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MERCOLEDÌ 21 AGOSTO 2024
#7 GIORNI ALLE PARALIMPIADI
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
TENNIS
Il tennis ha un problema di credibilità con il doping
Anche se Yannik Sinner è innocente
I signori che hanno salvato Jannik Sinner si chiamano Tamara Gaw, Benoit Girardin e Davide Sharpe, quest’ultimo a capo del piccolo tribunale privato che in gran ritardo e in tutta segretezza si è riunito, ha studiato il caso e ha garantito che nel tennis non c’era scandalo, come sempre. Il più forte giocatore del mondo è risultato positivo al Clostebol in totale buona fede e in piena inconsapevolezza, al massimo possono essergli sottratti montepremi e punti del torneo giocato in quei giorni per la famosa responsabilità oggettiva, perché sono troppe le cose che non sapeva e di cui non si è accorto.
Il tribunale privato si chiama Sport Resolutions e il triumvirato ha messo per iscritto la sua sentenza in codeste 33 pagine consegnate alla ITIA, la International Tennis Integrity Agency, un’organizzazione nata su iniziativa degli organi direttivi internazionali del tennis professionistico: la ITF, i sindacati di giocatori e giocatrici [ATP e WTA], i quattro tornei dello Slam. Nella sua missione, la Sport Resolutions dichiara di operare a livello globale, offrendo arbitrati, mediazioni, indagini, revisioni, pareri di esperti.
“Il nostro obiettivo – si legge sul suo sito – è fornire un’alternativa esperta, rapida e conveniente ai processi di appello interni e al contenzioso basato sul tribunale”.
È insomma un servizio di risoluzione delle controversie in ambito sportivo, indipendente e senza scopo di lucro, con sede nel Regno Unito. L’aggettivo indipendente torna nelle ricostruzioni di questa storia sin dai primissimi minuti di ieri pomeriggio. Un aggettivo che rasserena, ma sul suo significato bisogna intendersi. In questo caso, l’aggettivo indipendente non può comprendere una condizione del tutto esente da rapporti di dipendenza o subordinazione, perché con Sport Resolutions la ITIA ha stipulato nel gennaio del 2021 un accordo di collaborazione. C’è dunque un legame stabile. Le 33 pagine non sono state partorite da un organo consultato per quest’occasione e basta. Le implicazioni contenute nella sfumatura sono evidenti. Resta un giudizio prodotto dentro un perimetro.
Per arrivare al suo giudizio legale, Sport Resolutions si è dovuta rivolgere a tre esperti, tre figure scientifiche, e tra le righe della comunicazione precisa che due dei tre non erano a conoscenza dell’identità del tennista di cui si parlava. Potrebbero aver intuito che non venivano scomodati per il numero mille del mondo. I tre periti sono Jean-François Naud, Xavier de la Torre e David Cowan. Il primo è il direttore del laboratorio WADA di Montreal, in Canada. Il secondo è il vicedirettore scientifico del laboratorio WADA di Roma, il terzo è professore emerito presso il Dipartimento di scienze ambientali, analitiche e forensi del King’s College di Londra, ex capo del laboratorio WADA nella capitale del Regno Unito. Tre profili che lasciano sospettare che la WADA non impugnerà la sentenza.
Le loro conclusioni sono state decisive per scrivere le 33 pagine come le leggiamo oggi. Il professor Naud ha concluso che sulla base del primo campione del 10 marzo, la probabilità che la spiegazione del giocatore sia plausibile è davvero alta perché la concentrazione stimata di 100 pg/ml è compatibile con l’ipotesi della contaminazione. Inoltre la bassa concentrazione rilevata nel secondo campione del 18 marzo è del tutto plausibile che sia conseguenza della medesima originale somministrazione. Xavier de la Torre, pare di capire, ha condotto degli esperimenti nel suo laboratorio prima di dire plausibile l’ipotesi della contaminazione, mentre il professor David Cowan aggiunge un elemento quando dice che «se pure la somministrazione fosse stata intenzionale, le minime quantità non avrebbero avuto alcun effetto dopante o di miglioramento delle prestazioni sul giocatore». Ma se pure fosse, l’obiezione sarebbe irrilevante, perché l’intenzionalità e il dolo sarebbero una palese violazione del principio di lealtà.
Non è questo il caso, ci dicono la ITIA, la Sport Resolutions e anche la ATP che accoglie con sollievo le conclusioni del professor Cowan, quando nero su bianco scrive di «non riuscire a trovare nessuna prova a sostegno di qualsiasi altro scenario».
È un sollievo davvero per tutto il mondo del tennis, per Sinner, per i suoi sponsor, per quelli che si chiamano stakeholder, i portatori di interessi – che non sono una malaparola: sugli interessi delle parti si regge il mondo. E quando si parla di sport, in ballo ci sono pure interessi immateriali come il tifo, il sentimento, l’adesione empatica alle vicende di uno o altro [a margine segnalazione di un pezzo molto interessante di Vincenzo Lacetera sul Post: Affinità e divergenze tra atleti e artisti]. È un sollievo insomma per il sinnerismo intero.
IL PRIVILEGIO DEL RISERBO
Ma così come pare innegabile l’innocenza di Jannik, innegabile pare pure un certo privilegio ottenuto nella gestione della vicenda. Il totale riserbo. Quello che Matteo Pinci su Repubblica definisce “una sorta di trattamento di riguardo. Che magari altri, con un curriculum diverso, non avrebbero avuto. Eppure la notizia in Federtennis era nota: già a luglio alcuni consiglieri federali erano a conoscenza. Anche se la Itia — l’organizzazione responsabile dell’integrità del tennis globale — non avrebbe l’obbligo di informare la federazione internazionale tennistica. Evidentemente, tenere la questione sopita è stata una scelta. Del giocatore, certo. Ma anche della federazione italiana della racchetta. Pensate se questo tsunami si fosse rovesciato addosso a Jannik Sinner mentre era in gara alle Olimpiadi di Parigi, durante il più seguito e atteso evento sportivo del mondo. O peggio ancora, sul podio con una medaglia olimpica al collo. Sì, perché il tennista azzurro non poteva essere sicuro che quella positività riscontrata due volte, il 10 e il 18 marzo, non gli sarebbe costata nemmeno un giorno di squalifica. Non sappiamo, non sapremo mai se tutto questo abbia avuto un peso nella sua scelta di non partire per le Olimpiadi: forse quella tonsillite che lo ha colto a poche ore dal volo lo ha aiutato a non doversi porre il problema”.
Questa è una prima anomalia. Dal 10 marzo al 20 agosto, Jannik Sinner non ha dovuto rispondere a domande sul suo caso, ha respinto con i suoi legali due volte un dispositivo di mini-sospensione cautelare dell’attività per le indagini, ha potuto tirare dritto per il mondo senza le conseguenze mediatiche della positività, ha affrontato 38 colleghi ignari. È una condizione che ogni garantista si augura di vedere applicata, ma è la condizione che ogni garantista si augura di vedere applicata per tutti, non solo per il numero 1 mondiale del tennis. Il numero uno mondiale del tennis ha potuto continuare la sua attività e ha potuto aspettare il verdetto di non colpevolezza senza danni all’immagine, senza sospetti, mentre un tribunale privato, scelto da un’organizzazione fondata dalle istituzioni del suo tennis, compreso il suo sindacato giocatori, stabiliva la sua innocenza.
È questo il primo dei punti chiave del caso Sinner, non il Clostebol, la pomata, i calli, l’incrocio delle date, la sofferenza di Sinner in tutti questi mesi, il suo cuore così bianco.
Il punto è la totale bolla in cui il tennis gestisce le sue cause.
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Velasco vuole essere Clint Eastwood
Dieci giorni l’oro olimpico, Julio Velasco è andato nella redazione de La Stampa per un incontro con il direttore Andrea Malagutti e un’intervista con Angelo Di Marino. Una chiacchierata rotonda, piena di altre frasi che andranno ad arricchire il Wikiquote del cittì, una chiacchierata che comincia dal fascino dell’Olimpiade [«Per due settimane tutte le popolazioni del mondo sono sintonizzate sullo sport. È una grande bolla che fa passare in secondo piano anche la guerra»] e si conclude con una riflessione su quella roba che chiamiamo nazionalismo o integrazione.
➣ Ormai lei è un guru. “L’ha detto Velasco” è una frase che chiude i discorsi.
«Mi fa sorridere. Penso a me e penso alle ragazze. Sempre più spesso non siamo più persone ma personaggi. E il personaggi hanno vita propria. Autonoma. Io del resto da anni non controllo il mio personaggio. Sono rassegnato, lui va per conto suo e poi ci sono io».
➣ Non è poi così male, tutto sommato. Il suo personaggio gode di un certo rispetto.
«Sì, d’accordo. Ma gli fanno dire cose che io non ho mai detto. Alcune anche buonissime, per carità. Ma poi c’è chi sostiene che potrei fare di tutto perché ho vinto con la pallavolo».
➣ Qualche merito se lo riconosce?
«Ma no, lo so che sono molto bravo nel mio lavoro. Se poi uno riflette sulle cose che dico mi fa piacere. Anche perché io volevo fare il professore di filosofia al liceo e la filosofia di sicuro mi ha aiutato nel lavoro. Mi ha dato un metodo».
➣ … A Vannacci ci ha pensato?
«A Vannacci penso perché prende voti nonostante quello che dice. Significa che molta gente lo ascolta. Il cambiamento nella società è così veloce che c’è una parte della popolazione che non riesce ad accettarlo. E vota per lui». … «Il mondo sta cambiando. E sta cambiando in meglio sui diritti. Donne, omosessuali, migranti. Qualcuno fatica di più ad accettarlo. Ma poi perché mai scegliere di integrare uno alla cultura dell’altro o convivere senza integrarsi? Vuole sapere una cosa?».
➣ Voglio.
«Quarant’anni fa, quando sono arrivato in Italia, aspettavo con ansia la copia del Clarin che mi arrivava per posta una volta alla settimana. Avevo nostalgia. Adesso posso collegarmi in tempo reale. Il legame resta. Ma i ragazzi nati qui sono italiani a tutti gli effetti e spesso diventano più nazionalisti degli altri. Ai Mondiali del ’90 le mie figlie detestavano Maradona perché attaccava l’Italia».
Mai pensato di fare politica?
➣ «No. Me l’hanno chiesto in tanti, ma credo molto alla specificità. E poi non c’è spettacolo più grande al mondo dello sport e della musica. Il terzo classificato non entra neppure nella foto».
➣ Velasco, che cos’è per lei la vecchiaia?
«Rita Levi Montalcini diceva che il cervello è l’organo che invecchia più tardi a condizione che sia allenato. Io penso a fare ancora altro dopo, voglio studiare l’inglese in America e poi dirigere le giovanili. È bello vedere un ragazzo destinato a diventare un campione. E poi c’è il lodo Clint Eastwood».
➣ Cioè?
«A chi gli chiede perché continui a fare film a novant’anni lui risponde: perché non voglio che il vecchio prenda il mio posto». [l’intervista intera è qui]
L’ultimo colpo di Cairo
La Stampa si dedica stamattina ai colpi del Toro. I colpi in uscita. Ormai si dice così. I colpi in uscita. La Stampa no. La Stampa lo dice come si dovrebbe: “Il Toro perde un altro pezzo”. Che succede? Succede che la migliore squadra italiana dello scorso campionato fra quelle che non fanno le Coppe, dopo Buongiorno manda via anche Bellanova. L’Atalanta paga 20 milioni più 4 di bonus e se lo porta a casa. Tifosi furibondi con la società, dice il giornale.
Paolo Brusorio coglie allora quest’ultimo passaggio e scrive un commento dal titolo “Vent’anni di delusioni, il bilancio dell’era Cairo”. Vent’anni in cui club partiti dallo stesso livello del Toro o perfino più giù sono arrivati a giocare la Champions [Bologna], a vincere l’Europa League [Atalanta], a vincere lo scudetto [Napoli]. Pur ringiovanendo nelle fotografie sulla Gazzetta, Cairo non riesce a riportare il Torino ai livelli del passato, uno non pretende al glorioso ‘76, ma almeno alla Coppa Italia del ‘93.
Brusorio scrive: “Vendere Buongiorno e Bellanova nello stesso mercato dà perfettamente l’idea di quale progetto abbia in mente il presidente Urbano Cairo per il Torino: nessuno. Come da vent’anni, quelli della sua gestione, a questa parte. Lo zero assoluto. Se non andare al ribasso, se non fare cassa con i due nazionali (e meno male per i tifosi granata, furibondi, che sono finiti) e indebolire senza se e senza ma la squadra. Perfetta per puntare (forse) al glorioso decimo posto, le colonne d’Ercole oltre cui il Torino non osa spingersi. Anzi, non vuole spingersi perché hai visto mai che poi tocca anche mantenerla una squadra che circola per l’Europa”.
Anche la Gazzetta dello sport stamattina racconta come cambiano i granata, scrivendo di come Vanoli “in un’estate che corre velocissima ha ribaltato la pelle e il volto del Toro e, per farlo, ha avuto il coraggio di modificare abitudini, predisposizioni consolidate da anni e i ruoli di alcuni calciatori”. In effetti, se glieli portano via, le predisposizioni consolidate da anni le deve modificare, ma “Linetty Ricci e Vojvoda sono lanciati nei nuovi ruoli”, e come ogni mattina al Torino è tutto bellissimo, davvero.
Le rivelazioni di Sacchi sul calcio che piace a lui
Stamattina la Gazzetta dello sport ha strappato Arrigo Sacchi al suo silenzio e lo ha convinto nonostante il periodo di ferie a offrirci un punto di vista sull’Atalanta, diamogli un colpo di telefono, magari ha qualcosa di originale da dirci. E niente, trascurando per una volta sul fatto che il suo Milan sia stato giudicato dall’UEFA la squadra più bella di sempre, Sacchi scivola sull’elogio altrui e cita le vittorie ottenute su Liverpool e su Leverkusen come risultati «in controtendenza».
A quel punto il povero intervistatore gli domanda ohibò perché, perché mai si tratti di controtendenza, e allora Sacchi ce lo spiega, non so se sapete, ci spiega questo fatto che «in Italia si è sempre concepito il calcio, a dispetto di ciò desideravano i padri fondatori, come uno sport individuale e difensivo. L’Atalanta, invece, fa un calcio offensivo e collettivo. Attacca senza paura, difende uomo contro uomo, non ha una superiorità numerica in fase difensiva, lotta per aver il dominio del campo. Questo è il calcio che piace a me», rivela alla fine. Ah, ecco. È questo.
«L’Italia – dice Sacchi enfatizzando un concetto che forse gli pare passato sotto silenzio in questi anni – è un Paese tattico, non solo nel calcio ma anche nella politica e nell’industria. Gasperini, al contrario, è uno stratega». E come direbbe il maestro Nanni, continuiamo così, facciamoci del male.
TITOLI
▥ La Stampa: “La meglio Juventus” – Il nuovo progetto inizia nel modo migliore e con il record di squadra titolare più giovane Competitività e sostenibilità, ma anche un sistema di gioco più efficace e spettacolare
▥ La Stampa: “Premiate la strategia e la chiarezza di Thiago Motta” ➔ Marco Tardelli ha scritto: “Non è stato solo Locatelli a sembrare trasformato. Stesso discorso per Weah nel ruolo naturale di ala. Fagioli è entrato in modo confortante dopo tutto quello che gli è successo”.
▥ Corriere della sera: “Gioco e democrazia, la rivoluzione del visionario Thiago” – Così Mbangula ha spedito in panchina Douglas Luiz. I casi Nzola e Arnautovic e il capitano a rotazione ➔ Alessandro Bocci ha scritto: “Gli altri scoprono le scelte del tecnico all’ultimo istante, a volte persino sul pullman verso lo stadio. Motta è fatto così. Lavora tantissimo, dalla mattina alla sera: studia i video, prepara gli allenamenti, raccoglie i dati, cambia spesso il capitano. E ha convinzioni precise, a volte discutibili, però sempre nette e non fatica ad assumersene la responsabilità, come quando ha spedito gli esuberi lontani dalla prima squadra, deprezzandoli e complicando il lavoro, già complicato, di Giuntoli. … Ora lo aspetta la sfida più difficile della sua giovane carriera: fare risultati attraverso il gioco. A Torino vincere non è più l’unica cosa che conta. Conta farlo divertendo e divertendosi“
▥ Repubblica: “Ricattatori o ricattati, i campioni restano fuori fanno gol gli sconosciuti”
▥ Corriere della sera: “Juve-Gonzalez, ci siamo quasi Il Barcellona pensa a Leao ma stringe per avere Chiesa” – I bianconeri hanno alzato l’offerta: alla Fiorentina 30 milioni più 4 o 5 di bonus Kostic o Arthur da Palladino. L’argentino Palacios all’Inter: ormai questione di ore. Dybala rinvia la decisione sul trasferimento in Arabia Saudita
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