platea mescolandosi agli uomini qualsiasi, ora che la parola vittoria diventa sinonimo di cose che non torneranno più, ora che lascia l’uniforme di lavoro per vestirsi l’abito borghese, anche noi ci sentiamo. per dir così, coinvolti nella stessa sorte. Il ciclo ch’egli chiude è quello medesimo di noi umili mortali, e la sua rassegnazione è quella identica che ci sarà provvidenziale se riusciremo ad averla, il giorno dell’inevitabile congedo. Gli abbiam voluto bene, e la scena senza di lui ci sembra vuota.

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