Lo Slalom del 10 settembre | Cosa leggere, sapere e vedere | Cosa succede LIVE

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   COSA STAI PER LEGGERE, COSA SAPERE, COSA VEDERE
  • US OPEN. Wilander parla del carisma di Sinner ancora acerbo, dice che lo preferirebbe più italiano, deve fare il matto Sinnerismi dai giornali italiani
  • EUROGOL  La conferma dell’Italia contro Israele
  • RUOTE  Come nasce l’idea di un GP per soli piloti esordienti
  • VITE OLIMPICHE  L’ultimo pezzetto di parentesi incantata delle Olimpiadi Valentina Petrillo dice al Times che JK Rowling non sa niente di lei
  • La guida allo sport in tv della giornata
  • Le prime pagine di sport da tutta Europa

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  MARTEDÌ 10 SETTEMBRE 2024

#COMPLEANNO-5 DI SLALOM

 

«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»

[Niccolò Campriani, campione olimpico]

 

 

Cinque anni fa arrivava in mail per la prima volta una Cosa, si faceva finanche fatica a darle un nome. Aveva un’aria e una forma da newsletter ma in fondo non lo era. Sembrava una rassegna stampa ma era un inganno pure quello. Aveva certi toni da blog, ma i blog sono in disuso. Sapeva poco di cosa fosse, molto di cosa voleva diventare, niente di quel che sarebbe stato.

Era tante cose insieme, era un Frankenstein che si era scelto due numi tutelari, uno nel mondo dello sport e uno nel mondo dell’arte, Pietro Mennea da una parte, Orson Welles dall’altra, un italiano del sud partito da una città senza piste d’atletica per battere gli americani e un regista americano che aveva un’anima europea, un mezzo scombinato che ha lasciato incompiute un mucchio di cose,. Ha scritto e diretto il film che passa per il più bello nella storia del cinema [Quarto Potere] e ne ha fatto uno con Totò, l’incarnazione di chi si sputtana, non si prende sul serio, un tipo un po’ cazzone che quando doveva raccontare al telefono una trama a un produttore per farsi dare dei soldi, sfilava un volume a caso dalla libreria e ne leggeva la trama. Il film lo aggiustiamo al montaggio, questo pensava: il montaggio è tutto. 

Così Slalom uscì dai blocchi per celebrare il 40esimo anniversario del primato del mondo di Mennea e lo fece pensando che il montaggio, cucire parole, fosse una via. Voleva essere una specie di guida che prende la mano a chi legge dicendo: guarda, in giro ho trovato questa cosa, guarda cosa scrivono di bello Lui o Lei, eppure su questa cosa si può non essere d’accordo, e sai, mentre leggevo mi è venuta in mente una canzone, un film, un libro, guarda cosa c’era sui giornali trent’anni fa. Slalom era nato per essere un posto dove scrivere dei pezzi con una bibliografia, dove ogni pensiero, ogni aggettivo, ogni cifra doveva avere una bibliografia, una citazione della fonte. Slalom voleva rendere trasparente il processo di documentazione che esiste dietro la realizzazione di un pezzo. L’esempio più vero di tutto questo furono gli Speciali del week-end

Slalom ha smesso di esistere nella vecchia forma con il numero #1300 il 17 maggio del 2023, era il momento giusto, era ora, ma poi a ottobre è arrivata l’ora per la Carezza della sera, pensata sotto la spinta dei vecchi amici che invitavano a far qualcosa, intimi, eh, pochi, pochissimi. 

È nata senza una numerazione e mai ce l’avrà, così se un giorno salta: pazienza. Se salta per due: amen. Se salta per tre: forse torna, forse non torna. Con le Olimpiadi, la Carezza della sera si è spostata di mattina, ora le Olimpiadi sono finite, ma sono state così belle che viene la voglia di andare avanti a questo modo, con la certezza rinnovata, rilanciata, che esiste una strada per i Frankenstein, per i mostri pieni di segni sul viso, i segni delle cuciture e delle spillette, l’andatura che barcolla e che prende un’inclinazione diversa ogni giorno. 

Slalom nasce all’ora in cui si alza l’addore d’’o caffè pe’ tutta a casa, come dice il Maestro, l’ora del profumo del caffè, e come dice il Maestro ‘o ssaje ancora ca nun m’è passato, lo sai che non è finita.

 

US OPEN

Wilander parla del carisma di Sinner ancora acerbo: Dice che lo preferirebbe più italiano, deve fare il matto

Cosa sarà del tennis nell’età di Sinner? Il tema è questo. Cosa aspettarsi, ora che Flushing Meadows ci ha dato un’indicazione chiara, netta, di dove andremo. Da un anno Jannik non perde una partita contro un tennista al di sotto della soglia dei primi-20 al mondo [Lajovic, Cincinnati 2023]. Ha battuto nella finale di NY il numero #7 senza neppure dar l’idea che potesse cominciare la partita, una partita vera. Un pronostico contro di lui, oggi contro oggi, si può azzardare solo nel giorno in cui dovesse incrociare un ultimo bagliore dell’antico Djokovic o la versione perfetta di Carlos Alcaraz. Martina Navratilova dice che vincerà almeno 10 Slam. Tumaini Carayol sul Guardian ci mette in guardia, avverte, dice che anche a 37 anni è meglio non dare per spacciato un giocatore che ha trascorso la sua carriera a raccogliere trionfi da posizioni improbabili, e sta parlando ovviamente di Djokovic. Ma dopo anni in cui ha avuto il bersaglio più grande sulla schiena – scrive il Guardian – ora fa di nuovo parte del gruppo degli inseguitori. Djokovic dovrà sedersi e decidere se, dopo tutti i record che ha ottenuto, è ancora veramente motivato a fare tutti i sacrifici che ha sopportato nel corso della sua carriera per avere successo. 

Ma questa è l’aria che tira. Un milione di persone ha varcato complessivamente i cancelli di Flushing Meadows nelle due settimane, eppure secondo Christopher Clarey – un tempo firma del New York Times e oggi titolare della newsletter Tennis & Beyond  [secondo Guia Soncini i giornalisti che non hanno più voglia di lavorare si aprono una newsletter] – questa edizione del torneo sarà considerata un buon US Open ma non un vero boom. Forse perché è stata una stagione olimpica faticosa e certamente non ha danneggiato le possibilità di Sabalenka e Sinner a New York il fatto che entrambi abbiano saltato i Giochi di Parigi

Sul tema stamattina interviene dalla sua colonna su L’Équipe anche Mats Wilander, chiedendosi proprio se il panorama di NY non sia figlio della stanchezza di chi è andato all’Olimpiade, se un certo livello tecnico al di sotto delle attese non sia dovuto all’accumulo di grandi obiettivi nell’estate. 

Eh sì, perché questo US Open – scrive – alla fine non è stato così divertente come avremmo potuto sperare. Jannik Sinner era decisamente troppo forte per la concorrenza. È capace di elevare il suo tennis a livelli raramente raggiunti anche da Novak Djokovic al vertice della sua arte. Solo che di Novak non ci sorprendiamo più, dal momento che cresce e migliora a questi livelli folli da quindici anni

L’Italia giustamente ne respira appieno il profumo dopo mezzo secolo di poco o niente. Celebra le sue vittorie, vi partecipa, distoglie lo sguardo dalle debolezze. Il tifo è per sua natura irrazionale. Il resto del mondo deve chiedersi altro. Wilander per esempio riferisce di aver sentito delle lamentele sulla mancanza di carisma di Jannik, ma arriverà con il tempo e con i risultati. Il suo carisma, per il momento, è giocare il miglior tennis del mondo, di gran lunga il più completo. Perché Jimmy Connors ne aveva così tanto mentre Goran Ivanisevic, all’inizio della carriera, ne era gravemente sprovvisto? Perché il primo rispondeva urlando, mentre al secondo bastava il suo enorme servizio per segnare il punto. Lasciava poco tempo al carisma per svilupparsi e per conquistare il pubblico, spiega lo svedese che nel 1988 vinse tre Slam su quattro. E da svedese si lancia su un terreno che non riesce a immaginare quanto sia sdrucciolevole, per le sue implicazioni storiche, culturali, politiche. 

Wilander dice: Personalmente preferirei che Sinner fosse più italiano, con il temperamento focoso che ne consegue, che non austriaco con questa immancabile freddezza, ma non possiamo farci niente. Trarrebbe beneficio dal giocare con una bandana anziché starsene nascosto sotto un berretto alla Jim Courier. Ma detto ciò, una volta licenziato il cliché su chi è italiano e chi no, Wilander non si dice preoccupato per il futuro del tennis, visto che il livello di gioco continua a migliorare

Con una postilla. 

 

TITOLI

Interviste di Jannik Sinner in versione Sergio Mattarella il 31 dicembre

▥   Corriere della sera: «Ho ritrovato la gioia del tennis a New York» – «Sono stato molto criticato, ma chi mi conosce sa Non ho mai avuto il tempo di fermarmi e dirmi: bravo» Sinner si racconta il giorno dopo aver conquistato il suo secondo titolo Slam

▥   Repubblica: “Quante notti insonni prima di ritrovarmi. Alla fine ho vinto io” – Il giorno dopo il trionfo agli Us Open il campione altoatesino racconta gli ultimi mesi fra le accuse di doping le ansie sul domani e la rinascita a New York

▥   La Stampa: Dritto al cuore” – Super Sinner, capolavoro agli Us Open dopo i mesi difficili del caso doping “Quella vicenda mi ha tolto il sonno ma sono uno che crede nel destino”

▥   La Gazzetta dello sport: «Ho ricominciato a essere me stesso. È questo il trofeo più importante» – Il vincitore di New York : «Stavo male, non dormivo Giocare mi ha aiutato. E ho sentito il tifo dell’Italia»

▥   Il Messaggero: «Ringrazio l’Italia, mi ha dato la forza» Sinner racconta il trionfo agli Us Open «Il periodo difficile mi ha fatto crescere l’affetto dei tifosi è stato fondamentale»

SINNERISMI SPARSI 

▥   Corriere della sera: In Australia era un ragazzo. Negli Usa ha vinto un uomo. Ma è Jannik a dettare il gioco” – Oggi solo Alcaraz al massimo della forma può batterlo  Adriano Panatta ha scritto: Tempo fa lo descrissi come un rivoluzionario che non avverte il bisogno di sentirsi tale. A suo modo continua a esserlo. Tira dritto per la propria strada, se la cambia è perché si è convinto che ne valga la pena, ascoltando le persone cui crede di più e che sente vicine. Dice quello che pensa, e soprattutto lo fa. Il ricordo della zia, nel momento dei ringraziamenti e dei salamelecchi, mi ha ricordato quel consiglio rivolto ai suoi pari età, sulla necessità di seguire la propria strada, studiando e impegnandosi a più non posso, sacrificandosi.   Sinner non aspetta che gli altri dettino le condizioni del gioco. È sempre lui a dettare tempi e modi delle sfide. Costringe gli avversari a giocare il suo tennis, lo ha fatto anche ieri, nella finale, quasi da cima a fondo. E credetemi, il segreto del tennis che vince, è tutto lì

▥   La Gazzetta dello sport: Un po’ Rafa, un po’ Nole. Perché Sinner riassume i Fantastici Quattro”   ➔  Paolo Bertolucci ha scritto che nel linguaggio del corpo Jannik ricorda lo spagnolo; del serbo possiede l’indole da lottatore e la scivolata verso sinistra; di Andy Murray la costante propensione alla spinta da fondo mentre il suo atteggiamento sempre misurato, le sue dichiarazioni mai fuori posto, la sua empatia verso gli altri lo avvicinano a Federer. 

▥   Flavia Pennetta intervistata da Vincenzo Martucci su Messaggero: «È un po’ Agassi e un po’ Djokovic E i rivali non sanno come batterlo»

▥   Libero: Frankenstein Sinner” – Il re dell’Us Open può ancora migliorare servizio e volée ma per il resto ricorda i big: ha il dritto di Lendl, la smorzata di Borg, la forza fisica di Nadal e la testa di Djokovic

POST-ITRod Laver è molto risentito perché nessuno rivede in Sinner qualcosa di lui

▥   Il Fatto Quotidiano: Lode al caro Sinner, dittatore implacabile (e ragazzo perbene)” – Andrea Scanzi ha scritto: Lo hanno costruito così: buono e garbatissimo, quasi una estensione con racchetta delle massime di De Coubertin (e talvolta pure di De Amicis). Chi ama i tennisti sregolati non lo amerà mai, perché non sarà mai McEnroe e nemmeno Panatta. Altri tempi e altri stili. Sinner ricorda casomai un Agassi molto meno glamour e tormentato (fuori dal campo) e molto più efferato (in campo)

▥   La Stampa: L’ex bambino prodigio diventato saggioStefano Semeraro ha scritto: La dedica alla zia malata, gli accenni ai mesi trascorsi palleggiando con l’angoscia di un verdetto che poteva frantumargli la carriera, hanno rotto l’incantesimo, la consegna del silenzio. Jannik ha ritrovato Sinner. Accettare il male senza consentirgli di vincere è sempre un rito di passaggio che ti restituisce la metà di te stesso: quella che non conoscevi. Giocare a tennis è sempre sconfiggere l’avversario che ti abita, ma a volte serve che la vita ti metta davanti uno specchio

▥   La Gazzetta dello sport: Il Fattore Cahill – Nato per allenare. Così dopo Agassi, Darren ha vinto la sfida-Sinner.  Il coach australiano ha riportato Andre al n.1  a 33 anni e fatto esplodere Jannik, sapendo sempre come entrare nella testa dei giocatori Franco Arturi ha scritto: Sul piano tecnico, se vogliamo trovare un punto di contatto c’è una sicura tendenza all’anticipo dei colpi da fondo e all’aggressività. Ma dietro quell’approccio alla vita tanto diverso c’è la stessa sete di tennis, di passione divorante, di voglia di imparare e di rimettersi in gioco dopo ogni sconfitta. È questo che va cercando il rabdomante australiano nei suoi allievi. Lo aveva trovato nel connazionale Leyton Hewitt portato al primo posto del mondo a vent’anni (allora record) e poi più tardi nella romena Halep, puntualmente approdata allo stesso risultato

▥   Il Giornale intervista il mental coach Gabriele Sol. «Fisico e psiche tutt’uno nell’azione. Dote rarissima»

▥   La Stampa: Il legame con Margaret. Jannik e la zia malata che lo portava a sciare – Il ct Volandri “Grande, abbiamo gioito per lui”. Come a Melbourne il primo pensiero alla famiglia. Il sindaco di Sesto Pusteria: “Soffre molto per lei”

▥   Repubblica: Il valore della famiglia il rifugio in cui tornare” – La commovente dedica alla zia, per Jannik come una seconda mamma, ricorda il suo legame con le radici

▥   La Gazzetta dello sport: A casa Sinner” – Sesto tra la gioia e il dolore per la zia che portava il suo Jannik a sciare. Nel paese del campione in Val Pusteria: cartelloni che lo celebrano e privacy attorno alla famiglia Il sindaco: «Porti il trofeo».  ➔  Filippo Conticello racconta: Dicono che il primo vento che sa di autunno abbia reso più colorate queste valli senza tempo. Nel verde si bagnano le Dolomiti, che seguono il sole e compongono un’incredibile meridiana naturale, poi ecco spuntare come un’epifania le Tre Cime di Lavaredo. Tra la gente che qui passeggia da Moso a Sesto si palesa pure Elizabeth Egarter, che di Jannik è stata prima maestra di sci: «Gli dicevo “ma dove vai con questo tennis!”. Ecco alla fine dove è andato…

▥   La Gazzetta dello sport: Jannik potrà toccare 100 milioni all’anno «Sulla via di Federer»” – Mattei, analista di Nielsen Sports: «Esalta la disciplina del lavoro, i fan lo adorano». Gli sponsor aumentano ➔  Marco Iaria ha scritto: Lo sfruttamento della propria immagine passa attraverso due tipologie di ricavi: B2B (business-to-business) e D2C (direct-to-consumer). Alla prima voce appartengono le sponsorizzazioni. Il mercato sta battendo sempre più la seconda strada, con la trasformazione dello sportivo da influencer a creator

▥   Milano Finanza: Sinner supera 27 mln $ di incassi” – È la somma dei montepremi accumulati in carriera dal tennista altoatesino. La vittoria dello US Open gli frutta 3,6 milioni: sono oltre 10 quelli guadagnati nel 2024. Compresi gli sponsor, il suo patrimonio quest’anno è salito di oltre 25 milioni. 

EUROGOL

La conferma dell’Italia contro Israele

Deve essersi trattato di un omaggio a Nandor Hidegkuti, il calciatore della Nazionale 1954 al quale è stato intitolato lo stadio di Budapest. Nella sua figura si incarnò una delle invenzioni del calcio novecentesco che il calcio post-moderno si porta dietro. Fu il primo centravanti arretrato della storia, quando la lingua spagnola non aveva ancora invaso le nostre cronache con la manita, la remuntada e nel suo caso il falso nueve. Se a quel tempo l’Ungheria fosse stata capace di imporre non solo un nuovo modo di giocare, ma anche un lessico, oggi Frattesi sarebbe un Hamis Kilenc – oh almeno così garantisce Google Translate, se ci sono esperti che confermano o confutano siamo felici di aprire il dibattito.

Con l’Hamis Kilenc, con il falso centravanti, Spalletti ha una certa familiarità e una solida consuetudine. In Ungheria, contro Israele, l’Italia è andata in testa al girone di Nations League da sola e a punteggio pieno, grazie alla Francia che s’è rimessa a far la Francia contro il Belgio. Fabio Licari sulla Gazzetta scrive appunto: Mandiamo in gol il centravanti falso e quello vero: Frattesi è più spietato di Tex Willer quando mira i banditi, Kean è il figliol prodigo dopo tre anni (e un giorno) a secco in Nazionale. Cominciamo a liberare casa azzurri dai fantasmi dell’Europeo. Sarebbe tutto bello, perfetto, ideale, ma basta che la concentrazione s’allenti un attimo e, all’ultimo, ecco il gol di Israele a sporcare la serata. Niente drammi, non cambia niente in classifica, Francia e Belgio sono a -3, abbiamo ritrovato gioco e spirito di squadra. Si cresce anche così

I riferimenti al calcio all’italiana non sono del tutto spariti dalla scena. Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio sembra risentito verso Spalletti, al quale non era garbato tanto il modo in cui era stata definita, salutata e onorata la vittoria dell’Italia a Parigi. Il calcio “all’italiana” suona male anche alle sue orecchie italiane, così ha voluto aggiungere che in quella partita la Nazionale aveva fatto anche tante altre cose, il palleggio, i cambi gioco, la pressione alta (che non significa ipertensione). Gli piace di più la definizione di europeista che quella di italianista. Così stavolta ha voluto dimostrare che aveva ragione e l’Italia si è messa davvero a palleggiare per un tempo intero. Una noia mortale.  A Polverosi è piaciuto di più il secondo tempo, più veloce e più divertente, all’inizio per merito di Israele, che un paio di volte ci ha creato dei problemi, poi per merito nostro con il 2-0 segnato in contropiede (ma si può dire contropiede? È troppo all’italiana?), mentre il direttore Ivan Zazzaroni nel suo editoriale riposiziona il giornale sul più ampio concetto dell’elogio della semplicità”. 

Paolo Condò su Repubblica illustra per quali vie la proposta di Spalletti frequenta invece la contemporaneità del gioco, fuori cioè dal perimetro della squadra che aspetta [questo è il calcio all’italiana], la squadra femminasecondo la terminologia classica di Gianni Brera, peraltro oggi un filo problematica. Condò parla allora di conferme che servivano dopo il sacco di Parigi e racconta: Il vecchio sogno di Pep Guardiola, quello di una squadra composta da undici centrocampisti, è venuto in mente nel primo tempo di ieri, quando le avanzate di Bastoni, che si aggiungeva alla mediana in stile Calafiori, e gli arretramenti di Raspadori per partecipare al palleggio dilatavano il centrocampo azzurro a un reparto di sette uomini. Quando il cuore di una squadra è così munito e (bene) assortito, perché gli esterni Dimarco (soprattutto) e Bellanova garantiscono corsa, le mezzali Frattesi e Tonali inserimento e Ricci la regia, le cose in genere funzionano come in quei pranzi in cui ogni invitato porta il suo piatto preferito

Non è l’Olanda di Michels, non è la Spagna di Aragonès, ha uno stile che può piacere o meno, questione di gusti, non di supremazia morale, perché non c’è da vergognarsi né del contropiede né del calcio all’italiana – ma resta il fatto che calcio all’italiana questo non è. 

GIUDIZI UNIVERSALI 

▥   Frattesi – Paolo Tomaselli: Il principale bomber di Spalletti sale a quota 7 gol (6 con questo c.t.) stavolta inventandosi una deviazione di petto in tuffo. Va vicino anche al raddoppio e poi è decisivo sul 2-0, con l’ennesima incursione. Imprendibile.

Guglielmo Buccheri, La Stampa: Segna sempre lui: con quello di ieri sono sei i centri nella gestione Spalletti, sette se aggiungiamo una rete con Mancini. Nell’Inter non è titolare, in azzurro lo è diventato

▥   Tonali – Paolo Tomaselli, Corriere della sera: È una partita sporca, per lui è la seconda da titolare in pochi giorni dopo 11 mesi: va oltre la fatica, senza tirarsi indietro. Leader.

Guglielmo Buccheri, La Stampa: Meno appariscente di Parigi e meno continuo: si limita ad aiutare Ricci in regia, gli manca un po’ di magia.

Ramazzotti e Stoppini. La Gazzetta dello sport: Sta tornando al top. Contrasta e riparte, va in tackle e poi costruisce: centrocampista totale che all’Europeo ci è mancato tanto. Con lui siamo più sicuri e più tosti

▥   Dimarco – Paolo Tomaselli, Corriere della sera: Riesce a calciare oltre il tetto dello stadio (che non è altissimo), ma resta la fonte principale di gioco ed è presto decisivo con il cross teso e preciso per Frattesi. Passepartout

Guglielmo Buccheri, La Stampa: Non stacca la spina, rilancia: è sempre nel cuore del duello. Suo l’invito per la stoccata di petto di Frattesi che ci spinge avanti, sue le iniezioni di adrenalina sulla fascia

Ramazzotti e Stoppini, La Gazzetta dello sport: A sinistra dà una vitalità e una spinta che sull’out opposto non c’è. Ottime le combinazioni con Bastoni. Esce stanco

  RUOTE..

Come nasce l’idea di un GP per soli piloti esordienti

Il Mondiale più lungo di sempre potrebbe non essere finito neppure dopo la parola FINE. Quando l’8 dicembre sarà calato il sipario di Abu Dhabi sulla Formula 1, potremmo scoprire che nel frattempo è stata organizzato un GP per soli debuttanti. La corsa dei rookie. È un progetto di cui parla The Athletic. Ogni anno, tutti i team partecipano a dei test presso lo Yas Marina Circuit due giorni dopo l’ultima corsa. I team solitamente gestiscono due auto: una si dedica ai test degli pneumatici per capire come vanno le mescole Pirelli per l’anno successivo, un’altra viene affidata a un giovane pilota, per fargli fare esperienza in pista. The Athletic rivela che sono in corso dei ragionamenti sull’ipotesi di trasformare parte di questa giornata di test in una gara vera e propria per i rookie. L’idea è emersa in una riunione della Commissione F1 tra i team principal e lo Sporting Advisory Committee (SAC), qualunque cosa sia, sta valutando la fattibilità della proposta e come potrebbe concretizzarsi. 

«Sarebbe una fatica per i team perché ci sarebbe un altro giorno di corsa – ha detto il team principal della Mercedes Toto Wolff – ma siamo nel settore dell’intrattenimento e questa è la migliore idea avuta finora per dare ai giovani più spazio alla guida» 

Nonostante abbiano diversi giovani piloti a libro paga, tutti i team di F1 hanno dei limiti di tempo in pista nell’arco di una stagione. Perciò sono riluttanti a concederne agli esordienti, preferiscono raccogliere informazioni preziose tenendo al volante le loro guide effettive, quelle che si giocano il Mondiale. Gli è invece consentito effettuare il Testing of Previous Cars (TPC) utilizzando macchinari vecchi di almeno due anni. La Alpine ne ha condotti con Jack Doohan, la Mercedes l’ha utilizzato per valutare Kimi Antonelli prima di farne il sostituto di Lewis Hamilton. Tuttavia, non tutti i team riescono a organizzare un TPC, sia per la mancanza di macchinari sia per i costi. I loro giovani piloti – Sauber, Williams, Haas – sono in una posizione di svantaggio. 

Per incoraggiare i team a dare spazio ai giovani, la F1 ha introdotto una nuova regola dal 2022.  Offre a ogni pilota la possibilità di saltare una sessione di prove all’anno. È spazio che si libera per i debuttanti, ma relativamente. I circuiti cittadini per esempio sono considerati difficili e pericolosi, le opportunità non sono tantissime. Una volta si discusse della possibilità di assegnare delle wild card ai rookie per il GP, ma la proposta si attorcigliò su sé stessa quando diventò inevitabile riconoscere che qualcun altro a quel punto dovesse restare in panchina. 

È così che nasce quest’ultima suggestione: un GP di Abu Dhabi per sbarbatelli. A Monza, Wolff ha detto che non c’era «nessuno nella stanza che non supportasse l’idea perché abbiamo tutti gli stessi obiettivi». Alessandro Alunni Bravi della Sauber ha detto a The Athletic che «l’obiettivo di tutti è quello di aumentare lo spettacolo e anche dare più opportunità ai piloti esordienti». Il giorno scelto sarebbe il martedì, ci sarebbe anche tempo per una sessione di qualificazione e una gara sprint. Il timore è che i team siano a quel punto sfiniti, in coda a una tripletta consecutiva Las Vegas, Qatar, Abu Dhabi. La sensazione di The Athletic è che si possa correre ma con una sola auto per scuderia, 10 in tutto in pista. 

AVREMO SEMPRE PARIGI..

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L’ultimo pezzetto di parentesi incantata delle Olimpiadi

La parenthèse enchantée. Questa è l’etichetta che Paris 2024 ha portata in Francia a lungo, fino alla scoperta che la parentesi può essere sfondata e che sarà impossibile dimenticare questi Giochi. L’ultima parentesi incantata, scrive L’Équipe stamattina per l’arrivo degli episodi finali della serie di documentari dal titolo Nel cuore dei Giochi a cura dei fratelli Naudet, su France 2 stasera, un mix di ricordi fugaci dietro le quinte, inediti, una visione molto soggettiva dei Giochi.

Ma la dernière non è affatto la dernière.  Mentra a Parigi – racconta Le Parisien – sono cominciati i lavori per lo smantellamento dei siti olimpici [dureranno due mesi], sabato arriva la parata della delegazione francese sugli Champs-Élysées, l’ha voluta il presidente Macron e dopo aver lavorato alle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi Olimpici e Paralimpici, Thierry Reboul è stato chiamato a organizzarla. È una quinta cerimonia per il direttore creativo di Parigi 2024 e per il suo team. La notte è stata breve per lui scrive L’Équipe. Ha lasciato il Club France alle 5 del mattino, dopo una riunione con Tony Estanguet, il gran capo del comitato organizzatore. Reboul è il braccio destro di Thomas Jolly e confida al giornale francese di non aver assistito a nessuno dei quattro eventi, troppo assorbito, spossato, esausto dal lavoro per averli immaginati, le chiama le sue fatiche di Ercole. Ne ha parlato in un’intervista con Rachel Pretti.

 ➣ La pioggia caduta domenica allo Stade de France per la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi è stata un segno?

«Era il nostro destino iniziare e finire sotto la pioggia. Ne avrei fatto a meno, ma il cerchio si è chiuso così, lo trovo bello, ma non ha impedito alla gente di restare o festeggiare, senza smorzare l’entusiasmo generale» 

 ➣  È vero che la mongofliera doveva volare via?

«È vero, volevo che la fiamma si spegnesse nel cielo perché è un’immagine che non abbiamo ancora visto, ma fa parte del rischio. Per quanto riguarda i cantanti senegalesi Amadou e Mariam, abbiamo deciso di allestire il loro punto all’ultimo momento nel giardino delle Tuileries. È stato Victor Le Masne che ha deciso di far cantare loro la canzone di Serge Gainsbourg (Je suis venu te dire que je m’en vais) ed è stato un successo.

 ➣ E chi ha avuto l’idea di mettere degli atleti alla consolle sul palco?

«Con Tony volevamo che la squadra francese si unisse alla festa e riunisse tutti i medagliati. La mia idea fissa era quella di concludere con One More Time, una canzone dei Daft Punk che molto gentilmente ci hanno dato il loro permesso. Non è una canzone scelta a caso, dice che vogliamo di più, vogliamo più Giochi. Beh, non subito per me, ma per gli atleti sì, per loro c’è Los Angeles. Volevamo che fosse un atleta a far partire l’ultimo pezzo ed è stato Alexandre Léauté, che non era andato a spegnere la fiamma. Martin Solveig gli ha ceduto il controllo della console per poter lanciare One More Time.

 ➣  Ha qualche rimpianto?

«Mi sarebbe piaciuto organizzare degli eventi subacquei in città, sul ponte Alexandre-III. L’ho proposto più volte, ma credo che sia stato impossibile per il veto di alcune federazioni internazionali. Spero che queste federazioni e il CIO capiscano, grazie a Parigi 2024, qual è il vantaggio di infrangere i codici e di rivedere un po’ tutti i loro standard: sono ostacoli alla creazione e all’entusiasmo delle persone» 

 ➣  Cosa ha detto all’Eliseo quando l’entourage del Presidente della Repubblica le ha chiesto di organizzare la sfilata degli atleti del 14 settembre?

«Ho detto di sì, a patto che mi lasciassero giocare un po’. Normalmente, gli atleti, in genere i calciatori, sfilano lungo gli Champs-Élysées fino all’Eliseo per ricevere la loro medaglia. Per noi l’epicentro sarà Place de l’Etoile. Stiamo installando un enorme palco a forma di anello che circonda l’Arco di Trionfo a 360 gradi. L’evento avrà inizio al centro del viale e tutto si concluderà con una grande festa sul palco. Stiamo realizzando un set lungo 400 metri. Utilizzeremo molto l’Arco di Trionfo, sul quale proietteremo per la prima volta delle immagini, su entrambi i lati del monumento.  Sarà pazzesco» 

 ➣  E poi la parentesi incantata si chiuderà davvero, si chiuderà mai, secondo voi?

«Sì, questi sono i Giochi, con un inizio e una fine, sono stati una parentesi meravigliosa. Ma come ogni cosa devono finire. Spero che quante più persone imparino dalle Olimpiadi e ne facciano qualcosa. Penso che debba esserci un modo, anche se a volte ho dei dubbi sulla natura umana. I Giochi ci hanno resi orgogliosi di essere francesi. Non me lo aspettavo»

  VITE OLIMPICHE.. 

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Valentina Petrillo dice che JK Rowling non sa niente di lei

La stampa britannica continua a interessarsi alle vicendi Valentina Petrillo, la velocista transgender andata alle Paralimpiadi nei 200 e nei 400 metri, in entrambi i casi eliminata in semifinale con tempi nettamente più alti della migliore avversaria. Stamattina il Times pubblica un’intervista esclusiva con lei, nella quale Petrillo afferma che le critiche che hanno accompagnato la sua partecipazione alle Paralimpiadi – sintetizza il giornale – erano radicate nella transfobia e che le sue colleghi atleti l’hanno invece accolta a braccia aperte. Secondo Petrillo, la critica è radicata nel pregiudizio e nella transfobia. Ha rispettato le regole stabilite da World Para Athletics, che consente alle atlete transgender di partecipare alle gare, a condizione che siano riconosciute legalmente come donne e che abbiano fornito la prova di un livello di testosterone inferiore a 10 nanomoli per litro di sangue,  apartire dai 12 mesi precedenti la prima competizione.

Nell’intervista Petrillo dice:  «JK Rowling è preoccupata solo del fatto che io usi il bagno femminile, ma non sa nulla di me. Ho capito che qualcosa non andava nel giorno della prima comunione, quando sono entrata in chiesa, ho visto le altre ragazze indossare gli abiti bianchi e volevo stare con loro. A nove anni ho provato per la prima volta i vestiti di mia mamma, mi mettevo lo smalto sulle unghie, ma avevo una cugina più grande che era transgender e mio zio l’aveva cacciata di casa. Avevo paura che succedesse anche a me, quindi ho tenuto tutto nascosto dentro. A quei tempi a Napoli, dicevo sempre che era meglio essere un camorrista che una donna».

MEDAGLIE  La Gazzetta dello sport intervista Martina Caironi: «La corsa è vita e mi ha salvata. A Parigi il top» Con 7 medaglie alle Paralimpiadi nessuno come lei. «Le protesi costano care, ora si faccia qualcosa»

IL TELECOSLALOM

LO SPORT OGGI IN TV

LA GUIDA ALLA GIORNATA

TENNIS

8.00  Coppa Davis: Germania vs Slovacchia – su Sky Sport

14.00 Coppa Davis: Canada vs Argentina – su Sky Sport

15.00 Coppa Davis: Olanda vs Belgio – su Rai Sport e Sky Sport

16.00 Coppa Davis: Australia vs Francia – su Sky Sport

17.00 WTA 250 Monastir, 1° turno – su Sky e SuperTennis

21.00  WTA 500 Guadalajara: 1° turno – su Sky e SuperTennis

ITALIE

16.00 Calcio, Elite League Under-20: Italia vs Germania – su Vivo Azzurro TV

16.45 Beach Soccer femminile, Euro League: Italia-Cechia – su Vivo Azzurro TV

18.00 Beach Soccer, Euro League: Italia-Estonia – su Vivo Azzurro TV

18.30 Calcio, Qualificazioni Europei Under-21: Norvegia-Italia – su Rai 2

EUROGOL

18.00 Nations League: Lettonia vs Isole Far Oer – su Uefa TV

20.45  Nations League: Olanda vs Germania, Ungheria vs Bosnia-Erzegovina, Albania vs Georgia, Cechia vs Ucraina, Inghilterra vs Finlandia, Irlanda vs Grecia, Andorra vs Malta, Macedonia del Nord vs Armenia – su Uefa TV

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