La nuova Champions è arrivata: ora vediamo se funziona. Ma con quale criterio dovremo giudicarla? – L’Equipe: “Seducente e inquietante” – Non piace a Sacchi e Ancelotti, sì a Carragher e Sammer – Il Telegraph: un segno che la Coppa si accavalli al processo contro il Manchester City – Il Guardian: Una formula piena di buchi
Ventuno squadre su trentasei sono crema o lo sono stata. Quindici hanno il loro nome nell’albo d’oro di questa Coppa così cambiata in settant’anni, altre sei sono arrivate alla finale e l’hanno persa. Nel nuovo maxi girone unico, otto delle vecchie finali si riproporranno subito, come i peperoni di sera. Prima ancora di arrivare a conoscere gli abbinamenti degli ottavi di finale, avremo rivisto cinque delle ultime 7 partite decisive per consegnare la Coppa: Liverpool-Real e Bayern-PSG, Manchester City-Inter già domani e Real-Borussia Dortmund, le sfide cioè per i titoli del 2018, 2020, 2021, 2022 e 2024. Ci siamo risparmiati Liverpool-Tottenham e Chelsea-Manchester City solo perché gli Spurs sono in Europa League e i Bleus in Conference. Nelle otto giornate che ci aspettano di qui a gennaio, vedremo pure la partita con più Coppe dei Campioni in bacheca [Real Madrid-Milan, 22 trofei insieme], la finale del 1982 [Aston Villa-Bayern, seconda giornata], la finale del 1961 [Benfica-Barcellona], la partita fra le due squadre-Stato [PSG-Manchester City], la partita della nebbia senza la quale la gloria di Sacchi sarebbe rimasta incompiuta [Milan-Stella Rossa].
Se l’abbuffata Champions fosse musica, se fosse un’abbuffata Sanremo, bisognerebbe allora immaginarsi all’Ariston tutti assieme Angelina Mango, Marco Mengoni, Mahmood, Blanco, i Måneskin, Diodato, Gabbani, Elisa, Geolier, e poi Francesca Michielin, Ultimo, Lazza, Fiorella Mannoia, magari il ritorno dei Matia Bazar e il debutto di Calcutta. Così per cominciare in modo degno questo festival di citazioni, la prima giornata ci propone subito Milan-Liverpool, che fu due volte finale nel giro di tre anni.
SEDUCENTE E INQUIETANTE
È un mostro sportivo e finanziario. Questo è l’effetto che fa la Coppa dentro la redazione di L’Équipe, cioè la redazione dove la Coppa dei Campioni è stata partorita. Intorno alla metà degli Anni Cinquanta il quotidiano francese cominciò a discutere a distanza con la stampa inglese che si dava delle arie, football is coming home, quella roba là. A L’Équipe lavorava Gabriel Hanot che era stato calciatore. Convocò a Parigi i delegati di 16 squadre europee per organizzare un torneo europeo e dinanzi alla minaccia l’UEFA cambiò la vecchia Mitropa Cup per squadre dell’Europa centrale nella Coppa dei Campioni. Alla fine i processi sono sempre uguali a sé stessi.
Ora che una nuova minaccia [la Superlega] ha prodotto una nuova virata, all’Équipe sono più perplessi sul futuro, ma realistici. Vincent Duluc stamattina definisce il torneo “tanto seducente quanto inquietante”. Con amarezza giudica che “per celebrare il 70esimo anniversario dell’idea dei padri fondatori, quei giornalisti de L’Équipe che lanciarono la storia delle Coppe europee, inviarono i primi biglietti d’invito e scrissero i regolamenti nel cuore della stagione 1954-1955, l’UEFA ha deciso di fare le cose in grande, stravolgendo fino in fondo il principio originario della Champions League”.
In realtà il principio è stravolto da tanto, più o meno da quando possono partecipare una terza, una quarta, adesso perfino una quinta squadra dai Paesi sbrilluccicosi, e nessuna se non hai i capelli biondi e gli occhi azzurri. Duluc dice che non siamo “così lontani dalla Superlega che i tifosi avevano silurato in tre giorni, nell’aprile 2021, con l’inizio di una nuova era che finirà, simbolicamente o no, a ridosso del primo Mondiale per club che la FIFA organizzerà ogni quattro anni, con 32 squadre che si ritroveranno negli Stati Uniti dal 15 giugno al 13 luglio, tra cui dodici europei”. In effetti: auguri.
Duluc fa notare che il PSG potrebbe giocare fino a 24 partite internazionali [17 in Coppa dei Campioni, 7 nel Mondiale], vale a dire dieci in meno rispetto alla Ligue 1. “Che Canal+ paghi quest’anno per avere la Coppe dei Campioni più di quanto DAZN e beIN Sports paghino per i diritti nazionali della Ligue 1 – 480 milioni di euro contro 400 milioni di euro – è un altro dato emblematico, perché la Champions League è la telenovela più seguita al mondo dopo i Mondiali”.
GIUDIZI UNIVERSALI
L’Equipe ha raccolto un po’ di pareri. Sono contrari grossi nomi come Carlo Ancelotti e Uli Hoeness. Arrigo Sacchi dice che secondo lui la soluzione per migliorare la qualità del gioco sarebbe giocare di meno, non di più, «ma purtroppo non è questa la tendenza. Perché servono sempre più soldi con sempre meno idee. Quando sono arrivato al Milan c’erano 30mila abbonati, l’anno dopo erano 70mila perché si godevano lo stadio, venivano a vedere lo spettacolo. Adesso i club vogliono vincere più con i soldi che con le idee. Guarderò questa nuova Champions League, ma temo che lo spettacolo non sarà più allo stesso livello». Si dice contrario pure Jon Andoni Goekoetxea, perché in questo modo e con tutte ‘ste partite le caviglie si rompono da sole e allora lui che cosa ci stava a fare [no, non è vero, non dice così, non è neppure quel Goikotxea di Maradona: è satira politica].
Però attenzione. Sono favorevoli Rui Barros, Boudewijn Zenden, Jamie Carragher e Matthias Sammer, il quale è sbalordito, dice «non capisco davvero l’argomento secondo cui i giocatori giocherebbero al limite delle loro possibilità a causa del nuovo formato. Cosa stanno cercando di fare le migliori squadre d’Europa? Cercano di pagare i loro giocatori, né più né meno. Vogliono generare un po’ più di denaro. Possono farlo giocando meno? Non può funzionare. Questo cambiamento non ucciderà i giocatori. Il nuovo formato eviterà solo partite amichevoli senza alcun interesse in pieno inverno o in piena estate. Quando giocavo io negli anni ’90, a volte non avevo nemmeno una settimana di vacanza. Un calciatore giocatore non si pretendere che il club ti paghi 18, 20 o 22 milioni di euro e allo stesso tempo tu faccia più vacanze. Non possiamo prendere di più e dare di meno. Non vedo l’ora di capire come le migliori squadre si adatteranno. Questo è ciò a cui dobbiamo pensare. I bravi trovano risposte, i cattivi si arrendono e criticano».
Qualcosa di attraente c’è. Il debutto del Girona e del Brest, i ritorni di Bologna, Aston Villa, Stoccarda. “Tutto questo – fa notare L’Équipe – non promette più fantasia del solito nell’albo d’oro. Il Real ha vinto sei delle ultime undici finali e nessun club al di fuori delle prime quattro nazioni vince la Coppa dai tempi del Porto nel 2004, ma è probabile che almeno alcune delle big si spaventino un po’ dall’inizio”. Duluc considera che la formula rinnova la speranza dei club francesi [e dunque di buona parte della classe media], perché 24 qualificate su 36 alla fase a eliminazione diretta è un panorama “infinitamente meglio di 16 su 32, c’è spazio anche per chi può vincere solo tre partite. In questa Champions League per miliardari, dove i ricavi sono passati da 2,5 miliardi di euro del 2018 a 4,4 miliardi di euro di questa stagione, la presenza del Brest è allo stesso tempo una magnifica ricompensa e un felice promemoria che questa Coppa rispetterà il calcio, e in ogni caso il sistema piramidale dello sport europeo, le sue ascese e le sue cadute, tutte le belle storie rimarranno possibili”.
IL PROCESSO AL MANCHESTER CITY
Anche le brutte, le sordide, le storie sporcaccione. Sam Wallace sul Telegraph fa notare che l’ultimo della competizione calcistica per club più ricca del mondo, questa Champions League espansa come il polistirolo, “nata da un decennio di conflitti di battaglie geopolitiche per procura combattute dallo sport” è un rullo di tamburi che arriva mentre in Inghilterra comincia il processo al Manchester City. C’è una commissione indipendente dalla Premier League che esamina il caso delle 115 presunte violazioni alle norme che regolano i comportamenti finanziari del campionato. In effetti una singolare coincidenza, un accavallamento capriccioso. Le altre 19 squadre della Premier sono irritate, spiega il Telegraph, perché le udienze sono private e manco si conoscono i nomi dei tre componenti della commissione. “C’è un velo eccessivo di segretezza intorno al processo del secolo”.
Prima che arrivi il verdetto, tra un paio di settimane conosceremo l’esito dell’arbitrato chiesto dal City sulla legittimità delle norme che lo mettono sotto accusa, in sostanza le norme che impediscono ai proprietari delle squadre di calcio di mascherare il capitale come reddito. Quando su scala minore è andato sotto processo il Leicester – la famosa Cenerentola – riuscì a convincere la commissione d’appello che le norme erano state formulate e scritte in modo inadeguato. Eppure, fa notare il Telegraph, nessuno attorno ai tavoli in cui quelle norme furono scritte mosse un appunto. Il principio sembra: “Accetta le regole e poi, se non riesci a rispettarle, contestale. Queste regole sono imperfette ma sono state progettate per offrire una certa uguaglianza, esistono per proteggere l’equilibrio competitivo che rende il campionato inglese un’offerta interessante per le televisioni”. [Beh, insomma: il Manchester City ha vinto in sei degli ultimi sette anni, ndSl].
QUI SI FA L’EUROPA
C’è qualcosa di simbolico anche nel ripensare la Coppa alla luce delle elezioni politiche che si sono tenute qua e là nei mesi scorsi, all’ascesa nei singoli stati europei delle forze sovraniste, le forze che mettono in discussione il patto unionista. Se il quadro dei governi è questo, allora il campo largo del festival del pallone sembra uscito dalla fantasia di Altiero Spinelli. È in questa Coppa, ogni mercoledì da sempre, anche di martedì dal 1992, che si è costruito un pezzetto dell’unità del continente.
È il senso dell’intervento di Giuseppe Pastore sull’ultimo numero di Undici in edicola, quando dice che “la Champions League rende tollerabile e benvenuto qualsiasi tipo d’immigrazione come nessun politico di Bruxelles s’è mai sognato di fare, dando cittadinanza calcistica a esseri umani che spaziano dalle Isole Comore (El Fardou Ben, Stella Rossa 2018/19) ad Haiti (Wagneau Eloi, Lens 1998/99), passando per il Madagascar (Eric Rabesandratana, PSG 1997/98). La Champions League è riuscita persino ad appassionarci alle nebulose istanze politiche dell’inospitale Transnistria, casa dello Sheriff Tiraspol cui tre anni fa ha fatto visita l’Inter, un mese dopo che avevano sbancato il Bernabeu con un gol al 90′ del centrocampista lussemburghese Sébastien Thill. E non sapremmo riassumere meglio la magia e l’illusione della Champions League se non ragguagliandovi sulle gesta di un lussemburghese in Transnistria”.
Pastore ricorda che a intervalli regolari “salta su qualcuno [milanesismo: viene fuori qualcuno, trad. Sl.] a proporre di abbattere le vecchie statue. Quasi sempre si tratta di proprietari di club piuttosto stirati che tentano di ammannirci la storia delle partite troppo sbilanciate, che senso hanno quattro mesi pieni di Barcellona-Anversa o Manchester City-Stella Rossa? Il punto è ragionevole, e difatti in molti ci cascano. Non è questa la sede per spiegarvi quanto sarebbe spoetizzante, e di conseguenza noioso, un calendario in cui ci fossero un Clásico o un Bayern-PSG alla settimana, svalutandone l’appello fino a spolparli e renderli irrilevanti. Ci limiteremo a un discorso di civiltà, perché in questi trent’anni la Champions League è stata la cosa che insieme a Schengen ha unito l’Europa molto più di quanto hanno fatto l’economia e la politica. Era nata contestualmente a un film tanto romantico che si chiamava Prima dell’alba (Richard Linklater, 1995), in cui due sconosciuti si incontravano su un treno nella vecchia Europa e si innamoravano a Vienna per una notte e mai più: una storia invecchiata e resa inattuale dalle nuove tecnologie”.
E ALLORA L’INNO
Nell’estate di un anno fa, poco prima della finale tra Manchester City e Inter, Mattia Ferraresi su Domani aveva spiegato perché l’inno della Champions è il vero inno dell’Europa, anzi “l’unico grande prodotto culturale europeo davvero condiviso, diffuso e ad alta riconoscibilità che sia stato prodotto negli anni Novanta. È l’unico figlio legittimo e compiuto della stagione della creazione dell’unione, quando i promotori dell’Europa unita avevano chiaro che non bastavano i trattati, i parlamenti o un Erasmus a creare un sentimento europeo e non si facevano problemi a usare l’espressione «comunità di destino», un classico del federalismo europeo che però oggi in bocca a Giorgia Meloni diventa inevitabilmente una criptata ode mussoliniana. Erano gli anni dell’emozione per l’allargamento dei confini mentali e culturali del continente, quelli del passaggio concettuale più difficile: da alleanza strategica basata su carbone, acciaio, scambio di merci, libertà di movimento e abbassamento dei dazi a positiva unione plurilingue di anime, intenzioni, visioni. C’era disperatamente bisogno di idee, libri, canzoni, sport, programmi televisivi e quant’altro che portassero le belle promesse europeiste nelle case degli europei, possibilmente in modo convincente”
Solo che nel frattempo – si scopre – ce l’hanno un po’ cambiato, c’è un nuovo arrangiamento e l’accoglienza non è stata dappertutto così piena d’entusiasmo. In effetti esistono da sempre posti in cui l’inno viene fischiato, un gesto quasi anarchico, una protesta contro le istituzioni – col paradosso che una città anarcoide e ribelle come Napoli quell’inno l’ha abbracciato più di O Sole Mio, fino a inventarsi un rito [l’urlo The Chaaaaampions] che fatalmente è diventato vanto cittadino, folkloristicamente misurato con i sismografi del Vesuvio ma stavolta fuori dal torneo, a meno che qualcuno altrove non decida di imitarlo, causando nei figli di Partenope la consueta altalena dissociata di orgoglio e irritazione: che bello ci imitano, ma come si permettono di imitarci.
L’ALA CRITICA
Le parole più critiche verso la Coppa vengono da quel magnifico spirito acuto che è Jonathan Liew, firma del Guardian con il sarcasmo incorporato nella penna – cioè non è che scrive con la penna, un computer ce l’avrà, glielo avranno dato. Liew fa notare allora che il vecchio formato di otto gironi richiedeva 96 partite per eliminare 16 squadre, questo richiede 144 partite per farne fuori solo 12. Secondo il sito web Football Meets Data che ha eseguito 10.000 simulazioni della fase a gironi, 17 punti garantiscono un posto tra le prime otto e l’accesso diretto agli ottavi di finale. Nove o 10 punti dovrebbero garantire la qualificazione ai playoff, gli spareggi per gli altri otto posti.
“E così – ragiona l’editorialista del Guardian – uno dei classici problemi della vecchia fase a gironi, le partite inutili, rimane irrisolto, con un’ampia possibilità nelle ultime due giornate di disallineamenti tra squadre ancora in lotta per qualcosa e squadre già qualificate o eliminate”,. È per questo che si domanda se la Champions League XXL è una nuova alba o semplicemente una maniera per i più ricchi di vincere in modo più redditizio.
Liew ironizza sul fatto che il girone non si chiami più all’italiana, ma sistema svizzero: “È pieno di buchi”. Lo giudica un sistema “totalmente irresponsabile, dai meccanismi interni ampiamente impenetrabili agli estranei. È un comodo canale per sequestrare e riciclare il denaro di alcune delle persone peggiori al mondo. È un modo complesso e moralmente contestabile di far addormentare le persone per lunghi periodi di tempo. Forse è appropriato che la prima palla al centro sia battuta in Svizzera, con Young Boys contro Aston Villa, insieme a Juventus contro PSV”.
Ma dietro l’ironia c’è poi un’analisi puntuale di cosa il Bancomat della Champions ha generato in tutti questi anni. È emblematico – scrive – che si parta dal Berna perché lo Young Boys è una forza insuperabile in Svizzera, con il sesto scudetto vinto negli ultimi sette anni “nonostante una stagione rovinata da litigi interni e un calcio insipido in attacco. Come hanno fatto? Ad aprile, la Swiss Football League ha pubblicato l’ultima serie di dati finanziari del club, che hanno mostrato come gli Young Boys sostanzialmente hanno una concorrenza morta. Nessun altro club si avvicina a loro per stipendi, entrate, attività, profitti, punti in campionato. I loro guadagni della scorsa stagione sono stati più o meno equivalenti a quelli di tutti i loro rivali in campionato messi insieme. La stragrande maggioranza dei proventi deriva dalla Champions League e consente agli Young Boys di investire in una lega in cui tutti gli altri club devono vendere. La competizione di quest’anno dovrebbe garantire loro 36 milioni di sterline, più del fatturato annuo di tutti i club in Svizzera tranne uno, e per una una felice coincidenza si tratta del costo pianificato per la costruzione del nuovo centro sportivo di eccellenza alla periferia di Berna”.
Molti dei campionati di medie dimensioni in Europa hanno una storia simile da raccontare, dice il Guardian. C’è lo Shakhtar Donetsk che ha vinto sei degli ultimi sette titoli in Ucraina, c’è la Stella Rossa che ne ha presi sette di fila in Serbia, c’è la Dinamo Zagabria che ha fatto lo stesso in Croazia, con 18 degli ultimi 19. Ci sono posti dove “anche somme modeste hanno la capacità di trasformare una competizione nazionale in inutilità”. La logica della nuova Coppa, dice Liew, è abbastanza chiara: “nuovi contenuti per il gusto di nuovi contenuti, più partite per il gusto di più partite, una formula pensata a beneficio dei grandi club del continente e degli investitori che li finanziano. Otto partite a testa nel girone. Un tabellone in stile Wimbledon negli ottavi di finale per la prima volta. Partite del girone fino a gennaio per la prima volta dal 2003, mettendo così in gioco non solo la pausa invernale ma anche la finestra di mercato. È chiaro – sostiene – che il nuovo formato è la continuazione di un processo più ampio da parte della UEFA, un processo in cui l’integrità sportiva viene gradualmente soppiantata da emozioni confezionate per un quiz televisivo. Dopo tutto, se l’obiettivo fosse trovare la squadra migliore in Europa, potremmo avere un campionato all’italiana in cui tutte giocano contro tutte. Al contrario, se l’obiettivo fosse quello di massimizzare il rischio e far sì che ogni partita conti, allora si potrebbe andare all’eliminazione diretta secca come è stato fatto fino al 1991. Ma la UEFA non desidera nessuna di queste due cose. Vuole che le squadre migliori giochino l’una contro l’altra fin dall’inizio, ma non al punto da eliminarsi a vicenda. L’insensatezza di tutto ciò porterà ad avere un Liverpool-Real Madrid il 27 novembre, non un glitch o un difetto di progettazione, ma intenzionalmente, incorporato nel nuovo design”.
La considerazione finale di Liew è che “la parte davvero interessante del nuovo formato non è in realtà quanto sia cambiato, ma quanto poco”. Ci propone alcuni numeri per spiegare cosa intende. Nella scorsa stagione, il supercomputer Opta aveva previsto che il vincitore sarebbe arrivato da uno degli otto club più quotati con una percentuale del 79%. Stavolta la percentuale è dell’80%. Il Manchester City aveva una probabilità del 99% di arrivare agli ottavi l’anno scorso e una probabilità del 95% ora.
Finalone: “A questo punto vale la pena di considerare esattamente come va misurato il successo della nuova competizione. In emozioni? In più sorprese? In un minor numero di partite squilibrate? In più ascolti televisivi?”. E cosa ne faremo dell’eventuale successo? “Se una fase a gironi può consistere di otto partite, allora perché non 10 o 12 in futuro? Ci sono ancora un sacco di metà settimana libere nel calendario da cannibalizzare. Italia e Germania si sono guadagnate i due slot extra di questa stagione, perché non darne uno anche a Inghilterra e Spagna? E quanto tempo ci vorrà prima che i potenti decidano che Manchester United e Chelsea, per quanto inetti, devono esserci sempre? I tifosi di calcio sono animali naturalmente conservatori, legati a rituali e routine stagionali, diffidenti nei confronti del cambiamento. La reazione istintiva a qualsiasi innovazione è immaginare tutti i modi in cui puoi vederla fallire: dalla confusione alla noia, fino all’ingiustizia non mancano certo i modi. Ma non è lo scenario peggiore. Se vi preoccupate di cosa succederebbe se la nuova Champions League fallisse, pensate cosa succederebbe se effettivamente avesse successo”.