Lo Slalom del 25 ottobre | Cosa leggere, sapere e vedere

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  • MAPPE  New York contro Los Angeles: la finale di baseball delle due Americhe. La rivalità nella cultura, nella società, nello sport. Il fascino di Ohtani Intanto LA ha una nuova esperienza: The Wall!, la curva stile calcio per i tifosi fanatici dei Clippers
  • DISCUSSIONI  La mascolinità tossica nel rugby: una drammatica intervista del c.t. Galthié dopo il caso dei rugbisti incriminati a Mendoza per stupro
  • EUROGOL  Non c’era un inglese da mettere sulla panchina inglese
  • RUOTE  I 400 GP di Fernando Alonso. Anche se non sono 400
  • TENDENZE  Il ping pong dei fratelli Lebrun in Francia
  • La guida ragionata allo sport in tv
  • Le prime pagine di sport da tutta Europa

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venerdì 25 ottobre 2024

#2 giorni al GP del Messico

MAPPE

New York contro Los Angeles: la finale di baseball delle due Americhe

Comincia nella notte la serie per l’assegnazione del titolo nella MLB. Le World Series mettono di fronte Yankees e Dodgers, due marchi globali del baseball, e i due giocatori contemporanei più celebrati: Ohtani e Judge. Ma soprattutto mettono di fronte l’East Coast e la West Coast nelle loro espressioni massime. Due modi di essere USA, due modi di guardare il mondo. 

 

È più facile la matematica del baseball

Albert Einstein

IL TEMA

Dicono che la rivalità sia nata per colpa del prefisso telefonico. New York era un centro economico e culturale ben consolidato quando ondate di migrazione spostarono il baricentro della nazione verso la California. Ma a metà del secolo scorso, quando si trattò di assegnare i codici per le chiamate interurbane a tutti gli angoli del paese, il più desiderato finì nella città globale, in questo luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine, il più miserabile, il più abietto di tutti i luoghi, dove lo sfacelo è dovunque, la disarmonia è universale. Persone infrante, cose infrante, pensieri infranti. Questa è NY, secondo il suo cantore massimo, Paul Auster. 

Il prefisso più desiderato era il 212, era il più comodo, quello che prevede la distanza più breve da percorrere con un dito su un disco telefonico. Los Angeles ottenne il 213. Da allora le città non si sopportano. La raccontano così questa storia di distanze che vanno oltre le 3.000 miglia diagonali che attraversano una nazione e un continente, un abisso di stereotipi contrastanti, una relazione complessa, diciamo così.  New York è il centro della finanza, della moda e del teatro, Los Angeles è Hollywood, l’industria dell’intrattenimento, della tecnologia, del turismo. Una è verticale e cosmopolita, l’altra è tentacolare e informale. Sono due mondi diversi che attraggono due umanità diverse. New York ha Woody Allen. Los Angeles ha Liza Minnelli. 

Gli abitanti di Los Angeles non danno molta importanza a NY. Perché dovrebbero? Fa freddo laggiù. La rivalità è più presente nella testa dei newyorkesi, ce ne sono molti che si sono trasferiti sul Pacifico e sentono il bisogno di spiegarlo, devono per forza giustificare la decisione di essersene andati, di aver lasciato l’est, di spiegare questo doloroso ma inevitabile errore commesso. 

I media giocano la loro partita I losangelini dicono che il New York Times si rifiuta di provare a dare anche lontanamente un senso alla geografia e alla diversità di Los Angeles. I nomi delle strade sono mal scritti, sono sbagliati, gli articoli presentano generalizzazioni su una città priva di coesione e di una identità. Dicono che da NY parlano male del loro traffico e del loro cibo, pensano che tutto sia hamburger, tacos o cucina italiana alla moda. I newyorkesi pensano che la loro vita culturale sia superiore. Hanno i teatri di Broadway, hanno oltre 150 musei, hanno l’editoria, hanno i libri, hanno le riviste. I newyorkesi pensano che gli abitanti di Los Angeles considerino walk solo una parola di quattro lettere. 

 

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Intanto LA ha una nuova esperienza: The Wall!

 

LA CURVA ESCLUSIVA DEI CLIPPERS

No, il punto esclamativo non è di Slalom. Non ce n’era mai stato uno in cinque anni d’archivio. Il punto esclamativo fa parte del nome del settore più caldo dentro la nuova arena da 2 miliardi di dollari della NBA, il muro esclusivo dell’Intuit Dome costruito dal Los Angeles Clippers, inaugurato mercoledì sera. Per le sue caratteristiche ha fatto subito una grande impressione dice il Washington Post.  

Steve Ballmer, il miliardario ex CEO di Microsoft, ha fatto di tutto per conquistare la benevolenza dei tifosi nell’ultimo decennio, da quando ha comprato i Clippers in seguito alla caduta in disgrazia di Donald Sterling, ripreso mentre faceva commenti razzisti. Gli sforzi di Ballmer consistono nel lancio della campagna “Street Lights over Spotlights”  tesa a superare il glamour dei Lakers; nell’organizzazione di omaggi in denaro per incentivare i tifosi a presentarsi alle partite in anticipo e fare un po’ di casino dentro il palazzetto; nella ristrutturazione di centinaia di campetti da basket in tutta la città; nell’organizzazione di feste di compleanno con la mascotte della squadra “Chuck the Condor” spingendo le altre franchigie e le altre mascotte a fare altrettanto. E poi Ballmer ha soffiato Kawhi Leonard alla concorrenza durante una free agency, ha scambiato una serie di prima scelte al draft per avere Paul George, ha ingaggiato Russell Westbrook, ha comprato James Harden, ha messo in piedi un gigantesco tentativo di costruzione dal nulla di una contendente al campionato. Tutto inutile. Tutto è andato in frantumi.

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DISCUSSIONI 

La mascolinità tossica nel rugby

La Francia e il c.t. Galthie dopo il caso Mendoza

 

«Come facciamo a diventare di nuovo persone normali?». È la domanda più intensa e drammatica che si pone Fabien Galthie in una lunghissima intervista data stamattina a L’Équipe e messa in prima pagina dal giornale francese. Galthie è il cittì della Nazionale di rugby e per buona parte della chiachcierata non parla di mete o di calci piazzati, ma della cultura machista e della tossicità dell’ambiente. Ne parla tre mesi e mezzo dopo l’incriminazione di due suoi giocatori per stupro avvenuta a Mendoza, in Argentina, Hugo Auradou e Oscar Jegou, messi in custodia cautelare e successivamente scagionati, autorizzati a lasciare il Paese. Galthie definì gli eventi in quei giorni un cataclisma. Oggi discute della necessità di vigilare meglio sulla vita dei giocatori fuori dal campo. L’intervista è durata due ore e vuole soprattutto comunicare la scrittura di una Carta che introduce nuove regole per un miglior ambiente di vita nel rugby e in Nazionale

I punti salienti della Carta sono tre. Innanzitutto il rapporto con l’alcol. Senza autorizzazione è vietato. Il punto 2 riguarda l’automedicazione. Tutto deve essere dichiarato. Il terzo punto vieta la presenza di persone estranee nello spazio della Nazionale. Perché non c’era nessuno con i giocatori della Nazionale in libera uscita quella sera a Mendoza? Galthie dice che le regole avevano funzionato abbastanza bene per cinque anni. «Ma col tempo, questo meccanismo che lavorava sulla co-costruzione della responsabilità, sull’esperienza e sulla fiducia, si è lentamente indebolito per arrivare a quanto accaduto a Mendoza, con una squadra molto giovane, con poca esperienza internazionale, una selezione fatta all’ultimo momento, con una conoscenza meno buona dei giocatori e una preparazione meno buona. Questo ci ha portato a questi fatti inaccettabili».

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EUROGOL 

Non c’era un inglese da mettere sulla panchina inglese

 

I conservatori sono ancora là che storcono la bocca, mmm, Thomas Tuchel, un tedesco cittì, era meglio chiamare un inglese. D’accordo, facciamo pure. Facciamo che fosse giusto, saggio e sacro dare la panchina della Nazionale inglese a un inglese. Ma chi? Lo storico del calcio Jonathan Wilson ha scritto sul Guardian che l’arrivo di Thomas Tuchel evidenzia l’incapacità del calcio inglese di produrre allenatori di alto livello. Wilson ha fatto due conti. Ci sono undici nazionali in giro per il mondo allenate da tecnici inglesi. Undici come i francesi, uno in più degli italiani da ieri sera, da quando Roberto Mancini ha smesso di essere la guida dell’Arabia Saudita. Solo la Spagna con 14 ne ha di più. Ma la notizia è un’altra, e non è così lusinghiera. Secondo la classifica mondiale FIFA, le migliori nazionali allenate da un inglese sono la Giamaica (61esima nel ranking), la Nuova Zelanda [#95] e Porto Rico [#154]. 

Non è per sminuire il lavoro di Steve McClaren, Darren Bazeley o Charlie Trout – scrive il Guardian – ma va detto per onestà che gli spagnoli allenano anche il Portogallo e la Spagna, i francesi la Georgia e la Francia, gli italiani non solo Nepal e San Marino, ma anche Turchia e Italia. 

Non c’è bisogno di essere degli xenofobi furiosi per considerare la decisione della federazione come un’ammissione di fallimento.  Non si tratta di indovinare se Tuchel sarà bravo nel suo lavoro. Non si tratta di patriottismo o di cantare l’inno, di essere commossi al pensiero di Enrico V, dell’ammiraglio Nelson o del capitano Mainwaring. Il fatto è che per una squadra vincitrice della Coppa del Mondo, la nazione madre di questo gioco, la quarta classificata FIFA, non riuscire a trovare un proprio allenatore è nella migliore delle ipotesi un motivo di imbarazzo

Come si sa, son trent’anni che in Premier non vince un allenatore inglese. Fino alla metà del secolo scorso erano maestri che giravano l’Europa per diffondere il verbo. Noi in Serie A abbiamo avuto per esempio Willy Garbutt e Jesse Carver. Ma le Nazionali più in vista raramente si affidano a uno straniero. L’Italia ha avuto solo Helenio Herrera co-allenatore per quattro mesi, circa 60 anni fa. Herrera aveva comunque un atteggiamento fluido nei confronti della nazionalità, era nato a Buenos Aires da un anarchico andaluso in esilio ed era cresciuto a Casablanca, aveva fatto l’allenatore della Spagna e aveva sposato una donna italiana. Anche la Spagna ha avuto due cittì stranieri, ma con la doppia cittadinanza al momento della nomina. La Germania non ne ha avuto nessuno dal 1926, nemmeno il Brasile e l’Argentina. L’ultimo in Francia è stato Stefan Kovacs nel 1975. 

Eppure – scrive Wilson – tre volte in questo secolo, l’Inghilterra ha sentito il bisogno di guardare oltre Manica, forse è naturale per una cultura calcistica così sfacciatamente capitalistica; ciò che non hai, lo compri. Ma la nomina di Tuchel è in effetti un’ammissione che, almeno in termini di allenatori, l’Inghilterra non è nella fascia alta delle nazionali. Per anni l’Inghilterra ha lottato per produrre giocatori di qualità, i cambiamenti al sistema accademico nell’ambito dell’Elite Player Performance Plan nel 2011 e la successiva coltivazione di una teoria di sviluppo globale con il programma England DNA nel 2014 hanno avuto un impatto. L’Inghilterra ha vinto la Coppa del Mondo Under-20 per la prima volta nel 2017. L’anno scorso ha vinto il campionato europeo Under-21 per la prima volta dal 1984. Nel 2017 e nel 2022 ha vinto il campionato europeo Under-19, mai più vinto dal 1993. L’Inghilterra di oggi – fa notare WIlson – ha una tale sovrabbondanza di creatori di gioco entusiasmanti che la questione è meno sentita. Quel che il sistema non sta facendo è produrre allenatori di alto livello

Le uniche alternative valide a Tuchel potevano essere Eddie Howe, Graham Potter, Sean Dyche e Gary O’Neil. Una rosa ristretta. Un grosso difetto chiude il Guardian. 

FRANCIA

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Genesio cacciatore di giganti

 

La Francia è impazzita per questo signore, l’allenatore del Lille che ha battuto Pep Guardiola, José Mourinho, Carlo Ancelotti e Diego Simeone. L’unico al mondo eccetto Jurgen Klopp, Non è un caso, dice L’Équipe stamattina nel dedicargli un pezzo. È un tipo da 60 partite nelle coppe europee, spesso attraversate tagliando teste coronate. Ha 58 anni e passa per un tipo duro, uno che alza la voce ma mette i suoi giocatori sopra ogni altra cosa, tutti su un piano di parità, senza distinzioni tra vecchi e giovani. È molto bravo a infondere fiducia. Pare che i suoi discorsi nello spogliatoio non siano mai molto lunghi, ma precisi, in genere suddivisi in tre punti che scompone con tre sottotitoli. Qualche volta aggiunge delle mini chiacchierate singole, separatamente, quasi sempre teatro, psicologia, giochi mentali. 

FORMULA UNO

I 400 GP di Fernando Alonso. Anche se non sono 400

Benedetto François Truffaut, uomo manifesto dell’ex Nuovelle Vague del cinema francese, il regista che amava i libri e ha vissuto una vita da romanzo, convinto antipatizzante dello sport che poteva togliergli il tempo di rovinarsi gli occhi chiudendosi in un cinema a consumare film uno dietro l’altro. Benedetto Truffaut che ha lasciato un film dove spunta il rally, un inno alla libertà dell’infanzia e dell’adolescenza, con un titolo che stamattina fa al caso dell’Équipe per raccontare il week-end di Alonso. I 400 colpi di Fernando sono  i 400 GP che sta toccando durante questo fine settimana in Messico, “incredibile longevità – scrive il giornale francese – unita a un talento raro che il suo curriculum riflette solo parzialmente

Se non avete idea di cosa rappresenti Fernando Alonso nel paddock – scrive Frédéric Ferret – né cosa significhi nella storia della Formula 1, leggete qua. Il 43enne spagnolo, due volte campione del mondo, ha deciso di celebrare il suo momento storico qui, in Messico. Tanto peggio per i canoni statistici che vogliono far contare un GP solo a partenza avvenuta. Per lo spagnolo, il GP del Belgio 2001 dove si ritirò dopo tre giri ma prima della bandiera rossa, quello di Indianapolis 2005 dove non partì per motivi di sicurezza e quello di Sochi 2017 dove l’elettronica lo abbandonò nel giro di ricognizione, contano eccome nel contatore personale. E dunque il contatore arriva a 400 adesso, perché «a volte in F1 bisogna saper accettare cose che non sono accettabili» come ha detto nel podcast Beyond the Grid di Tom Clarkson, nell’unica intervista che ha accettato di rilasciare nell’ultimo periodo. 

Ventuno stagioni, una carriera piena di alti incredibili e bassi terrificanti, scrive il giornale francese, lui che è stato il più giovane in pole position, il più giovane vincitore e il più giovane campione prima che arrivasse Sebastian Vettel a portargli via tutti questi record, lui che è stato un malinconico pilota al suo ritorno in Renault nel 2008 o un’ombra invisibile alla McLaren. Un pilota straordinariamente dotato, con una incomparabile conoscenza delle corse e della loro storia, un uomo attraversato da comportamenti spesso difficili da gestire nei team in cui ha lavorato, da compagno-rivale di con Lewis Hamilton nel 2007 fino alle tensioni in Ferrari del 2014 e alle critiche rivolte ad alta voce via radio al motore Honda l’anno dopo, il GP del Giappone. E dunque, dice L’Équipe, poiché non rifiutiamo nulla a questo straordinario campione, accetteremo anche di celebrare i 400 GP quando vuole lui, prima di Las Vegas, e senza averlo ascoltato

La pagina è accompagnata da una grafica sensazionale [la trovate nello Slalom Popcorn]

FENOMENI

Il ping pong dei fratelli Lebrun in Francia

 

Félix Lebrun si è qualificato per i quarti di finale del torneo di Montpellier giocando la sua migliore partita dai giorni delle Olimpiadi e prendendosi la rivincita sul cinese Xiang Peng, due volte campione del mondo jr, numero #26 del ranking, futura stella del ping pong nel suo paese. Aveva eliminato il fenomeno francese a Pechino tre settimane fa, negli ottavi di finale del Grand Smash of China, E allora? E allora L’Équipe stamattina dedica una pagina all’evento, come del resto aveva dedicato l’intera prima pagina qualche giorno fa al giovane Félix. 

Adesso è chiaro. La buonanima di Nanni Loy si è nascosta dietro qualche colonna e ha organizzato una candid camera insieme con i francesi. Vogliono vedere la faccia che facciamo quando fanno sparate di questo genere sul tennis tavolo, dopo aver costruito quattro prima pagine negli ultimi 15 giorni sul triathlon e sul nuoto, oltre che interamente su Tadej Pogacar e Rafa Nadal. 

SPQF, sono pazzi questo francesi. No, non sono pazzi. Lo fanno perché hanno formato così i loro lettori, in un paese dove i cittadini sono stati formati allo sport, a tutto lo sport. Deve essere quella cosa che chiamiamo cultura. 

Hype è la parola per quanto sta capitando in Francia intorno al ping pong. Otto anni dopo il titolo di Emmanuel Lebesson, la Francia ha rivinto gli Europei sia nel singolare sia nel doppio nello scorso week-end, con questi nuovi fenomeni di popolarità che sono i fratelli Lebrun. Félix è il più talentuoso, 17 anni, l’europeo più vicino ai cinesi nel ranking, numero 7 al mondo dopo cinque asiatici e il brasiliano Hugo Calderano. 

Félix agli Europei si è indispettito, ha quasi spaccato la sua racchettina e ha temuto potessero squalificarlo anche in doppio. Invece a Linz lo hanno lasciato andare avanti, fino all’oro raggiunto con suo fratello Alexis, primo pure nel singolo. La Francia è nel pieno di un boom di iscrizioni ai circoli, il tennis tavolo è lo sport preferito fra i teen francesi dopo le Olimpiadi. Meno espansivo del solito nel celebrare la sua vittoria – ha scritto L’Équipe – Alexis ha mostrato un volto segnato dall’emozione e dall’orgoglio nel raccontare la sua impresa

La storia è tanto più bella perché questo ragazzo che realizza i suoi sogni, come lo chiama l’allenatore Nathanael Molin, non ha sempre avuto una vita facile. Non tanto per la luce catturata dal fratellino bronzo olimpico nel singolare, quanto per i dubbi che lo perseguitavano fino alla vittoria contro il cinese Fan Zhendong a Macao nell’aprile 2023 e fino alla qualificazione olimpica di qualche mese fa. Era precipitato al #35 della classifica nel mese di maggio. Aveva battuto il numero 1 del mondo in Cina, quando nessuno se lo aspettava e non  ha più retto al peso di essere considerato capace di ogni cosa.  Tra i 10 e i 17 anni ha sofferto di infortuni ricorrenti, in particolare al gomito e al ginocchio. 

Alexis è quello creativo, Félix è quello veloce. Sono diventati i volti inconfondibili del ping pong ha scritto Le Monde, occhiali squadrati, brufoli, capelli tra il biondo e il rosso, la nuova forza trainante di questo sport, che aveva visto un calo degli iscritti dopo la pandemia ma ora è tornato ai livelli pre-Covid. Sono i nuovi ambasciatori del tennistavolo tra i media. Sono ancora relativamente sconosciuti” si leggeva nel febbraio scorso, quando la sfida principale – aggiungeva il giornale francese – è quella di elevare il tennis tavolo da sport spesso visto come un passatempo occasionale, o come un’attività terapeutica per patologie come l’Alzheimer e il Parkinson, a disciplina agonistica riconosciuta e rispettata.

Félix e Alexis hanno avuto un papà [Stéphane] e uno zio [Christophe Legoût] che sono stati il #7 di Francia e il #14 al mondo. Félix ha cominciato a giocare all’età di tre anni. Adotta l’impugnatura a portapenna, oggi molto rara tra gli europei ma tempo addietro sviluppata in Ungheria, una delle culle del gioco. I Lebrun vengono da Montpellier e si allenano lontani dal lusso dei grandi club con aria condizionata e tappeti scintillanti”, anzi frequentano una palestra che Libération ha definito una volta un bozzolo del ping-pong, come se fosse una serra surriscaldata

L’arte in cui eccelle Félix detto Féfé è il servizio. Secondo Simon Gauzy, il terzo miglior giocatore francese, fra i primi #30 al mondo, il piccolo Lebrun ne ha almeno trenta differenti l’uno dall’altro. Se l’avversario riesce a rispondere, spesso gli regala una palla che gli permetterà di concludere agevolmente il punto al colpo successivo ha spiegato L’Équipe. Il coach Nathanaël Molin stima che almeno il 30 percento dei punti di Félix siano merito della battuta. La allena per un’ora al giorno, un’ora al giorno solo per quella. Ha cominciato quando dovette restare fermo due settimane per un problema a un tallone. 

Il servizio ha regole severe. La pallina deve essere lanciata dal palmo della mano libera e sopra il livello del tavola. Una volta in aria deve percorrere almeno 16 centimetri in verticale, cioè deve superare l’altezza della rete che è di 15,25. È vietato nasconderla all’avversario – pratica di cui viene accusato il cinese Wang Chuqin. Più alto è il tiro, maggiore sarà la velocità della pallina, ma maggiore sarà pure il rischio. I fratellini Lebrun hanno due sorelle maggiori, Margaux e Roxane, quest’ultima è nata con un solo ventricolo, è stata operata sei volte a cuore aperto, ed è un modello dichiarato per Alexis e Félix, che dicono di aver “imparato a mettere in prospettiva le cose grazie a lei”. 

 

REWIND

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7.00 WTA Guangzhou, quarti di finale – su SKY SPORT e SUPERTENNIS

14,00 ATP Basilea, quarti di finale – su SKY SPORT

14.00 ATP Vienna, quarti di finale – su SKY SPORT

ACQUE E GHIACCI

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PALAZZETTI E DINTORNI

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PODEMI

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18:30 Serie A: Udinese vs Cagliari – su SKY SPORT

20:45 Serie A: Torino vs Como – su DAZN

EUROGOL

20.30 Premier: Leicester vs Nottingham – su SKY SPORT

Due anni fa, questa partita sembrava avesse messo fine all’era di Steve Cooper al Nottingham Forest, quando perse per 4-0 al King Power Stadium. Sopravvisse invece su quella panchina per altri 14 mesi, prima di essere licenziato. Qualche settimana fa, la situazione è parsa altrettanto critica per lui al Leicester, poi due vittorie di fila e una prestazione positiva nella sconfitta contro l’Arsenal hanno reso più stabile la posizione di Cooper.

Eppure i tifosi non sono ancora del tutto convinti dall’uomo che ha portato al successo ai loro rivali di stasera, fa notare il Guardian nella tradizionale anteprima delle 10 cose da tener d’occhio nel week-end di calcio. Una vittoria stasera sarebbe la terza consecutiva e contribuirebbe ad aumentare la sua popolarità. Se dovesse prendere punti, il Leicester passerebbe nella parte sinistra della classifica – gli inglesi dicono la metà superiore – e in qualche riscatterebbe l’inizio così così

21.00 Liga: Espanyol vs Siviglia – su DAZN

OVALI

20.35 United Rugby Championship: Benetton Treviso vs Bulls – su SKY SPORT

20.35  United Rugby Championship: Scarlets vs Zebre – su SKY SPORT

AMERICHE

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