DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Trecentonovantanove volte in quarant’anni appare il nome di Rino Tommasi nei pezzi di Gianni Clerici, una coppia più longeva di Tognazzi e Vianello, in tv assortita a quel modo così esatto che pareva avesse avuto alle spalle lo studio di un antropologo. Esatti erano su Rete4, su Tele+, su Sky, i tipi che rappresentavano, uno lirico e visionario, l’altro matematico, “una beautiful mind – ha scritto Piero Valesio su Domani – che cercava un ordine dentro un ring o un campo da tennis. Apparteneva a una generazione di giornalisti totali che vedevano sé stessi come degli instancabili mercuri cui era stato assegnato il ruolo di annunciare la buona novella sportiva al mondo”.
Tommasi era a Kinshasa quando eravamo re, nella notte del match tra Ali e Foreman insieme con Gianni Arpino e Norman Mailer. Loro scelsero di raccontare con gli aggettivi, lui sceglieva di raccontare con i numeri appuntati sul suo personalissimo cartellino. Tommasi era a Wimbledon quando Borg respinse l’assalto al suo regno di McEnroe nel pomeriggio della finale più memorabile fra le tante, o quasi tutte. Clerici attaccò sul Giorno dicendo che “sono stato tre ore e cinquantatre minuti senza fare la pipì. Non solo per questo, la finale mi è parsa indimenticabile”, Tommasi avrebbe contato i match point annullati e i break – che allora si chiamavano ancora servizi strappati.
Era sempre a Wimbledon nella stessa tribuna quando Nadal ce la fece e tolse lo scettro dell’erba a Federer, luglio 2008, la sola partita che possa contendere a quella del 1980 il titolo di più bella di sempre.
Rino Tommasi dava l’idea di essere sempre nel posto giusto, là dove soffiava il vento della leggenda, una volta era Hagler contro Mugabi, un’altra volta era, il ring o il campo da da tennis, i suoi due grandi amori neppure così distanti se bisogna dar retta a Histoire de la boxe di Alexis Philonenko, dove c’è un passaggio fondamentale che su Slalom ogni tanto riprendiamo. “È capitato che uno sport, il tennis, si sia sostituito alla boxe. Oggi è il tennis a richiamare folle e denaro; è il tennis che, presentandosi come un combattimento, attrae gli animi, avidi di trionfi e di sconfitte, di capovolgimenti drammatici, ed è questo sport, soprattutto, che lascia aperte tutte le porte al denaro e in particolare alle scommesse. A ben vedere, la motivazione dei giovani che oggi si orientano verso il tennis è la stessa che alcuni decenni or sono spinse altri giovani verso la boxe: guadagnare denaro e diventare famosi. Oggi le persone si fanno vedere al Roland Garros come un tempo si facevano vedere al Vélodrome d’Hiver o al Madison Squadre Garden”.
Tommasi è stato il cantore di questo passaggio, ma a modo suo. Tommasi non celebrava, casomai certificava. Il più usato dei suoi aggettivi è stato rosso, il colore del fuoco e della terra di Parigi, il colore del circoletto con cui rendeva definitivo un colpo. Non aveva plettri né arpe da suonare, quello era lo strumento con cui rendeva immortale un gesto, e procedendo per accumuli una partita, un torneo, un campione. È stato un bardo con una grammatica diversa. Se Clerici trovava che quella tale volée era stata così incantevole, una volée giocata con un piumino per la cipria, Tommasi poteva considerare l’autore o l’autrice «l’essere umano con più talento che sia mai entrato su un campo da tennis». Tommasi non diceva, Tommasi sentenziava.
“Tommasi tien nota di tutto, lui, mentre io son sempre stato pasticcione” è una delle 399 citazioni tratte dall’opera omnia di Clerici Giovanni, il quale riconosceva “al mio caro amico Tommasi che la sua laurea in statistiche ha introdotto le stesse nel giornalismo sportivo italiano”.
Fausto Narducci, firma storica della Gazzetta, sport olimpici e tanta boxe, sulla sua pagina Facebook ha scritto: “Chiedi chi era Rino Tommasi? Bisognerebbe rivolgersi proprio così, come fecero gli Stadio per i Beatles, ai giovani giornalisti e agli appassionati di sport dopo la scomparsa di quello che è stato il più grande telecronista sportivo, una memoria storica inarrivabile, il primo e il più bravo a usare le statistiche negli articoli e un personaggio inimitabile. Divisivo e a volte altezzoso, ma sempre un maestro”.

Fonte: Storie di Boxe
I SUOI COMPAGNI DI VIAGGIO
La tradizione orale in Gazzetta tramandava l’episodio di un suo ritorno in aereo da Flushing Meadows a Milano fatto accanto a John McEnroe. Anni Ottanta. Quelli in cui Mac era Mac. Lo disse in redazione e in redazione fecero «grande Rino, gli avrai fatto una grande intervista». La replica di Tommasi fu secca come tante volte in telecronaca: «No». Allora i colleghi trasecolarono: «Non gliel’hai fatta?». E Tommasi rispose: «Non c’era nulla che McEnroe potesse dirmi sul tennis che io non sapessi già». O forse non lo disse sul serio, forse non è mai successo, forse era l’aggiunta fantasiosa di qualche Omero, ma conta che sia possibile, conta che sia verosimile, conta che la storia sia affascinante come quella del cavallo di legno che entra dentro le mura di Troia.
Narducci testimonia che “nel mio campionario di frasi celebri ce ne sono almeno una decina di Rino: «Non vedo nessun motivo per essere modesto», «il mio voto in assemblea non può valere uno come quello degli altri», «uno sport può andare alle Olimpiadi solo se rappresentano il massimo traguardo di un atleta», «in genere dei campioni si parla bene ma non è questo il caso» (incipit di un suo pezzo) e tanti altri. Non tutti sanno che Rino in Gazzetta aveva uno status da inviato pur non essendo un dipendente effettivo ma era sempre lui la prima firma per tennis e boxe. Nonostante il suo modo di fare, personalmente l’ho sempre trovato geniale, di una intelligenza superiore e a suo modo disponibile. I sui pezzi concisi e chiarissimi si potevano tagliare ma mai allungare: solo lì si arrabbiava veramente perché odiava gli avverbi inutili e i giri di parole. Chiedete chi era Rino Tommasi. Anche se a 90 anni, dopo lunga malattia, ci ha lasciati, chiunque si occupi di giornalismo oggi e per sempre dovrà fare sempre riferimento a lui”.
Gianni Brera – che era Gianni Brera – di lui disse: «Un cervello matematico capace di digressioni epico-fantastiche. Io lo chiamo Professore». Molti sono i suoi compagni di viaggio che stamattina lo ricordano. Vincenzo Martucci sul Messaggero: “Rino era drastico, intransigente, senza fronzoli e colori intermedi, granitico nelle sue convinzioni, lo statistico sportivo per eccellenza, sorretto da una memoria prodigiosa e quindi da numeri che arricchiva e aggiornava continuamente, chino sui mitici quaderni a quadretti nelle sale stampa di tutto il mondo, per sostenere con inappuntabili statistiche i suoi concetti e i rilievi storici”.
Martucci ricorda che “dopo la laurea in Scienze Politiche con una tesi sull’organizzazione internazionale dello sport, da giornalista, sin dai 19 anni, aveva avuto un occhio molto attento alle statistiche, agli amatissimi numeri, seguendo i canoni del giornalismo statunitense. Anche se la parentesi umanamente più intensa era stata quella che aveva vissuto in parallelo, fino al 1970, come organizzatore di pugilato, contribuendo al trasloco da Milano al palasport di Roma dei più grandi eventi nostrani, incentrati negli anni 60 su Rinaldi, De Piccoli, Burruni e quindi Mazzinghi e Benvenuti. Quando ne parlava gli si accendevano gli occhi”.
Stefano Semeraro su la Stampa rammenta: “«Non so cosa significhi», digrignò scherzoso il giorno in cui lo nominarono direttore ad personam. «Ma se vuol dire che sono il direttore di me stesso, va benissimo: non potrei avere una redazione migliore»”. Semeraro saluta allora “una classe a parte, un carattere in purezza. Un giornalista immenso, di quelli che fanno svoltare la professione, che inventano un linguaggio a partire dall’alfabeto”. Non solo il circoletto rosso, ma inventò pure “la veronica, la prova del nove, la volée “agricola” di chi, «chiamato a giocare di tocco, svela le sue umili origini». Se è vero che essere un classico significa essere memorabile, cioè capace di impressionare la memoria, come Gianfranco Contini sosteneva di Dante, allora Tommasi lo è stato sommamente”.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera dice che “è stato Wikipedia prima di Internet. Dalla sua precisione cartesiana, forse un modo per fissare su carta una preparazione sportiva enciclopedica (i quaderni Clairefontaine venivano compilati a mano quotidianamente e viaggiavano in un’elegante ventiquattrore), hanno attinto generazioni di giornalisti e appassionati”.
Gianni Merlo sulla Gazzetta dice che “la sua personalità era ben definita. Si piaceva. In famiglia aveva avuto padre e zio che avevano partecipato alle Olimpiadi nel salto in lungo, c’era una tradizione importante nel mondo dello sport da portare avanti. Studiava le situazioni, le analizzava Qualche volta amava andare controcorrente, ma era questo che affascinava. Si potevano contestare certi giudizi, ma bisognava accettarne l’onestà intellettuale”.
Paolo Carelli su Domani dice: “Se, per usare le parole di David Foster Wallace, il tennis «è un’esperienza religiosa», Tommasi ne è stato un profeta razionale e geometrico, tradizionalista e conservatore anche nella visione del mondo, custode di un dogma che solo l’amico e collega Clerici riusciva (a fatica) a scalfire e ammorbidire”.
Massimiliano Gallo sul Corriere dello sport-stadio ricorda il titolo “di una straordinaria puntata di Fair Play, trasmissione tv ideata e condotta da Rino Tommasi per Telepiù2”. Era Giornalismo sportivo, giornalismo di serie B. Ospiti: Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Gianni Clerici, Gian Paolo Ormezzano, Paolo Garimberti”.
Gallo ricorda pure le “critiche, anche impietose. Oggi Paolo Bertolucci dissimula, ammorbidisce i toni. Non lo fece Adriano Panatta due anni e mezzo fa intervistato dal Manifesto: «Abbiamo avuto i giornalisti di tennis contro. Specialmente due soloni come Gianni Clerici e Rino Tommasi». Adriano gli diede del classista: «Non ci faceva piacere leggere cose dure scritte con disprezzo e classismo… Perché eravamo quattro ragazzi provenienti da famiglie modeste: figli di custodi, di ferrovieri, Zugarelli era cresciuto nella strada». Il clima era questo”.
Dario Torromeo lo ha conosciuto nei lunghi viaggi dietro i guantoni e sempre sul Corriere dello sport-stadio stamattina scrive: “Mi piaceva la tua competenza nel pugilato. Il ritmo giusto, la capacità di analisi veloce, il linguaggio appropriato. E poi avevi una dote rara, dicevi quello che pensavi. Se un match era brutto, non ti nascondevi dietro un mare di parole. Dicevi semplicemente che era un match brutto. Un atto di coraggio in un mondo in cui due pugilatori modesti vengono etichettati come fuoriclasse. Così, tanto per stuzzicarti, una volta ti ho chiesto se qualcuno si fosse mai lamentato. Mi hai risposto alla tua maniera. «Non siamo qui per vendere tappeti»”.
Commosso è il ricordo di Ubaldo Scanagatta, direttore di Ubitennis che ha appreso la notizia mentre saliva sul volo per l’Australia. “È morto un vero gigante del giornalismo, l’uomo che ha fatto conoscere e appassionare a tantissimi italiani i suoi sport più amati, tennis e boxe. Anche se poteva scrivere, parlare, raccontare di tutte le discipline sportive perché Rino, mio Maestro inimitabile e mio secondo padre, era una vera enciclopedia vivente dello sport. Quando dico che è stato per me un secondo padre, e non un solo Maestro – con la M maiuscola – non esagero, perché il mio l’avevo perso 47 anni fa ed è grazie a Rino che ha avuto simpatia ed affetto per me prima ancora che fiducia se ho cominciato a scrivere di tennis”.
Il rovescio a due mani
Nella sterminata produzione di Tommasi, un pezzo che impressiona spunta dalle pagine della Gazzetta del 1974. L’anno di Ali-Foreman a Kinshasa. Ma non è una pagina sul match. È una pagina che esce in estate, mentre nel calcio l’Olanda di Cruyff sta cambiando tutto e nel tennis tutto muta contemporaneamente con l’affermazione del rovescio a due mani. Arriva nel mondo dei gesti che Gianni Clerici definirà bianchi. È lo stile con cui hanno vinto per la prima volta al Roland-Garros nella stessa primavera l’americana Evert e lo svedese Borg. A star is Bjorn è il gioco di parole di quei giorni.
La sintesi della Gazzetta: “Una moda o una tecnica? No, un ripiego necessario. Oggi ci si avvicina al tennis a 8-9 anni, manca la forza e ci si aiuta con l’altra mano. È la tecnica di Borg, Pohmann, Connors, di Chris Evert, tutti sotto o poco sopra ai 20 anni ed eccezionali modelli di precocità”.
Le considerazioni di Tommasi sono interessanti anche cinquant’anni dopo: “Questa tecnica ha soprattutto due inconvenienti. Una riguarda lo spostamento e le possibilità di allungo. È chiaro che per impugnare la racchetta con due mani un giocatore deve rinunciare, almeno da quella parte, a 30-40 centimetri di allungo, il che vuol dire che deve fare un passo, o almeno mezzo passo di più. La dimostrazione la si ha quando questi giocatori sono costretti a qualche recupero disperato dalla parte del rovescio; allora abbandonano la seconda mano e giocano il colpo in maniera tradizionale. Il secondo inconveniente riguarda il sincronismo, piuttosto difficile, tra gambe e braccia quando il giocatore è costretto a correre in avanti e giocare un rovescio. Quali i vantaggi? In linea generale i giocatori che impugnano a due mani sul rovescio hanno un ottimo controllo del colpo: inoltre hanno la possibilità di cambiare la direzione fino all’ultimo momento, scegliendo tra il lungo-linea e l’incrociato senza rendere troppo scoperta l’intenzione.
“Il rovescio a due mani è in ogni caso più un colpo di difesa che un colpo d’attacco; voglio dire che è più utile nel passante che non per costruire un attacco. È un colpo che ha bisogno di una solida base d’appoggio, quindi è un colpo che si gioca male in corsa. In questo senso può sembrare un colpo superato, in ogni caso un colpo poco moderno, quando invece è modernissimo, almeno a giudicare dall’età dei suoi interpreti.
“La verità è che sarebbe un errore giudicare moderno un gioco d’attacco ed antico un gioco di difesa. Entro certi limiti il tennis sta quasi subendo un’involuzione tecnica e tattica. Una volta si invocavano superfici veloci, le uniche sulle quali fosse possibile acquisire e soprattutto rendere conveniente un gioco d’attacco. Poi ci si è accorti che messi di fronte due giocatori, entrambi dotati di un ottimo servizio e di un buon gioco di volo, se il terreno era molto veloce il pubblico non si divertiva più.
“Gli scambi ridotti all’essenziale, quasi sempre risolti con il punto o con l’errore sulla risposta al servizio e sulla prima volée. Il collega Gianni Clerici ha calcolato quest’anno a Bologna, nella semifinale Ashe-Taylor della Coppa Astor, una media di 2, 3 scambi per ogni punto. Troppo poco. Ora c’è quindi una corsa a rallentare il gioco, a renderlo più accessibile all’occhio, oltre che ai gusti del pubblico”.
È curioso trovare Clerici nel ruolo del calcolatore. È stato crudele che nessuno dei due abbia potuto salutare l’altro.