Chiamiamola folle, così non bisognerà cercare per forza stamattina una spiegazione precoce. Folle questa Champions in cui si segna tanto. Nelle 27 partite giocate, con 89 gol, la media è arrivata a 3,30: negli ultimi anni non aveva mai raggiunto i tre. Stiamo vedendo un gol ogni 27 minuti. Ci sono già state 11 partite finite con uno scarto dai tre in su, compresi quattro 4-0, un 5-1, un 5-0, un 7-1 e un 9-2.
Qual è il primo pensiero che facciamo? La formula. Ecco qua. Abbiamo ampliato il torneo a 36 squadre e questi sono gli effetti. Più squadre, più differenza. Facile.
Mmm. Sì. Forse. Anche. Potrebbe essersi allargata in effetti la forbice tra le migliori e le peggiori. Come dice Marca “ci sono sempre stati club che erano diversi gradini sotto, ma non così tanti come in questa occasione. Young Boys, Salisburgo e Slovan Bratislava stanno avendo un inizio disastroso, mostrando un livello più da Conference che da Champions League”. Però si sono qualificate secondo gli stessi percorsi degli anni passati. Non sono loro, non sono tutte loro, le intruse nell’edizione allargata. Con l’assetto di un anno fa non avremmo avuto la quinta tedesca, per capirci. Inoltre l’apertura a nazioni che da tempo non partecipavano e il ritorno di club dopo decine d’anni non possono essere rinnegate, oppure torniamo alla logica della Superlega – una logica che questa Champions XXL ha voluto allo stesso tempo sia neutralizzare sia surrogare. Funziona? Non funziona? Lo capiremo.
Marca suggerisce anche un’altra lettura. Nella classificona unitaria, la differenza tra gol fatti e gol subiti sarà decisiva non solo per passare il turno o non passarlo, per entrare fra le prime otto o scivolare agli spareggi; sarà anche fondamentale per avere un miglior tabellone nella prosecuzione del torneo. Più che il format, è la formula che invita le squadre più forti a non fermarsi contro le più deboli. Se il Bayern segna 9 gol, non li sta facendo solo alla Dinamo Zagabria. Li sta segnando anche contro Real Madrid e Manchester City. “È la principale conseguenza di questa rivoluzione nella prima fase della Champions League. Contro le Cenerentola – spiega Marca facendo ricorso a immagini da Quentin Tarantino – i grandi club non cercano solo i tre punti, vogliono anche veder versare sangue. Il format è ancora agli albori ed è possibile che subisca variazioni negli anni alla ricerca di un sistema perfetto. Resta da vedere se i dati saranno confermati o se sono frutto di un mancato adattamento alle nuove regole”.
Simply the Brest
Nella città di Mozart, il Brest è andato a suonare una sua insospettabile sinfonia. “Storica è la parola, non certo abusata, per questo recital che permette ai suoi autori di stabilirsi in cima alla classifica, accanto ai grandi di questo mondo. Di certo le squadre affrontate finora non appartengono alla crema europea. Siamo solo all’inizio di ottobre e la strada verso gli ottavi è ancora lunga. Ma non bisogna minimizzare le prestazioni del Brest” scrive L’Équipe.
Un romanzo, ‘sto Brest, con due vittorie in due partite al suo esordio in una coppa europea. Peraltro Brest nel mondo dei romanzi finora c’è stata in modo scabroso. Jean Genet ne scrisse uno e lo pubblicò in forma anonima nel 1947 con le illustrazioni di Jean Cocteau. È ambientato tra portauli e marinai, il protagonista si chiama Georges Querelle, un ladro bisessuale, seduce, tradisce, si vende, manipola, uccide [in italiano è qui].
Il libro diventò un film tra le mani di Rainer Werner Fassbinder. Il suo ultimo film, anzi. Fu presentato alla Mostra di Venezia 1982 pochi mesi dopo la morte del regista. Il presidente della giuria, Marcel Carné, voleva dargli il Leone d’oro, si batté, invece il premio principale andò a Lo stato delle cose di Wim Wenders, sempre Germania. Al cinema uscì monco di una scena di sesso, un taglio di un paio di minuti. Il DVD invece gira nella versione integrale.
È curioso che negli stessi anni di Querelle, Brest faccia da sfondo pure a una poesia di Prévert. A metà del settembre 1944 la città veniva liberata dopo quattro anni di occupazione tedesca e 43 giorni di assedio. L’operazione Cobra fu una carneficina. “Rappelle-toi Barbara. Il pleuvait sans cesse sur Brest ce jour-là. Et tu marchais souriante. Épanouie ravie ruisselante. Sous la pluie” dice Prévert. Ricordati Barbara. Pioveva senza sosta quel giorno su Brest. E tu camminavi sorridente. Serena rapita grondante. Sotto la pioggia”. Lui aveva 46 anni e stava pubblicando Paroles. La città era stata quasi del tutto distrutta, aveva resistito giusto qualche vecchio edificio medievale in pietra. Il padre di Prévert era bretone e là Jacques aveva passato i primi anni della sua vita, registrando nella memoria dei sensi i venti e il sale dell’oceano. Barbara correva allora verso il suo uomo, facendosi strada tra gli orrori della storia. Era una vittima che Prévert cangiava in un simbolo, una ribellione alla guerra, alla pioggia senza tregua.
Sarebbe bello, sarebbe umano, fermare il pallone finché nel mondo non smettono di ammazzarsi.
Smetterà di piovere anche stavolta. Avremo un altro Prévert e un’altra Barbara.
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UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
Il Brest nell’archivio di Slalom
#24 FEBBRAIO 2024
FIGURINE Il capitano di quest’avventura si chiama Brendan Chardonnet, è nato a Saint-Renan, 7mila abitanti nel dipartimento del Finistère nella Bretagna. “Finis terrae: oltre questa soglia più niente, solo orizzonti impastati di mare, le navi e le vele, i fari arrampicati nel sale e a volte dalle mareggiate ingoiati. Una bellezza che mette il magone” [Alessandra Retico, Repubblica, 2010]. Nel tempo libero va a vedere gli amici che giocano in serie D. Il giornalista Franck Le Dorze, bretone pure lui, lo ha intervistato per L’Équipe proprio sul tema delle radici, il legame con la propria terra, l’orgoglio d’appartenenza.
«Qui, quando il tempo è bello, vediamo Molène, poi Ouessant, anche New York e la Statua della Libertà. Ma il tempo deve essere proprio bello bello» dice Brendan Chardonnet, in tutta evidenza un tipo frizzante. In squadra ci sono Axel Camblan di Brest, Jérémy Le Douaron e Julien Le Cardinal di Guingamp. Ma Chardonnet dice che «qui a Le Conquet tendiamo a dire che appena si attraversa il ponte di Plougastel siamo al Sud, appena passiamo Landivisiau siamo al Nord. La vera Bretagna insomma è Brest, Brest e basta, siamo una piccola setta».
Xavier Grall, giornalista e poeta del luogo, disilluso dalla Francia dopo la guerra d’Algeria, si diede all’idea dell’autonomia regionale e diceva: «Non nasciamo bretoni, lo diventiamo».
Julien Faussurier sembra dargli ragione. È un calciatore di Lione, ha giocato a Sochaux e Troyes, ma appena arrivato a Brest ha comprato casa e giura che tornerà a viverci alla fine della carriera. «Anche Pierre Lees-Melou ama la regione. Molti giocatori vengono qui con molti pregiudizi: Brest non è una bella città – ammette Chardonnet con L’Équipe – è complicato arrivarci, la famiglia spesso è lontana. Ma è un po’ come nel film Bienvenue chez les Ch’tis, la prima volta si piange all’arrivo e poi si piange quando vai via».
Una volta dal Tour de France Gianni Mura ha scritto: “Brest non è una bellissima città. Praticamente distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, è stata ricostruita ed è molto viva. Ci si può spostare con la fantasia, ascoltando Barbara, scritta da Prévert, musicata da Kosmae possibilmente cantata da Yves Montand”. E ancora: “Piove come nella famosa canzone e tira un vento freddo. Sembra di essere alla partenza del Giro delle Fiandre, e invece è il Tour”. Un’altra volta usò la città per una metafora. Descrisse “l’orologio sopra il polsino di Carraro e la sua faccia allegra come un marciapiede di Brest sotto il nevischio”.
In quello stesso Tour de France, Marco Pastonesi per la Gazzetta intervistò Christophe Le Mével, bretone come in passato Jean Testa di vetro Robic [“il giorno dopo il matrimonio salì in bici, fece un allenamento di sette ore, convinse i selezionatori a inserirlo nella squadra regionale dell’Ovest, e l’ultimo giorno di corsa, senza aver mai indossato la maglia gialla, conquistò il Tour. Era il 1947”] e come Bernard Hinault.
Disse Le Mével: «Bretoni e celti hanno in comune, se non la terra, almeno mare e vento. E un carattere forte, di chi ha sempre dovuto lottare e poi adattarsi, accettare, convivere in situazioni difficili».
➣ Per esempio?
«Il tempo. L’Atlantico porta nuvole, pioggia e freddo, anche d’estate. Poi però basta poco e il cielo si apre. Per poi richiudersi, quasi senza speranza. I francesi ci prendono in giro: in Bretagna piove sempre. Noi rispondiamo così: piove solo sugli stupidi. Cioè loro».
➣ Francesi e bretoni: non lo stesso popolo.
«Siamo speciali. Qui, una volta, si pensava che finisse la terra: Finisterre. Abbiamo sempre avuto la nostra cultura, tradizioni, lingua. I cartelli stradali sono in francese e in bretone. Quando ci si saluta con affetto, a Parigi si scambiano tre baci, a Brest bastano due. E da noi non esistono le autostrade a pagamento. Una legge medievale permetteva alle carrozze tirate dai cavalli di transitare senza pedaggi. E questa legge è rimasta».
Oh, comunque Chardonnet ha un diploma di maturità professionale in logistica, anche se andava a lezione solo due ore al giorno, fra l’una e le tre del pomeriggio. Spera di usare quel pezzo di carta quando avrà smesso di prendere a calci il pallone. Potrebbe andare a lavorare per il suo presidente, Denis Le Saint. Con il Caces, il certificato di attitudine alla guida sicura, gli chiederà un impiego nei suoi magazzini.