Un anno, solo un anno. Che differenza fa. Ne aveva 36 Novak Djokovic, quando nel luglio scorso perdeva la finale di Wimbledon contro Carlitos Alcaraz per un soffio, così dice Matthew Futterman su The Athletic, per un soffio, per la minima differenza di “alcuni rari errori in una saga di cinque set altalenanti, durata quasi cinque ore”. Un anno, solo un anno. Ne aveva 36 e ne ha 37 invece ora che è uscito da un pomeriggio nel quale è stato stropicciato e maltrattato sull’erba dove ha alzato la Coppa per sette volte. Sette significa quasi otto, il record di Federer. Eppure.
“La vittoria di Carlos Alcaraz – dice The Athletic – è un momento spartiacque per il tennis. Quando qualcosa accade due volte, non è più un incidente, indipendentemente dal fatto che ci sia di mezzo un ginocchio malato o meno. Non è sfortuna. È una carriera al tramonto, come possono testimoniare tanti altri che l’hanno attraversata. È quel tipo di morte lenta della luce, quello scemare che offre a un giocatore come il ventunenne Alcaraz – un talento generazionale che gioca con una gioia desiderata da tanti altri – la possibilità di afferrare una torcia e scappare via con essa, illuminando lo sport”
Il Djokovic dominante visto nell’ultimo decennio probabilmente non ci sarà mai più, Ha preso un grosso colpo sul finire della stagione scorsa, quando ha perso da Sinner in finale di Coppa Davis nonostante avesse avuto sulla racchetta tre match-point. Quando nel luglio scorso venne battuto a luglio da Alcaraz, era comunque nel pieno di una grande stagione, colma di tre titoli dello Slam, il Masters, il numero uno.
“Tutto questo a 36 anni. Ma adesso sono 37” insiste Futterman, e c’è una differenza abissale. “Djokovic – continua – potrebbe ancora risorgere. Lo ha fatto parecchie volte. Negli ultimi anni ha vinto titoli dello Slam con strappi a un muscolo addominale e a un tendine del ginocchio. Dimenticate tutto questo per un minuto, però”. Dimenticatelo, dice Futterman, perché un Alcaraz così, non c’era mai stato. Netflix ha annunciato che nel 2025 ci sarà una docuserie su di lui. Charlie Eccleshare, ancora su The Athletic, aggiunge: “Dovendo immaginare un successore dei Big Three, sarebbe stato difficile desiderare un’opzione migliore di Alcaraz, un prodigio di carisma e creatività”.
In italia ne scrive stamattina Aldo Cazzullo sul Corriere della sera, in risposta a un lettore nella sua rubrica quotidiana. Definisce Federer il più grande per aver tenuto insieme talento, forza e bellezza. Ma non il più forte, e lo dice tenendo il conto degli Slam e degli scontri diretti con gli altri due. La sintesi di Cazzullo è che “Federer è stato certo un combattente; ma non con la mostruosa intensità fisica e mentale di Nadal e Djokovic. Nadal è uno che, quando stava bene, sulla terra era tecnicamente imbattibile. Djokovic è uno che gioca i punti decisivi meglio di quelli normali; mentre talora — non sempre — sui punti decisivi a Federer è tremato un po’ il braccio. Sul piano umano, fuori dal campo sono tutti e tre persone educatissime e gentilissime (in campo Djokovic lo è un po’ meno). Per intenderci, sono molto più disponibili di certi panchinari tatuati visti in Nazionale. Ma Federer è un dio; Nadal è Prometeo che ruba il fuoco agli dei per portarlo agli uomini; Djokovic è un lupo serbo, sempre pronto a sbranare. Almeno fino a quando non è arrivato Carlitos Alcaraz”.
Good morning to the Wimbledon champ.
An all-new documentary series chronicling Carlos Alcaraz’s 2024 season is coming to Netflix in 2025! pic.twitter.com/rvR4EbXGFz
— Netflix (@netflix) July 15, 2024