Come ci dobbiamo regolare con gli 8 gol di Inter-Juventus

  Gira da ieri pomeriggio intorno a Inter-Juventus l’aria di un accigliato malcontento. Perché in fondo siamo fatti così. E lo 0-0 non va bene. E un 4-4 non va bene. Il dibattito – fa notare Antonio Dipollina su Repubblica – è emerso subito a fine gara sulle varie tv: Inter-Juve è stata uno spot per il calcio oppure lo è stata per qualsiasi altro sport? A bordocampo c’era il parroco che stava applaudendo felice? La fase difensiva uccide il calcio? E così via.

Come dice quel vecchio amico che ha giocato in Serie A, raffinato osservatore, il mestiere del racconto si declina spesso al negativo. Siamo insoddisfatti di quasi ogni cosa, non va mai bene nulla, forse perché il cinismo è la cifra della contemporaneità: mostrarsi stupiti e felici rischia di attribuire una patente da ingenui, rischia di farci diventare delle Alici nei paesi delle meraviglie, mentre restare impassibili o scettici fa fico, conferisce l’aura di chi ha colto le sottigliezze dell’esperto, tsk, tu non sai quante ne ho viste. 

| Se allora esiste nell’Olimpo del calcio un’altra dea che non sia l’Eupalla di Brera, e che anzi ne sia l’anti-spirito, finirà per benedire Emanuele Gamba che su Repubblica attacca così: Diciamoci la verità: se questo meraviglioso e scriteriato e grottesco 4-4 l’avessero fatto City e Liverpool o Real e Barcellona, la nazione intera si sarebbe sdilinquita in complimenti e rosa d’invidia. Non si sarebbe più trovato un italianista neanche a pagarlo. Da Inter e Juventus non ce lo aspettavamo — chi avrebbe potuto aspettarselo, giacché l’unico 4-4 della storia risale a un’amichevole del 1945 — e perciò questa partita rischia di essere consegnata alla memoria come il derby degli errori, e di qualche orrore (vero Danilo? vero De Vrij?), e non come uno spettacolo che ha tolto il fiato, scarnificato di emozioni anche il cuore più duro e che possiamo tranquillamente esportare all’estero senza vergognarci dei nostri tatticismi, degli attendismi, delle pulciose speculazioni di ogni settimana normale. È finita così per via dell’allegrezza scontenta delle difese, certo, ma anche perché nessuna della due squadre ha mai perso, neanche per un solo momento, la voglia di gol.

| In modo analogo e perfino più diretto, ancora su Repubblica, Paolo Condò dice: Dopo una settimana in cui si è discusso molto e con un certo sarcasmo della scarsa intensità del nostro calcio, Inter e Juventus si sono battute come pugili a guardia abbassata — vediamo chi ne ha di più, e pazienza per gli schiaffoni — producendo una quantità (e qualità) di palle-gol che normalmente si contano negli scontri diretti di un intero girone. Gli inguaribili italianisti oggi stigmatizzano gli svarioni difensivi dei giocatori, vedi i due goffi rigori concessi dalla Juve, o anche di Inzaghi, perché la sostituzione dell’ammonito Pavard ha fatto saltare in aria il settore destro di difesa, infine scoperchiato dalla classe di Yildiz. A noi, spiriti più semplici, preme esercitare un minimo di coerenza: se ci commuove lo 0-4 del Barcellona al Bernabeu e ci entusiasma il 2-2 di Arsenal-Liverpool, di un derby d’Italia che finisce 4-4 prendiamo tutto, consapevoli che la famosa intensità — e a San Siro ce n’è stata tanta — induce fatalmente all’errore.

| Daniele Dallera sul Corriere della sera parla di inno alla vita, magari un po’ leggera, quelle orientate a spendere e magari a rientrare tardi la notte, due squadre stavolta un po’ gradasse, sbruffone, sicuramente svampite, atteggiamento che va corretto. Dallera eccepisce sulle sostituzioni di Inzaghi e dice che non abbiamo avvertito un motivato senso di colpa che potesse spiegare cambi sicuramente poco redditizi. Invece, Thiago Motta certi errori ha saputo correggerli in corsa, un merito che va riconosciuto all’allenatore della Juve, anche se quella coppia difensiva, Danilo & Kalulu, mette paura, soprattutto ai bianconeri. Forse ieri si è anche capito perché il Milan, seppur criticato, nonostante la difesa non sia certo il suo pezzo forte, abbia lasciato andare via Kalulu che comunque gioca più tranquillo e sicuro con il corazziere Gatti al suo fianco

| Antonio Barillà su La Stampa ha scritto che Inter-Juventus è stata meglio del Clasico spagnolo di sabato sera: quello non ha avuto storia, questo ha vissuto d’incertezza e pathos, ha divertito con il doppio delle reti e messo in luce due squadre avare di tatticismi, non sprovvedute, a volte allegre ma sempre coraggiose.

| Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport confessa che temevamo una noiosa Corazzata Potemkin e invece Inter-Juve è stata una spassosa commedia all’italiana. Non usiamo etichette più raffinate perché molti gol sono arrivati da pasticci difensivi da cinepanettone. Non una partita di alta qualità, ma sicuramente divertente. L’Inter ha confermato due verità contraddittorie: di poter essere ancora dominante come nella stagione scorsa, la più forte di tutti, ma anche di non poterlo più essere per 90’ Un anno fa, dopo 9 giornate, l’Inter aveva subito 5 gol. Oggi sono già 13. L’assenza di Calhanoglu pesa, non soltanto in regia, ma anche nel filtro di centrocampo. È come se l’Inter riuscisse a giocare come prima, ma non a imporsi la concentrazione feroce che serve per conservarne i frutti. Un gigante dai piedi d’argilla

| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, italianista esplicito, titola il suo commento Belli allegri e parla di difese insolitamente ballerine (…), allegre, aperte. Anche la condizione atletica dei campioni d’Italia non mi è sembrata peraltro brillantissima: meno aggressivi del solito e distratti. Fino a pochi mesi fa era un’impresa bucarli, adesso groviereggiano. I numeri in questo caso non mentono: nelle prime nove uscite l’Inter ha subìto 13 gol, più della metà di quelli che aveva preso in un’intera stagione, 22. Un anno fa, a questo punto, erano stati 5.  Sono notevoli anche gli appunti da muovere alla retroguardia juventina: tra Stoccarda e Inter, è stata presa a pallate, 40 conclusioni in totale e paratone di Perin e Di Gregorio, ma sul 2-4: l’assenza di Bremer è pesante, Gatti è passato da sorprendente capitano a sorprendente tenente (nel senso che tiene al caldo un posto in panchina) e Danilo per ora ha il cane che morde addosso.  Sospetto anche, al di là dei numerosi infortuni, che i continui cambiamenti non giovino all’equilibrio complessivo della squadra e alla sua solidità: 12 differenti formazioni, con qualche “mottata” (cfr. Andrea Cambiaso) in altrettante partite possono produrre effetti disorientanti

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GIUDIZI UNIVERSALI  Mkhitaryan 

Sembra un vecchio faraone e sull’1-2 Conceicao lo vorrebbe portare a spasso anche al museo Egizio. La reazione è feroce, con un tiro spettacolare, anche per la costruzione. Lui che ama gli scacchi, lì in mezzo è ancora un re, anche se un po’ vintage [Paolo Tomaselli, Corriere della sera]

ARTEFICI  Yildiz 

Massimiliano Nerozzi, Corriere della sera: One man show: primo gol da uno contro tutti (e tutto), bis di rapidità e rabbia. Dentro quando la partita pareva morta e sepolta, la resuscita come solo può chi è posseduto dal talento.

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