I passi di Alcaraz nelle orme dei più grandi

   

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Un nuovo titolo a Wimbledon, il secondo di fila, il quarto in un torneo del Grande Slam a soli 21 anni, ci danno chiari indizi su ciò che Carlos Alcaraz potrebbe essere in grado di realizzare. Lo dice Toni Nadal su El Pais aggiungendo che se tecnicamente è molto difficile vedere in lui qualche punto debole, fisicamente è il giocatore più veloce che si sia mai visto su un campo. Batterlo è un’impresa alla portata solo dei tennisti più completi e nel loro giorno migliore. Questa volta è stato intrattabile per tutta la gara. Ha sopraffatto Djokovic con velocità e solidità. È stato sempre molto superiore, la sensazione che ha dato fin dall’inizio della partita era che sarebbe stato molto difficile, se non impossibile, che la vittoria gli sfuggisse. Il gioco è sempre stato nelle sue mani in tutte le sfaccettature. I suoi colpi di diritto da fondo campo sono stati devastanti. In nessun momento Nole ha dato l’impressione di avere gli strumenti per intimidire in maniera decisiva l’avversario. I suoi colpi mancavano della precisione e della potenza necessarie.

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Secondo zio Toni, la tattica di Djokovic è stata suicida. Sapendo che né le sue gambe né la precisione dei suoi colpi sono più quelli di una volta, e che nemmeno una partita lunga e fisica gli sarebbe stata favorevole, ha provato una strategia che alla fine si è rivelata fatale. Voleva imporre ritmi alti, giocare aggressivo, accorciare gli scambi da fondo campo e alla minima occasione chiudere i punti a rete. Secondo me l’unica possibilità che aveva il serbo era provare a rallentare il gioco. Sperando che avesse ragione e sperando che Carlos non vivesse il suo giorno migliore. Volere battere Alcaraz in velocità, oggi è praticamente impossibile. Forse solo Jannik Sinner può sfidare nell’uno contro uno lo spagnolo. La finale di questa domenica conferma che la vera rivalità nei prossimi tornei, probabilmente nei prossimi anni, sarà tra loro due

Sul quotidiano sportivo spagnolo AS, Juan Gutiérrez ferma il suo sguardo sulle orme del passato e invita a prendere nota dei seguenti nomi: Rod Laver, Bjorn Borg, Rafa Nadal, Roger Federer e Novak Djokovic. Sono i giocatori che hanno vinto Roland-Garros e Wimbledon nella stessa stagione prima di Alcaraz. “Non si tratta di una semplice doppietta, né tantomeno è così frequente: rappresenta un drastico cambio di superficie, dalla terra all’erba, che solo i geni della racchetta sanno interpretare. In questo quintetto solo Borg, tre volte, e Nadal, due volte, sono riusciti a ripetersi. È una sfida di un’altra dimensione che Alcaraz ha portato a termine da più giovane di tutti. Borg e Nadal lo hanno fatto a 22 anni. Ecco perché colpisce che Alcaraz, subito dopo la partita, abbia dichiarato al microfono in campo di non considerarsi ancora un grande campione. Lo dice uno che ha già vinto quattro titoli dello Slam”. 

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Attenti ai precoci, proteggiamoli

Una riflessione sulla precocità arriva da Mats Wilander su L’Équipe, dove ricorda che all’età di 25 anni “Björn e io abbiamo avuto un crollo e abbiamo quasi interrotto la nostra carriera. Il tennis non era più la cosa più importante nella nostra vita. Ecco perché penso che i prossimi cinque o sei anni saranno fondamentali per Alcaraz. Che abbia vinto da giovanissimo non è così sorprendente: era già molto forte mentalmente da ragazzino, poi da adolescente. Ma questo titolo di Wimbledon è un’esplosione. È come se per lui fosse iniziata la parte più difficile. In effetti non si rende ancora conto di ciò che sta realizzando. Dovrà iniziare a rispondere a una serie di domande: cosa voglio realizzare? Voglio vincere quanti più tornei dello Slam possibile? Voglio rimanere il numero 1 per quindici anni consecutivi? Voglio essere ancora competitivo a 37 anni?” 

In effetti sono tutti traguardi, ma ognuno assai diverso dall’altro. “Il miglior esempio che possiamo trovare – continua Wilander – è quello di Novak Djokovic. Dice sempre: – Tutto questo si costruisce giorno per giorno, ventiquattr’ore su ventiquattro, tutti i giorni. Cioè 365 giorni all’anno, due ore di tennis, due ore di massaggi, due ore di stretching, due ore di meditazione. Senza mai deviare dal percorso. Carlos ha già raggiunto gli obiettivi più alti. Non ha molto senso parlargli di obiettivi. Secondo me deve allora restare nel presente, senza proiettarsi nel futuro. Potrebbe avere le vertigini. È anche responsabilità del mondo del tennis lasciarlo in questo stato. Parlargli della sua fantastica vittoria di giornata, o del suo favoloso colpo sul break-point, e non della sua capacità di raggiungere il traguardo dei 30 Slam. Dobbiamo aiutarlo a rimanere il più fresco possibile, ad amare il tennis come un bambino. Non sarà facile. Quando sono diventato numero 1 al mondo nel 1988, avevo 24 anni. Ma mi sentivo come se ne avessi dieci in più. Carlos è così emozionante che vorrei davvero non provasse mai una cosa del genere”.

C’è di buono che per fortuna non è italiano. 

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